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Dal Paese dei Balocchi alla perdita del gioco

Una volta c’era il Paese dei Balocchi. Era il sogno infantile di ogni Pinocchio che si rispetti: niente scuola, niente regole, solo divertimento. Ma il prezzo da pagare, lo sappiamo, era alto: diventare asini, metafora fin troppo evidente di un’ignoranza scelta, nutrita a suon di svago senza scopo. Eppure, a ben guardare, quel Paese dei Balocchi aveva ancora qualcosa di profondamente umano: il gioco.

Oggi, cosa sarebbe quel paese? Forse un centro commerciale a tema, forse uno store digitale, ma più probabilmente una stanza buia con centinaia di ragazzi attaccati a uno schermo, isolati, ma “connessi”, intenti a costruire mondi fittizi dentro monitor retroilluminati. Giocano, certo. Ma si tratta ancora di gioco? O è diventata una simulazione infinita, ipnotica e impoverita, che toglie al corpo e all’immaginazione ciò che per secoli ha nutrito la crescita?

Una volta si giocava con poco: un bastone diventava un fucile, un lenzuolo un mantello, un cortile un mondo intero che diventava di volta in volta un’isola di pirati o una prateria del Far west. Si costruiva, si sbagliava, si cadeva. I soldatini, oggi accusati di essere diseducativi, servivano a creare storie di eroismo, di fuga, di salvezza. Le bambole, oggi viste come limitanti stereotipi, erano invece ponti verso l’affettività, la cura, il linguaggio.

Poi c’erano i giochi di costruzione, veri e propri laboratori mentali. Il Meccano, con le sue viti, bulloni, piastre e ingranaggi, insegnava la pazienza e l’ingegnosità, il senso della forma e la logica della funzione. Il Piccolo Chimico, a dispetto dei pericoli domestici, ci rendeva apprendisti scienziati: mescolavamo, testavamo, aspettavamo reazioni. Oggi farebbero gridare alla sicurezza e al rischio. Eppure, erano giochi formativi, che facevano sentire grandi, capaci, pronti.

Non mancavano nemmeno i momenti di socialità familiare. I giochi da tavolo – Risiko, Monopoli, ma anche la Tombola o il Mercante in Fiera – erano serate condivise, tra risate, discussioni e strategie. Un campo di prova per relazioni, regole, mediazioni. E giocavano anche da adulti, senza vergogna, senza sentirsi ridicoli. Siamo estate e la mente va ai castelli di sabbia e alle piste per le palline con i volti dei ciclisti. Vedo decine di ragazzi sotto al sole che inviano selfie.

Tutto questo aveva un valore pedagogico implicito: imparare facendo, giocando, sbagliando, ridendo. Un apprendimento fisico, concreto, narrativo. Che oggi rischia di perdersi. A ricordarcelo con forza è stato Dario Fo, artista e maestro di un gioco particolare: il teatro. In Il teatro secondo Dario Fo, e in molte delle sue interviste, sosteneva che ”il teatro è il gioco più bello del mondo”. Non il palcoscenico formale, ma il gioco del far finta, del se fossi, dell’invenzione. Il teatro come esercizio naturale dei bambini, che passano da un ruolo all’altro senza vergogna, allenando corpo, voce, immaginazione.

Fo parlava del teatro come resistenza viva contro l’omologazione. Per lui, giocare a fare teatro significava educare al linguaggio, al corpo, all’ascolto. Era un modo per tenere accesa quella fiamma che il digitale rischia di spegnere, incanalando le energie ludiche in algoritmi già decisi da altri. I bambini di oggi non hanno smesso di giocare, ma hanno smesso di inventare. Si muovono dentro mondi già scritti, già progettati, già programmati. Non costruiscono più il gioco: lo scrollano.

E in questo contesto, chi perde davvero non è solo il bambino, ma l’adulto di domani. Perché chi non ha giocato veramente, chi non ha fatto finta, chi non ha litigato per le regole di un gioco da tavolo o costruito una cattedrale con mattoncini difettosi, rischia di non sapere affrontare le situazioni reali. Il gioco era preparazione alla vita, perché insegnava la più importante delle cose: che non esiste una sola via per risolvere un problema, ma mille modi per provarci.

Siamo passati da un gioco fisico, incarnato, narrativo, a un gioco digitale, passivo, frammentato. Un gioco senza corpo, senza odori, senza sguardi, senza liti e senza tregua. Un gioco che non insegna più nulla, perché non è più gioco. È consumo. E l’asino non è Pinocchio. Ma chi gli ha tolto la possibilità di diventare un attore.

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