Cronache dai Palazzi

“L’economia italiana presenta buoni fondamentali, a cominciare da quelle risorse di cittadini e imprese rappresentate dal risparmio delle famiglie e dall’avanzo della bilancia commerciale. Siamo in grado di fronteggiare le difficoltà che abbiamo davanti. Possiamo crescere e raggiungere migliori livelli di giustizia sociale. La più diffusa consapevolezza del bene comune aumenta la fiducia e la sicurezza nella società. Abbiamo assolutamente bisogno di ispirare fiducia. Le imprese lo sanno”.

Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – durante la cerimonia di consegna delle onorificenze dell’Ordine “Al merito del Lavoro” ai Cavalieri nominati il 2 giugno 2018 – celano qualche ammonimento nei confronti del governo. Senza esagerare con le raccomandazioni e i rimproveri, il Capo dello Stato non cita la manovra finanziaria tanto contestata dall’Europa ma l’avvertimento è chiaro: occorre evitare l’isolamento del nostro Paese, oltre ovviamente ad una drastica procedura d’infrazione.

Per Mattarella il lavoro rappresenta “la vera priorità e la bussola di ogni nostro sforzo”, soprattutto in un momento di crisi economica e occupazionale come quello attuale. In questo contesto “l’impegno degli imprenditori” risulta particolarmente utile per poter creare nuovi posti di lavoro, mentre chi occupa posti di governo dovrebbe “rendere più agevole la loro attività e più favorevoli le ricadute sociali dei risultati economici”. Ovviamente non mancano le difficoltà e non è semplice realizzare tutto ciò che si pensa o si dice a parole. “Siamo alle prese con un rallentamento della congiuntura, che riflette incertezze internazionali e comporta rischi per il nostro sistema economico e produttivo”, ha sottolineato il presidente della Repubblica. Occorre quindi garantire degli “equilibri che rafforzino le capacità delle imprese e al tempo stesso, tutelino il risparmio, riducano le aree di povertà e precarietà, consentano di ammodernare le infrastrutture in modo che il Paese non perda terreno”.

Non si può però pensare a degli equilibri statici, bensì “dinamici”, che devono essere “continuamente verificati guardando ciò che accade fuori di noi”, con uno sguardo privilegiato verso l’Europa. L’errore forse più grande sarebbe “pensare di determinare i nostri equilibri economici e sociali come se rispondessero soltanto ad un orizzonte interno”. Per di più occorre avere una prospettiva non limitata al breve periodo perché si rischierebbe di comprimere il potenziale di crescita del Paese, che invece deve avere un più ampio respiro per risollevarsi.

Qualsiasi sia la prossima manovra finanziaria, che uscirà in maniera definitiva a fine anno, il governo di Roma non può, in pratica, fare i conti senza tener in debita considerazione il contesto di relazioni nel quale i vari Stati sono immersi, e quindi anche l’Italia, a partire dalle relazioni europee. “Viviamo in un modo in cui si moltiplicano le interdipendenze” e necessitiamo di “un’Europa che dia priorità a uno sviluppo equilibrato”, svolgendo al meglio il proprio ruolo di mediazione non solo sul piano più strettamente politico ma anche culturale e sociale, oltre che economico, che risulta il fronte predominante.

