Cronache dai Palazzi

La pandemia ha incentivato lo smart working scardinando di fatto delle resistenze. Prima dell’epidemia da Coronavirus l’Italia ne usufruiva solo per il 2%, contro l’11% della media Ue. Secondo uno studio del ministero del Lavoro e dell’Inail, invece, a causa del Covid-19 i lavoratori che hanno usufruito del lavoro da casa almeno per un giorno sono passati dai 480 mila della fase pre lockdown (novembre 2017/marzo 2020) ai 1,5 milioni del periodo metà marzo/16 giugno.

Secondo quanto rileva l’Istat circa un terzo delle forze lavoro, ossia 7 milioni di occupati potrebbero “stare in ufficio” a distanza, 4,1 milioni nelle professioni che presuppongono una certa dose di supervisione e 2 milioni tra quelle che invece godono di una autonomia più ampia.

“I  rischi maggiori sono l’isolamento e il mancato coinvolgimento aziendale ma anche quello di non porre limiti fra orari di lavoro, tempo libero e diritto alla disconnessione”, rileva Sergio Iavicoli, direttore del Dipartimento medicina, epidemiologia e igiene del lavoro e ambientale Inail e membro del Cts. “Vi è poi un tema legato alla disponibilità di strumentazioni informatiche e connettività adeguate che possono creare disuguaglianze”. In definitiva però il bilancio è positivo.

Di fatto il lavoro in modalità smart working, sia nel pubblico che nel settore privato, ha contribuito in maniera significativa al “contenimento della pandemia prevedendo affollamenti, garantendo la sostenibilità della mobilità oltre ad un minor impatto ambientale”. Ciò vuol dire che le aziende e le organizzazioni possono “migliorare l’efficienza e la produttività e allo stesso tempo la soddisfazione dei lavoratori” garantendo “un giusto equilibrio fra lavoro e bisogni personali”. Per far sì che la modalità smart working diventi “una modalità sostenibile” al 100 per cento è necessario però un approccio integrato che presuppone “un’adeguata mappatura del fenomeno capace di individuare criticità e il punto di vista di tutti incluso il management”, come spiega Iavicoli. In questo contesto, l’Inail insieme al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero della PA porta avanti progetti di ricerca finalizzati ad individuare “strumenti di prevenzione e gestione dei rischi psicosociali”, legati alle nuove forme di lavoro che si sviluppano attraverso lo smart working.

Non tutti ovviamente possono lavorare da remoto, ma nel caso in cui ciò sia realizzabile è comprovato che lavorare in modalità agile possa migliorare addirittura la produttività senza dover incrementare le ore di lavoro, bensì guadagnando del tempo prezioso eliminando ad esempio gli spostamenti per recarsi in ufficio. Non potrebbero comunque lavorare in smart working i lavoratori posti in quarantena in quanto positivi al Coronavirus, anche se asintomatici.

Secondo quanto stabilito finora dai decreti Cura Italia e Rilancio poi convertiti in legge – oltre al “messaggio” Inps 2584 del 24 giugno e al Dpcm 7 agosto 2020 – per i positivi al SARS-CoV-2 sarebbe infatti vietato lavorare anche da casa. Anche per coloro che non rivelano sintomi della malattia. In questo periodo post vacanze, inoltre, coloro che sono di ritorno dalle cosiddette zone a rischio come Spagna, Grecia e Croazia, devono rimanere in quarantena fino a quando non saranno in possesso dell’esito negativo del test e durante tale periodo non potranno lavorare.

In quest’ottica i danni per le aziende sono ovviamente non trascurabili, tantoché il governo ha intrapreso un dialogo con sindacati e imprese per definire la questione legata al lavoro agile, valutando tra le diverse questioni anche la possibilità di far lavorare in smart working gli asintomatici, quando ovviamente c’è il consenso del lavoratore.

Su un altro fronte ci si prepara alla riapertura delle scuole in tutta Italia con i test rapidi, che sono ancora in fase di monitoraggio. “Procediamo con giudizio e gradualità”, ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza, confermando comunque la validità dei test rapidi che in Italia sono in fase di sperimentazione (nei porti e negli aeroporti) e che rivelerebbero la presenza del virus attraverso le proteine virali (antigene).

