Loredana Bessone (ESA): addestrare astronauti e non solo

In occasione del TedX Bologna, abbiamo avuto la possibilità di intervistare la dott.ssa Loredana Bessone di ESA (Agenzia Spaziale Europea), definita “insegnante di astronauti”, che si occupa di preparare esploratori di ambienti estremi. Dal 1990 lavora al Centro europeo astronauti, e negli anni ha sviluppato, condotto e diretto corsi di sopravvivenza, di geologia planetaria, di esplorazione speleologica e per passeggiate spaziali per astronauti, cosmonauti e taikonauti, e per la formazione di equipaggi di personale per basi antartiche. Dopo aver diretto gli studi di preparazione a missioni umane su Marte del progetto ESA Aurora all’inizio del nuovo millennio, si è dedicata a sviluppare corsi in ambienti analoghi terrestri e a sfruttare le analogie e le difficoltà imposte dall’esplorazione di ambienti estremi per formare esploratori spaziali. Crateri d’impatto, tubi di lava, ambienti carsici, ghiacci antartici, habitat sottomarini, deserti vulcanici, miniere di sale sono ambienti alieni la cui esplorazione richiede l’uso di tecnologie e tecniche operative che compensino e superino le limitazioni che l’adattamento al micro-sistema terrestre ha imposto all’ evoluzione umana.

Dott.ssa Bessone, lei all’ESA si occupa di addestrare gli astronauti nel progetto CAVES; come si svolge la sua attività?

Sì, mi occupo di preparare astronauti, ma non solo, ho addestrato anche personale antartico. In generale mi occupo di preparare le persone a lavorare in gruppo in ambienti estremi. CAVES è uno dei progetti in cui sono impegnata, l’altro è PANGEA; con il primo lavoriamo in grotta, con il secondo addestriamo ingegneri spaziali ed astronauti alla geologia planetaria. Sono quindi progetti diversi, ma tutti associati all’esplorazione. Al TedX mi sono concentrata sul come un ambiente estremo richieda l’uso di tecnologie particolari, altrimenti ci rende disabili. Non sono l’unica a preparare astronauti a lavorare in ambienti estremi ovviamente, la NASA fa dei corsi appositi, come NEEMO anche i russi, sono in tanti ad essersi orientati in questa direzione negli ultimi anni in preparazione a missioni di lunga durata. Quando ti trovi in ambienti estremi ed ostili è fondamentale riuscire ad essere preparati e lavorare in maniera sicuro ed efficiente.

La preparazione avviene in ambienti particolari ed usando attrezzature ad hoc?

Ci portiamo in ambienti estremi per l’addestramento perché questi favoriscono la modulazione dello stress, in generale cerchiamo locazioni simili agli ambienti planetari, qui si riescono a soddisfare le esigenze di gestione dello stress, ma anche verificare le difficoltà che vi si incontrano. L’idea è che l’ambiente favorisce l’addestramento, poi usiamo le attrezzature necessarie, a seconda se ci troviamo in grotta piuttosto che in superficie ad esempio. Collaboriamo anche con ditte che lavorano con tecnologie utili ad esplorare ambienti estremi, che hanno quindi le necessarie capacità tecnologiche, ma magari non sanno come muoversi in quell’ambiente, e necessitano di collaborare con esploratori esperti. Noi mettiamo insieme i due estremi.

Nell’immaginario collettivo e nella filmologia spaziale si vedono astronauti allenarsi in macchinari che riproducono l’assenza di gravità, le cose stanno veramente così o nella realtà sono diverse?

Si creano condizioni di micro-gravità, ma per condizioni di tempo limitate, ad esempio in piscina si usa il principio di Archimede per spingere su lo scafandro, magari aggiungendogli dei galleggianti che lo rendono più leggero. Questo è quello che si fa per l’allestimento alle attività extra-veicolari, poi ci sono i voli parabolici che permettono di ricreare situazioni di micro-gravità o gravità ridotte lunari o marziane per periodi di tempo molto limitati, nel picco della parabola. Nell’arco di salita della parabola si arriva ad avere anche il doppio della gravità terrestre.

 

In questi giorni è uscito First Man sul primo uomo che allunò, Neil Armstrong, allora l’addestramento durò 7 anni, quale è la situazione oggi?

L’addestramento tipico di una missione ISS per un addestramento non ancora esperto dura due anni e mezzo circa, prima di questo viene preparato con altri due anni di addestramento di base. Parliamo quindi di un minimo di quattro anni e mezzo prima di essere qualificati per assegnamento a un volo, poi ci sono periodi di tempo di addestramento specializzato, in sintesi non ci spostiamo molto dai sette anni di Armstrong. Questo per l’ISS che ben conosciamo, se si pensa di prepararsi a nuove missioni planetarie, ci sarà molto da imparare.

Le maggiori difficoltà che trova un astronauta nel percorso formativo?

