Santiago, Italia (Film, 2018)

Un documentario utile per fare chiarezza sul colpo di Stato che sconvolse il Cile nel 1973 (11 settembre), ponendo fine all’esperienza del governo socialista di Salvador Allende, democraticamente eletto ma osteggiato dalla destra economica, dagli imprenditori e soprattutto dai nordamericani. Nanni Moretti lo dice chiaro di non essere imparziale, lo afferma nel corso di un’intervista a un torturatore di regime, ma in situazioni simili non si può essere neutrali, occorre schierarsi per risultare credibili.

Il film comincia con il regista che osserva Santiago dall’alto, immersa nella vallata sotto le montagne innevate, come a voler simboleggiare il ruolo indagatore, per poi far parlare i protagonisti di quei giorni terribili che fecero muovere la solidarietà del mondo intero. Il fulcro della storia è sul ruolo ricoperto dall’Ambasciata Italiana a Santiago, che prima accolse molti rifugiati all’interno delle sue mura – nonostante le minacce esplicite (un’attivista uccisa e lanciata dentro il recinto) e velate – poi fece espatriare nel nostro paese diversi ricercati politici con un salvacondotto umanitario. Il microfono di Nanni Moretti coglie momenti di pura commozione, ritaglia ricordi di giorni esaltanti (la vittoria elettorale della sinistra unita), fotografa i momenti difficili di un governo osteggiato dai padroni, infine raccoglie testimonianze sul golpe, sulle torture disumane, sui giorni in cui uno stadio di calcio fu usato come immensa prigione dove si giustiziavano esseri umani.

Felice la scelta di lasciare le interviste in lingua originale (spagnolo) con i sottotitoli, interessante il materiale d’epoca (spettacolare il bombardamento de La Moneda), sceneggiatura priva di punti morti, tanto da risultare quasi avvincente per come incalzano gli argomenti. Nanni Moretti è un regista esperto che sa dosare bene immagini e parole, da tempo non si misura con il documentario (La cosa, sulla crisi del PCI, è del 1990) ma il suo stile risulta persino migliorato perché questa volta decide che per essere più incisivo è necessario schierarsi dalla parte di chi ha subito un torto dalla storia. Pinochet ne viene fuori con le ossa rotte, anche se nella realtà ha governato per dieci anni in un regime di terrore, torturando e uccidendo avversari politici senza vedersi mai presentare il conto in un’aula di tribunale.

È bene non dimenticare che certe feroci dittature sono esistite e che potrebbero tornare a farsi minacciose anche in tempi moderni, in situazioni di crisi, perché come dice un personaggio: La democrazia è una cosa buona fino a quando le permettono di esistere. Moretti chiude con un monito per la nostra patria, quando fa dire a un rifugiato cileno che l’Italia degli anni Settanta era una realtà solidale, mentre adesso è troppo cambiata, il consumismo pare averle fatto assumere i difetti peggiori del Cile.

Il ruolo di un regista come Nanni Moretti è soprattutto quello, in fondo, non essere consolatorio e rassicurante, ma cercare di mettere in guarda gli spettatori di fronte ai pericoli che minacciano la vita quotidiana. Da vedere per compiere un utile ripasso storico e perché la memoria va sempre tenuta viva se non vogliamo cadere negli errori del passato.

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Regia: Nanni Moretti. Fotografia: Maura Morales Bergman. Montaggio: Clelio Benevento. Paesi Produzione: Italia, Francia, Cile. Durata. 80’. Genere: Documentario. Case di Produzione: Sacher Film, Rai Cinema, Le Pacte, Storyboard Media. Distribuzione: Academy Two. Lingua: Italiano, Spagnolo.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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