Centri per l’impiego, un fallimento?

I Centri per l’impiego, con i loro 6 mila dipendenti, costano alle casse dello stato 550 milioni di euro l’anno. L’Istituto Nazionale di Statistica ha recentemente svolto un’indagine sull’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, dalla quale emerge che “poco meno del 5% del totale dei giovani” in Italia trova lavoro grazie all’intermediazione dei Centri per l’impiego e delle Agenzie per il Lavoro.

Il loro scopo sarebbe quello di aiutare i disoccupati o inattivi a trovare un lavoro, anche attraverso una serie di politiche mirate a sostenere il rientro nel mondo del lavoro di da chi ne è uscito oltre la soglia dei 40 anni. In realtà, gli uffici di collocamento non hanno dato prova di utilità neanche prima che il tasso di disoccupazione raggiungesse il suo livello record, intasando di iscritti le liste di mobilità.

Nel Belpaese, insomma, i centri per l’impiego trovano lavoro solo a chi ci lavora come dipendente. Questi “uffici” sono stati creati nel 1997, in sostituzione dei vecchi uffici di collocamento. All’inizio la competenza spettava alle Regioni, poi passò alle Province. Il tutto costa di soli stipendi quasi 70 milioni di euro all’anno. Per fornire quali servizi? Anche su questo fronte, un monitoraggio del ministero del Lavoro ha scoperto i numeri pazzi della Sicilia, che in tutto ha 1.900 addetti contro gli 800 della Calabria, i 1.200 della Campania e i 1.000 della Lombardia.

Basta dire che soltanto il 2,2 per cento delle imprese italiane gestisce le assunzioni passando attraverso i centri per l’impiego. Una quota infinitesima, di poco superiore rispetto a quella degli annunci sulla stampa specializzata (1,5%) e decisamente inferiore a quella appannaggio di società di lavoro interinale e internet (5,2), alle banche dati aziendali (24,4) e soprattutto alle segnalazioni di conoscenti e fornitori che rappresentano il canale in assoluto più utilizzato con il 63,9 per cento del totale. Per giunta, negli ultimi tre anni il “potere” di questi centri è drammaticamente crollato. Dal 2010 a oggi è passato infatti dal 6,3 a poco più del 2%. Al Sud, poi, è letteralmente inesistente: appena l’1,1 per cento delle imprese si rivolge alle strutture pubbliche. In Calabria siamo all’1%.

Secondo l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, l’errore sarebbe stato proprio quello di assegnare le funzioni ad enti intermedi, ovvero le Province. Bisognerebbe, quindi, rivedere “il coordinamento tra lo Stato e le Regioni in materia”. A fronte di un numero di rapporti di lavoro attivati o cessati, cioè di pratiche curate, in Sicilia pari a 12 mila per Centro per l’impiego contro i 22 mila della Lombardia, che con la metà di addetti smaltisce però il doppio delle pratiche. Un esempio perfetto, quello dei Centri per l’impiego, per dimostrare come la Regione somigli sempre di più a uno stipendificio.

Come evidenzia Francesco Giubileo, ricercatore presso l’Università di Bologna: “In Italia il numero degli addetti nei centri per l’Impiego è di circa 10.000 unità per un costo complessivo annuo di 800 miliardi di euro. E’ vero che in altri paesi europei il numero degli addetti è molto più alto, ma in quei paesi, come ad esempio l’Olanda, la capacità dei Centri di collocare i lavoratori è molto più alta. In Italia, per come sono concepiti, anche aumentando gli addetti, il risultato sarebbe pessimo”.

Per trovare una soluzione concreta al problema, una risorsa importante potrebbe arrivare dalla riduzione degli incentivi alle imprese e dalla riorganizzazione di quello che, correttamente, il giuslavorista e senatore Pietro Ichino chiama formazione “vocazionale”, ovvero quei corsi di inglese o informatica di una o due settimane, che non incidono minimamente sulle opportunità di lavoro dei disoccupati e che in questi anni sono stati un grande affare per gli stessi enti formativi.

Perché non lasciare allora che l’attività di mediazione del lavoro venga svolta principalmente dal mercato?

©Futuro Europa®

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Un Commento

  • Confermo. Purtroppo tutto vero. Anche io mi sono recato in uno di questi centri quando ancora stavo frequentando l’università. Mi hanno promesso che mi avrebbero contattato per un colloquio di orientamento al lavoro ma a distanza di 5 anni e oltre sto ancora aspettando una telefonata. Una perdita di tempo e di soldi per noi contribuenti.

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