Cronache dai Palazzi

Una crisi di governo che era nell’aria da giorni. Alla fine sono arrivate le dimissioni del premier Mario Draghi anche se prontamente respinte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha suggerito al presidente del Consiglio di prendere tempo e, come da prassi, di presentarsi di fronte al Parlamento per verificare l’esistenza e la resistenza di un’eventuale maggioranza. Mario Draghi si presenterà alle Camere mercoledì 20 luglio.

Dimissioni quindi messe da parte fino a mercoledì prossimo, anche se Mario Draghi sembra essersi ritirato con l’intenzione di lasciare concretamente Palazzo Chigi e non per farsi riaffidare un secondo incarico dal capo dello Stato. “Non ha senso che io insista a farmi logorare”, sembra aver affermato confrontandosi con il presidente Mattarella, dopo l’amara constatazione di una ferita praticamente insanabile in seno alla sua maggioranza, palesemente insoddisfatto di ciò che ormai da giorni Mario Draghi definiva un “non governo”.

Dopo un doppio colloquio con il premier Draghi, il presidente Mattarella ha comunque auspicato un rinvio alle Camere deciso per mercoledì 20 luglio, e nel frattempo lunedì Draghi volerà in Algeria per chiudere gli accordi sul gas. Un passo indietro del premier sembra un’ipotesi molto ardua considerando la sua robustezza di carattere e la sua statura istituzionale, e la prossima settimana, tra Montecitorio e Palazzo Madama, potrebbe limitarsi a scarne comunicazioni, magari togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa in maniera stilosa ed ironica come è accaduto anche in altre occasioni.

Non si esclude un rilancio delle attività di governo, magari su nuove prerogative in grado di assecondare le richieste dei Cinquestelle. Nei giorni scorsi il presidente Draghi aveva esplicato ai giornalisti a chiare lettere: “Per me non c’è governo senza il Movimento 5 Stelle e non c’è un governo Draghi altro che l’attuale”. I Cinquestelle alla fine non votando il decreto Aiuti sono venuti meno al “patto di fiducia” sul quale si fondava la maggioranza e, gioco forza, le precedenti parole di Mario Draghi si sono tradotte in un “ne ho piene le tasche” e in un conseguente abbandono del timone del Cdm rivendicando di aver impiegato “il massimo impegno per per proseguire nel cammino comune”. Una catena estenuante di diktat, ultimatum, rinvii e negoziati per tentare ogni giorno di garantirsi la sopravvivenza politica fino alla fine della legislatura hanno condotto Mario Draghi ad abbandonare la nave, non più affatto soddisfatto, o tantomeno convinto, del motto “si naviga a vista”. Dopo un primo colloquio con il capo dello Stato e un paio d’ore di riflessione nel proprio studio a Palazzo Chigi, Draghi ringraziando tutta la squadra del suo esecutivo avrebbe convintamente espresso il proprio giudizio: “Non ci sono più le condizioni per andare avanti”. Una sintesi semplice e lapidaria, di fatto inequivocabile.

Il presidente della Repubblica a sua volta ha deciso di parlamentarizzare la crisi mirando a far assumere le proprie responsabilità alle varie forze politiche in campo, e tentando di superare un paradossale showdown in un periodo in cui imperversa ancora la pandemia e in cui la crisi economica si fa ogni giorno più pressante anche a causa delle ripercussioni del conflitto in corso in Ucraina.

Quella che si è aperta ora è senza dubbio una partita complessa, durante la quale Mario Draghi non sarà disposto a concedere molti spazi agli oppositori in campo. Da un eventuale decreto di scioglimento delle Camere alle elezioni anticipate dovrebbero trascorrere, per legge, non più di sessanta giorni per votare quindi a fine settembre o a inizio ottobre, e varare un esecutivo praticamente di corsa per portare a termine la Legge Finanziaria e per evitare, di fatto, l’esercizio provvisorio.

L’eventuale uscita di scena di Mario Draghi comporterebbe il dovere di verificare se il Parlamento esistente è in grado di sostenere un’ipotetica altra maggioranza che sia in grado di traghettare il Paese verso la fine della legislatura e arrivare almeno al varo della Legge di Bilancio. Una eventuale nuova maggioranza che non contenga i Cinquestelle comporterebbe comunque uno spostamento dell’asse e del baricentro della squadra dell’esecutivo; le forze al suo interno – in primo luogo il Pd – dovrebbero di fatto rinegoziare le proprie posizioni e le proprie agende. È riemersa l’ipotesi Daniele Franco premier come ai tempi delle elezioni per il capo dello Stato nel caso in cui Draghi fosse salito al Quirinale, ed anche l’opzione Giuliano Amato, per un governo “di scopo” che si occupi dei provvedimenti più urgenti prima di tornare alle urne.

