Cronache dai Palazzi

Slittamento di un anno per quanto riguarda l’attuazione del Pnrr, spostando la scadenza dal 2026 al 2027, una richiesta che il nostro Paese con il ministro dell’Economia Giorgetti sta portando avanti da diverso tempo. “Penso che tra le opposizioni utili per assicurarsi che il denaro del Next generation Eu venga usato in Italia e negli altri Stati membri, ci sia anche la possibilità di chiedere un allungamento dei tempi”, ha affermato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Per quanto riguarda la questione dei migranti “con Meloni abbiamo concordato che la gestione efficiente della migrazione è una priorità. Con il Patto su migrazioni e asilo adottato ieri dal Parlamento europeo l’Ue sta riformando il suo sistema”, ha sottolineato inoltre il presidente Michel, aggiungendo: “Continuiamo a rafforzare i partneriati con i Paesi terzi. Anche la lotta al traffico di esseri umani è una sfida che stiamo affrontando insieme”.

In una nota la premier Meloni ha a sua volta definito quali dovrebbero essere per Palazzo Chigi, e quindi per l’Italia, le “future priorità d’azione” dell’Ue: “Il rafforzamento della competitività e della resilienza economica europea, la gestione comune del fenomeno migratorio, la collaborazione in ambito sicurezza e difesa nonché la politica di allargamento”. Sfide che richiedono “la necessità di assicurare risorse comuni adeguate a sostegno dei relativi investimenti”.

A proposito di conti che devono quadrare, da Bruxelles il commissario per gli Affari economici Paolo Gentiloni afferma: “Apprezziamo la prudenza dell’Italia nel prendere decisioni, come quella del Superbonus”. Nello specifico il governo italiano negozierà con la Commissione europea l’estensione da cinque a sette anni del piano di risanamento della finanza pubblica per porre il rapporto tra debito e Pil “su un sentiero di continua e sostanziale riduzione”. È quanto si legge nella prefazione del Def, il Documento di economia e finanza.

Il ministero dell’Economia è pronto a prendere nuove misure per contenere il peso del Superbonus 110% sul deficit del 2025 e del 2026 quando è previsto al 3% del Pil. Da qui al 2027 si accumuleranno circa 160 miliardi di crediti di imposta, da scaricare sul fabbisogno di cassa e sul debito. Una cifra molto alta per cui Giorgetti ha ipotizzato di allungare a 10 anni la durata delle detrazioni Superbonus, oggi scontate in 4 o 5 anni. Aggredire il deficit e il debito risulterebbe indispensabile per favorire il taglio del cuneo fiscale e delle tasse, per cui il rifinanziamento è considerata “una priorità”.

La finanza pubblica assumerà delle linee più definite durante il periodo estivo dopo che la Commissione europea avrà indicato il percorso più idoneo per la riduzione della spesa pubblica primaria. Il debito nel 2025 sfiorerebbe i 3 miliardi e nei prossimi anni potrebbe aumentare a causa dell’impatto del Superbonus che ha di certo appesantito la situazione; l’inversione della curva è prevista solo nel 2027, come si legge nel Def. La crescita economica è una condizione determinante e il Mef ne definisce il ribasso all’1% nel 2024. I consumi delle famiglie e i progetti del Pnrr dovrebbero però sostenere la situazione. Tra gli obiettivi principali del Piano le esigenze di rafforzamento della Difesa e il sostegno della natalità. La spesa per le pensioni dovrebbe aumentare del 5,8% nel 2024 come per la sanità, per poi attestarsi attorno ad un +2,9%. L’inflazione dovrebbe invece mantenersi al di sotto della media Ue.

Per quanto riguarda gli sconti sopportabili è stata fissata la soglia di 219,5 miliardi di euro ma riguarda solo gli sconti in fattura e i crediti ricevuti, in quanto in questa cifra non rientrerebbero i conti detratti direttamente dai contribuenti. Tale conto corrisponde ai bonus fiscali sui lavori edilizi concessi agli italiani dal 2021 al 4 aprile scorso, termine ultimo per comunicare le operazioni del 2023. Una spesa sei volte superiore alla previsione iniziale. Solo il Superbonus 110% – le due versioni eco e sisma insieme – corrisponderebbe ad un credito di 160 miliardi; bonus facciate e crediti di imposta minori avrebbero inoltre generato altri 33 miliardi di buco.

Una crescita esponenziale: una spesa di 13 miliardi nel 2021, che è quadruplicata nel 2022 e che è quasi raddoppiata nel 2023 superando i 90 miliardi. Una spesa in evoluzione assolutamente non prevista dagli Uffici di governo; per quanto riguarda il Bonus facciate (2019) e il Superbonus 110% (2020) le Relazioni tecniche della Ragioneria di Stato registravano una spesa di 35 miliardi, mentre lo scostamento finale è stato di 180 miliardi di euro. Inoltre dei 219 miliardi di crediti registrati 16 sono oggetto di sequestro giudiziario o di blocco da parte dell’Agenzia delle Entrate. Il rientro totale dei crediti dovrebbe concretizzarsi nel corso di tre- quattro anni, non prima.