In pratica i test rapidi, per cui non sono necessarie apparecchiature di laboratorio, potrebbero rivelarsi degli strumenti molto agili per la ripartenza in sicurezza del sistema scolastico. “Sono un pezzo della nostra strategia per l’autunno”, ha sottolineato il ministro. I suddetti test consentirebbero un monitoraggio rapido ed efficace del personale docente e non docente e nel caso in cui fosse individuato un docente o uno studente positivo la situazione potrebbe essere arginata in maniera tempestiva, senza paralizzare tra l’altro l’intera classe o addirittura un intero istituto. I test rapidi possono fornire una risposta in mezz’ora e la loro sensibilità è intorno all’85%.

Nel rapporto dell’Istituto superiore di sanità intitolato “Indicazioni operative per la gestione dei casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole”, viene precisato che i test rapidi “sono in continua evoluzione tecnologica per migliorare la loro performance”. Gli scienziati prevedono un incremento del grado di sensibilità di tali test che una volta validati potranno apportare “un essenziale contributo nel controllo della trasmissione” del Coronavirus. Dopodiché il ministero della Salute procederà con il via libera e si apriranno le gare per gli acquisti. Per ora le Regioni si organizzano autonomamente. Veneto e Lazio useranno i test rapidi. Niente tamponi a casa, inoltre, per bambini che rivelano sintomi legati al Covid, bensì aree dedicate alle quali poter accedere senza alcuna prenotazione.

Tra le questioni sul tavolo del governo in questi giorni, vi è il problema dei genitori costretti alla quarantena a causa di un figlio affetto da Coronavirus, a tale proposito la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, ha garantito una norma ad hoc. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha invece auspicato l’utilizzo dell’app Immuni per gli studenti dai 14 anni in su, in quanto “è importante per tracciare meglio e circoscrivere rapidamente contagi ed eventuali focolai”. Dopo una certa ritrosia iniziale nei confronti dei test sierologici, inoltre, ora lo screening di docenti e  personale Ata sembra procedere nel migliore dei modi in quanto i lavoratori del settore scolastico si starebbero sottoponendo ai testi “con senso di responsabilità”. Sono circa 17 mila i test sierologici eseguiti solo nel Lazio.

Per quanto riguarda il vaccino, infine, “entro la fine del 2020 arriveranno le prime dosi” dalla multinazionale AstraZeneca, ha assicurato il ministro Speranza, ribadendo il ruolo in prima linea dell’Italia “nella battaglia per il vaccino”, grazie anche all’alleanza con Francia, Germania e Olanda.

L’Unione europea ha reso noto che le prime dosi del vaccino denominato “Oxford” sviluppato da AstraZeneca, definito scientificamente “adenovaccino” – cioè una formula simile a quella già studiata e impiegata per Ebola con adenovirus capaci di sconfiggere nello specifico la “proteina spike” responsabile del virus SARS-CoV-2 – potrebbero arrivare sul mercato a novembre anche se occorre comunque attendere l’esito dei test. La Commissione europea ha firmato un contratto con l’azienda biofarmaceutica che dà la possibilità agli Stati membri di acquistare 300 milioni di dosi ed in seguito altre cento.

Bruxelles avrebbe previsto una logica di “piattaforma” per il vaccino contro il Coronavirus, con l’obiettivo di diversificare le tecnologie che sono alla base delle diverse formule realizzate da varie aziende (Johnson & Johnson, CureVac, Moderna, Sanofi).

“Stiamo investendo molto sul vaccino perché lo riteniamo  la soluzione vera a cui l’Italia, L’Europa e tutti gli altri Paesi del mondo  stanno lavorando”, ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza, ribadendo l’alleanza  costruita “in modo particolare con Germania, Francia e Olanda per rafforzare la proposta europea in campo di vaccini”.

A breve, inoltre, la Commissione europea e l’Oms dovrebbero annunciare una specifica mobilitazione di risorse per favorire l’accesso equo al vaccino, lanciando l’acceleratore Act dell’Oms. L’obiettivo è lo sviluppo di vaccini contro il Coronavirus a prezzi contenuti e quindi accessibili alla maggior parte della popolazione non solo in Europa.

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