Il Partito democratico, nello specifico, ha fermamente espresso il proprio impegno per evitare “una crisi gravissima che il Paese non può permettersi”. “Per noi il governo deve continuare”, ha dichiarato il segretario dem Enrico Letta, anche se nel suo partito cresce l’ostilità verso i Cinquestelle.

“La scelta del Movimento Cinque Stelle ci divide”, ha affermato Letta ammettendo lo strappo degli alleati. Il segretario dem ha inoltre affermato di “non temere il voto” ma di essere deciso a fare tutto il possibile per evitarlo, anche perché la consistenza di un cosiddetto “campo largo” sarebbe tutta da verificare. Limpido il giudizio del presidente dem dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini: “Se metti a rischio il governo nel mezzo di una pandemia energetica, aggravata dalla guerra, sei semplicemente un irresponsabile. Punto”. Parole taglienti che denoterebbero l’impraticabilità di una collaborazione governativa con i Cinquestelle.

Il mediatore Enrico Letta non esclude comunque la possibilità di riallacciare con Giuseppe Conte e con i pentastellati, magari smussando le asperità del Movimento e ricostruendo un rapporto con i grillini in vista delle prossime elezioni politiche, alla luce del suddetto “campo largo”. Tutto ciò anche in virtù dell’attuale legge elettorale e dato che il Parlamento, anche nel caso in cui sopravvivesse alla crisi, non riuscirebbe ad attuare una riforma elettorale proporzionale. Il campo largo potrebbe rivelarsi auspicabile per le elezioni in marzo o non ci sarebbe competizione con un centrodestra magari ricompattato. Nel caso in cui si dovesse andare alle urne in autunno lo strappo con Conte non permetterebbe invece la costruzione di un’eventuale coalizione con i grillini.

Il Pd di Enrico Letta mirerebbe a “ricreare la maggioranza” e il Quirinale potrebbe chiedere a Mario Draghi di restare al suo posto, anche se non è scontato che l’ex presidente della Bce abbia interesse a gestire l’ordinaria amministrazione in acque molto agitate e su di una barca che tende ad affondare. Un’ulteriore deriva potrebbe essere che il Colle si renda conto dell’inesistenza della concreta possibilità di arrivare alla fine della legislatura con una coalizione sbriciolata che denota il venir meno delle condizioni che hanno portato ad esecutivo di unità nazionale. Lo scioglimento delle Camere è per il Quirinale l’epilogo da evitare ma se la maggioranza dovesse sopravvivere alle tensioni occorrerebbe capire in quali condizioni il premier Draghi sarebbe disposto a continuare.

In definitiva, “la maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla creazione non c’è più. È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo” ha affermato Mario Draghi annunciando le proprie dimissioni. Ricordando inoltre il proprio discorso di insediamento nel febbraio 2021 Draghi ne ha ripreso i concetti fondamentali: “Un sostegno che non poggia su alchimie politiche”, ed ancora “l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere”, aveva sottolineato il neopremier di fronte all’Aula con la convinzione che il terzo governo della legislatura non potesse “far bene senza il sostegno convinto” dell’intero Parlamento. Una compattezza che si è rivelata fondamentale per ottenere dei risultati importanti di cui “essere orgogliosi”, per di più “in un momento difficile, nell’interesse di tutti gli Italiani”.

Il principio ‘no alla fiducia ma si rimane al governo’, un’ipotesi palesata da diversi pentastellati, non sembra essere per nulla nelle corde di Draghi, né tantomeno un Draghi bis, per cui appare sempre più concreta la possibilità di un suo addio a Palazzo Chigi con sullo sfondo lo scenario delle elezioni anticipate, mentre l’Europa ci guarda con “preoccupazione e stupore”, come ha rimarcato il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni. In sostanza per l’Ue la presenza di Draghi in Italia e in Europa ha rappresentato stabilità, affidabilità e serietà. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha più volte rimarcato “la stretta e costruttiva cooperazione con il presidente Mario Draghi”. Una crisi quella italiana sopraggiunta mentre l’Europa sta fronteggiando le conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina, tra cui la crisi energetica del gas e un’economia fortemente decelerata. Disattendere la fiducia europea significherebbe venir meno al progetto di un’Europa unita, democratica e solidale sia sul fronte dei valori moral sia sul fronte dei valori economici.

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