Innanzitutto sarebbe una domanda da fare ad un astronauta, l’addestratore vede solo una parte della vita professionale di un astronauta. A mio avviso una delle difficoltà maggiori è la vita famigliare e sociale. Se si pensa che gli astronauti vengono scelti come persone molto capaci e curiose, non è l’aspetto fisico il più impegnativo, e neppure quello cognitivo, ma la vita famigliare, in quanto per i due anni e mezzo precedenti la missione ci si muove tra Europa, Russia e Stati Uniti. Terminata la missione dopo la fase di riabilitazione tutti vogliono i soggetti in convegni e riunioni, quindi la gestione del tempo libero, o anche solo trovarlo, diventa la maggiore difficoltà…

La selezione degli aspiranti come avviene?

Non è un aspetto di cui mi occupo personalmente. Posso dire che ci sono criteri simili o comuni ma processi diversi in Stati Uniti, Europa e Russia. Nel nostro caso bisogna prima convincere i governi ed i ministri che finanziano i voli umani europei, che sia necessario il reclutamento di nuovi astronauti. Ad oggi abbiamo sette astronauti attivi, Paolo Nespoli ha appena terminato la sua attività. La stazione spaziale internazionale è una sola, per cui gli accordi di ESA con i partners prevede un volo ogni due anni. Al momento l’Europa sta ottenendo un volo all’anno, anche sfruttando le contribuzioni italiane che hanno creato opportunità di volo per i nostri compatrioti. Nuove opportunità come collaborazioni con la Cina o nuovi accordi internazionali per missioni sulla Luna offriranno nuove opportunità che richiederanno nuove selezioni.  Una nuova selezione è quindi annunciata pubblicamente su siti ufficiali, gli aspiranti devono essere in buono stato fisico, avere almeno una laurea o dottorato in materie tecnico-scientifiche e parlare correntemente l’inglese. Essendo molte le persone che soddisfano questi requisiti, nei successivi passi di selezione si considerano altri fattori importanti, come la conoscenza approfondita del Russo (in futuro probabilmente anche del Cinese), una seconda laurea o un dottorato in un campo rilevante, oppure esperienze operative, ma anche la pratica subacquea o l’essere piloti.

Preparare un astronauta per una missione sulla stazione spaziale o per un allunaggio sono due percorsi diversi?

Sì, al momento ci si addestra sui veicoli utilizzati per arrivare sulla stazione spaziale internazionale, quelli che andranno sulla Luna saranno veicoli diversi. Sulla Luna si faranno ad esempio attività di geologia che non si fanno sulla stazione spaziale, per attività diverse ci vogliono percorsi addestrativi diversi.

Ci rimane la curiosità di vedere nei films gli astronauti che si cibano con le classiche pastiglie colorate, ma la realtà è proprio questa?

I cibi che si consumano sulla stazione spaziale sono principalmente russi ed americani, si tratta di prodotti pre-confezionati, liofilizzati piuttosto che termo-stabilizzati, quindi durano molto a lungo. Negli ultimi anni Europa e Giappone hanno iniziato a preparare del cibo chiamato ‘Bonus’, preparato da chef appositi. In genere viene condiviso anche con gli altri membri dell’equipaggio, Pare che i cibi preparati da Europa e Giappone siano molto apprezzati. Si tratta comunque di cibi pre-confezionati, ma preparati comunque come cibo gourmet. Nel 2012 con la missione di Luca Parmitano, fu portata della caponata, della parmigiana di melanzane, del tiramisu, cibo fantastico che pareva appena uscito dal forno. Per quanto pre-confezionato era semplicemente fantastico.

Ma lei è andata nello spazio?

No, altrimenti sarei un’astronauta e non una istruttrice. Come dicevo al TedX una delle difficoltà di noi istruttori è che non possiamo provare quali siano le difficoltà di vivere nello spazio. Dobbiamo ricreare gli ambienti spaziali in analoghi terrestri. La mia esperienza mi ha insegnato che la normalità è definita dall’ adattamento all’ ambiente. In ambienti estremi ognuno di noi è disabile. La tecnologia ci aiuta a trasformare la disabilità in superpoteri. Ci sono persone sulla terra che a causa delle loro disabilità hanno imparato a vivere in un ambiente per loro estremo. Sono astronauti sulla terra, la tecnologia li trasforma in superuomini.

Quando venne Luca Parmitano al TedX, una delle cose che ci colpì maggiormente fu il suo pensiero che dallo spazio non si vedono i confini.

Un pensiero molto bello, in effetti nel nostro lavoro si impara a lavorare con persone molto diverse, e questa diversità è una cosa che mi piace tantissimo. Abbiamo molti studenti che vengono da noi anche solo per sei mesi, e tutti ci dicono che sarà molto difficile per loro tornare a casa dopo essersi abituati a lavorare in un ambiente così internazionale e stimolante.

[Si ringrazia il TedX Bologna per l’ospitalità ed il prezioso supporto – NdR]

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