Il commissario europeo Pierre Moscovici ha nel frattempo dettato stime peggiori di quelle annunciate da Palazzo Chigi, tantoché il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha prontamente risposto per le rime. Le previsioni d’autunno di Bruxelles depotenziano in effetti i numeri dell’Italia: deficit al 2,9% nel 2018 (per il governo italiano sarà del 2,4%) e al 3,1% nel 2020. La crescita invece per l’Ue si fermerà all1,2% mentre Palazzo Chigi stima un 1,5%. Il deficit, infine, è stimato a 1,9 nel 2018 e a 2,9 il prossimo anno, rispetto a 1,8 e 2,4 previsti dal governo di Roma. In definitiva la Commissione europea prevede “sostanziali rischi al ribasso”. Il ministro Tria ha reso note le sue osservazioni spiegando che le previsioni di Bruxelles “derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Dpb della legge di Bilancio e dell’andamento dei conti pubblici, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia”. Il ministro dell’Economia italiano l’ha definita una “defaillance tecnica della Commissione” che comunque non inciderà sulla “continuazione del dialogo costruttivo” tra l’Italia e i Palazzi di Bruxelles. Tria ha inoltre specificato che “il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019, che il governo è impegnato a rispettare”. Di sostegno a Tria anche il premier Giuseppe Conte: “Scenari inverosimili” che “sottovalutano l’impatto positivo della nostra manovra economica e delle nostre riforme strutturali”. In definitiva l’Eurogruppo richiede al governo gialloverde, M5S-Lega, semplicemente la disponibilità a negoziare flessibilità senza esporre eccessive contestazioni per quanto riguarda il rispetto delle regole Ue di bilancio, con il rischio di portare lo spread alle stelle e provocando, nel contempo, un dannoso contagio nella zona euro.

Sul fronte interno la Lega incassa il Decreto Salvini in materia di sicurezza. Il decreto prevede l’abrogazione della protezione umanitaria ora sostituita da permessi speciali temporanei. Fino ad oggi era concessa protezione umanitaria agli stranieri fuggiti da conflitti, disastri naturali o potenziali persecuzioni. Contemplati anche nuovi reati che comportano la revoca dello status di rifugiato, tra cui violenza sessuale, produzione, detenzione e traffico di stupefacenti, rapina ed estorsione, furto, furto in appartamento, minaccia, violenza o resistenza a pubblico ufficiale. I migranti irregolari potranno inoltre essere trattenuti nei Centri per il rimpatrio – che hanno preso il posto dei Cie (Centri di identificazione e di espulsione) – non più di 180 giorni. Oggi il limite è di 90 giorni. L’articolo 13 del decreto prevede infine la revoca e la negazione della cittadinanza ai soggetti condannati per reati di terrorismo.

Tempi lunghi e malumori pentastellati, invece, a proposito di prescrizione, per cui Lega e Movimento Cinque Stelle hanno di fatto raggiunto un’intesa, che è quasi un compromesso. Sarebbe stato proprio il premier Conte ad individuare un punto di equilibrio. La prescrizione sarà inserita nel disegno di legge anti corruzione in esame a Montecitorio, ma entrerà in vigore solo il 1 gennaio 2020. “Abbiamo trovato l’accordo sulla prescrizione, ma solo con tempi certi sui processi”, è stata la sintesi di Matteo Salvini. Mentre per Luigi Di Maio “questo blocco della prescrizione, per cui se tu viene condannato in primo grado poi ci devi arrivare a sentenza definitiva, era un nostro obiettivo”, ha sottolineato il leader Cinquestelle. “Per cui si approva a gennaio del 2019, diventa legge e comincia a funzionare dal gennaio 2020. Durante il 2019 – ha spiegato Di Maio – mettiamo più soldi nella giustizia, nei cancellieri e una riforma del processo penale come si deve, così che non si corra il rischio di congestionare la giustizia. Ci mettiamo un anno per riformare il processo penale”, ha chiosato Di Maio. Una riforma che ha suscitato non poche polemiche provenienti da più fronti, soprattutto per quanto riguarda i tempi. Per di più la riforma si riverserebbe sui reati avvenuti dopo l’entrata in vigore della legge con un ulteriore dilatazione temporale degli effetti. “Più che un dibattito sulla prescrizione bisognerebbe fare un dibattito sull’accorciamento dei tempi dei processi”, ha non a caso affermato il presidente Vincenzo Boccia, da Viale dell’Astronomia. In definitiva la norma sulla prescrizione entrerà in vigore soltanto dopo aver approvato la legge delega che prevede la riforma del processo penale. Il cuore della riforma in questione prevede che la prescrizione s’interrompa dopo il giudizio di primo grado, qualunque sia l’esito.

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