Tali meccanismi hanno comportato un sostanziale innalzamento del deficit: 8,7% del Pil nel 2021; 8.6% nel 2022; 7,2% nel 2023. In definitiva l’incremento del debito sarebbe di circa 35 miliardi l’anno fino al 2026 e si dovrà inoltre attendere giugno per quanto riguarda il parere di Eurostat sul 110%. L’istituto europeo dovrà rivalutare il trattamento contabile. In sostanza le detrazioni 110% con sconto in fattura e cessione del credito sono considerate spesa pubblica agevolata o scontata nel 2021, nel 2022 e nel 2023, in quanto se ne prevedeva l’utilizzo integrale. In questo momento però parte dei crediti rischia di andare perduta quindi Eurostat potrebbe stimare una entrata inferiore e le spese già registrate, già scontate in passato, sarebbero annullate per essere spalmate sui bilanci futuri.

I lavori nell’Edilizia avrebbero in definitiva comportato una crescita complessiva dell’occupazione nel settore delle costruzioni. Dopo la perdita di circa 600 mila posti di lavoro, dal 2020 al luglio del 2021 (dati Istat), nel comparto edile sarebbero 233 mila i posti di lavoro in più. Sempre secondo l’Istat, nel biennio ’21-’22 gli investimenti in edilizia hanno invece contribuito per due terzi alla crescita complessiva degli investimenti, spingendo per la prima volta il Pil italiano (+8,3%) oltre la media dei Paesi europei (+4%).

A proposito di Europa non passa inosservato il Patto per l’immigrazione e l’asilo che dopo 8 anni è stato raggiunto. L’attuale Patto è stato presentato dalla Commissione europea il 23 settembre 2020 ma la prima proposta risale alla Commissione Juncker del 2016, proposta poi ritirata in quanto non era stata raggiunta alcuna intesa.

Per il ministro dell’Interno Piantedosi l’attuale Patto è “il miglior compromesso possibile, che tiene conto in ogni caso delle prioritarie esigenze dell’Italia”, raggiunto “grazie alla nostra capacità di negoziazione”. Contrario il parere della Lega che definisce il Patto “una proposta deludente che non risolve in alcun modo il problema dei flussi illegali e clandestini lasciando sola l’Italia ancora una volta”. La Lega ha infatti votato contro “dopo aver proposto soluzioni di buonsenso, tutte non prese in considerazione da parte di un parlamento lontano dagli interessi” dei cittadini europei.

Maggioranza italiana divisa quindi in sede europea. Al contrario degli alleati leghisti per Antonio Tajani di Forza Italia il Patto rappresenta “un passo importante che supera la stagione di Dublino. Mi pare che sia un risultato positivo che vede un’Europa finalmente protagonista”. A favore Fratelli d’Italia che vota sette provvedimenti su nove. Contrari Cinque Stelle, Verdi e Pd che vota diversamente dal proprio eurogruppo. In sede europea contrari anche i cosiddetti sovranisti che convocano un punto stampa per dire no a un patto “immigrazionista e nocivo per l’Europa”. Drastica la posizione di Ungheria e Polonia. Per Orbán “l’unità è morta, i confini sicuri non ci sono più” e in sostanza tale Patto “è un altro chiodo nella bara dell’Unione europea”.

Per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyne si tratta di “un’intesa storica”. Il Patto prevede in sostanza “solidarietà obbligatoria” nella gestione dei flussi di immigrazione e sono previsti contributi finanziari per i Paesi che provvederanno alla ricollocazione dei migranti. Per quanto riguarda le frontiere si prevede un sistema di monitoraggio indipendente in ogni Stato membro e controlli rafforzati con procedure di screening pre-ingresso. Il regolamento stabilisce una soglia minima di 30 mila ricollocamenti l’anno di richiedenti asilo e un contributo finanziario per ogni migrante pari a 20 mila euro. Prevista a livello europeo una procedura comune per la concessione o la revoca della protezione internazionale.

“Il Patto prevede un solido quadro legislativo uguale per tutti gli Stati membri”, ha affermato la presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola. Ovviamente il Patto “non risolverà magicamente tutti i problemi da un giorno all’altro, ma rappresenta giganteschi passi in avanti”, ha sottolineato Metsola specificando che c’è ancora molto da lavorare “sui rimpatri e sulla collaborazione con i nostri Paesi partner”.

“Con il Patto sulla migrazione nessun Paese sarà lasciato solo, abbiamo introdotto un meccanismo di solidarietà obbligatoria: l’Europa migliore è l’Europa che si muove unita”, ha a sua volta dichiarato la presidente von der Leyen, puntualizzando che “le norme rendono più sicuri i confini esterni proteggendo i diritti fondamentali delle persone”. Il voto sui nove articolati è ancora in corso e ora il Patto dovrà essere approvato in via definitiva dal Consiglio (gli Stati). L’applicazione dei regolamenti molto probabilmente tra due anni.

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