Un altro giro (Film, 2020)

La cinematografia danese è vitale, soprattutto per merito di registi come Thomas Vinterberg e Lars Von Trier, autori di scuola molto simile, che fanno grande uso di macchina a mano e intense soggettive, puntando su realismo e storie politicamente scorrette. Un altro giro (Druk) di Vinterberg si aggiudica il Premio Oscar 2020 come miglior film straniero e riceve un’accoglienza entusiasta da parte di critica e pubblico, anche in Italia, dove debutta alla Festa del Cinema di Roma.

Vinterberg racconta la storia di Martin (Mikkelsen) e altri tre amici insegnanti di liceo, demotivati e annoiati dall’esistenza che conducono, che provano ad affidare all’alcol un’improbabile rinascita. Tutto procede sulla scia di una teoria che consiglia di avere in corpo sempre una minima quantità di alcol per tenersi su di giri durante le ore lavorative, prendendo a esempio Hemingway e Churchill che ottennero discreti successi bevendo molto. Purtroppo, esagerando le conseguenze possano essere imprevedibili. Il film parte da un assunto politicamente scorretto – l’opinabile teoria di uno psichiatra norvegese (Finn Skarderuds) sulla quantità di alcol necessaria per vivere bene – per raccontare una storia di amicizia e di fallimenti (Kierkegaard è onnipresente), di crisi familiari, di rimpianto per la gioventù perduta, di voglia di trasgredire per sentirsi vivi. Il problema dell’alcolismo è molto sentito nei paesi nordici ma non è certo una crociata moralizzatrice quel che interessa al talento sopra le righe di Vinterberg. Il regista racconta la perdita della sicurezza e della stima di sé stessi in una crisi di mezza età, una sorta di depressione che rischia di far precipitare tutto, di distruggere famiglie e rapporti, in una spirale che avvolge e non abbandona.

Studio dei personaggi e psicologia sono gli aspetti migliori di un film che gode della grande interpretazione di Mads Mikkelsen (recita con gli sguardi e con l’espressione del volto), di un’intensa fotografia nordica e di un notevole impianto teatrale. Riprese insolite, sghembe, nervose, dissolvenze e sfocature per sottolineare l’obnubilamento mentale del personaggio, storia narrata in soggettiva, raccontata in prima persona. Bellissimo e cinematografico il finale con il metaforico e liberatorio volo nel gelido mare del Nord da parte del protagonista.

Un film da vedere, anche per scoprire quanto abbiamo ancora da apprendere da molte cinematografie europee piuttosto evolute.

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Regia: Thomas Vinterberg. Soggetto e Sceneggiatura: Tobias Lindholm, Thomas Vinterberg. Fotografia: Sturla Brandt Grovlen. Montaggio: Janus Bileskov Jansen, Anne Osterud. Scenografia: Sabine Hviid. Costumi: Ellen Lens, Manon Rasmussen. Trucco: Marly Van de Wardt. Produttori: Kasper Dissing, Sisse Graum Jorgensen. Case di Produzione: Zentropa Entertainments, Film i Vast, Zentropa Sweden, Topkaki Film, Zentropa Netherlands. Distribuzione: Movies Inspired, Medusa Film. Paese di Origine: Danimarca, 2020. Durata: 115’. Titolo Originale: Druk. Lingua Originale: Danese. Produzione: Danimarca, Svezia, Paesi Bassi. Genere: Drammatico. Interpreti: Mads Mikkelsen (Martin), Thomas Bo Larsen (Tommy), Lars Ranthe (Peter), Magnus Millang (Nicolaj), Maria Bonnevie (Anika), Helene Reingaard Neumann (Amalie), Susse Wold.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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