Cronache dai Palazzi

Una scarsa affluenza alle urne determinerebbe “uno stato di salute meno florido della nostra democrazia”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama “tutti, nessuno escluso” al senso di responsabilità “verso la comunità nazionale” in vista delle elezioni del 4 marzo. Di certo un nuovo calo della partecipazione alle urne “costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni”. L’antipolitica non può diventare un alibi ed inoltre “non si può configurare una contrapposizione tra istituzioni mal frequentate e una mitizzata e ideale società civile: sappiamo che non è così”, ha affermato Mattarella.

L’ammonimento è il seguente: “Nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”. In pratica anche il presidente della Repubblica teme una risalita dell’astensionismo e a circa 40 giorni dal voto, affidando le proprie riflessioni a Famiglia Cristiana, si concentra sulla Carta costituzionale – come una bussola – che definisce “cassetta degli attrezzi per il futuro”.

Mattarella esorta i partiti a presentare programmi “realistici e credibili” ma si rivolge anche al “popolo” degli italiani che ha comunque il compito di “essere disponibile al dialogo” e il dovere di informarsi sulle scelte politiche. È necessario essere informati per ‘comprendere’ ed eventualmente ‘criticare’.

Politici e cittadini sono chiamati a fare ognuno la propria parte, “nei ruoli propri, per il bene comune”. Secondo il presidente della Repubblica “cittadino” è “chi avverte autenticamente il proprio status” e “non si sente un creditore che esige soltanto”. Un vero “cittadino” è colui che “avverte che siamo tutti creditori e debitori nei nostri comportamenti”.

Al bando quindi comportamenti o atteggiamenti disgregatori, che molto spesso generano “risentimento e talora addirittura rancore”. Si tratta di comportamenti “pericolosi”, ha ammonito Mattarella, e molto spesso trovano nel web terreno fertile. Ovviamente vi sono molti cittadini che, al contrario, si impegnano “con abnegazione e gesti generosi”, che mirano ad “affrontare con fiducia il futuro”.

Il presidente Mattarella evoca la parola “fiducia” quasi come un mantra, perché è il fattore deciso se si vogliono sbloccare certe situazioni e risolvere determinate criticità del sistema Paese. In cima alla lista “resta la disoccupazione, principale emergenza del Paese”. Occorre fiducia anche in Europa dove si voterà nel 2019, quando molto probabilmente “si presenterà un altro orizzonte” e anche l’idea di Europa subirà dei cambiamenti.

Guardando al 4 marzo i sondaggisti, a loro volta, prevedono più astenuti rispetto al 2013. Sarebbero ben sedicimilioni gli italiani intenzionati a restare a casa. E di fronte a promesse irrealizzabili la quota del 30 per cento relativa al non voto potrebbe incrementarsi ulteriormente.

“Il Paese è in una bolla di rancorosità”, afferma il presidente di Ixé, Roberto Weber, e “la fascia più frustata è quella tra i 25 e i 45 anni che non ha lavori stabili”. Per Enzo Risso di Swg “l’indecisione è profonda, l’elettore sceglierà a ridosso del voto puntando sul meno peggio”. L’analisi di Alessandra Ghisleri di Euromedia Research è ancora più cruda: “La metà dei giovani tra 18 e 24 anni diserterà le urne, perché non ha punti di riferimento. Nelle intenzioni di voto siamo tra il 68% e il 70 %, ma ci aspettiamo colpi di scena”.

In sostanza l’incisivo appello alla responsabilità del presidente della Repubblica forse non potrà scardinare certe posizioni troppo radicate, anche se il 4 marzo è ancora abbastanza lontano e la fascia degli ‘indecisi’ potrebbe comunque rivelare delle sorprese, concedendo al voto una dignità diversa.

Anche le istituzioni europee temono che l’incertezza possa rivelarsi un colpo basso per il voto italiano. Tutte le cancellerie europee (Parigi, Berlino e Bruxelles) guardano alla data del 4 marzo con un po’ di preoccupazione; la paura è che dal voto italiano emergano i partiti euroscettici guidati dai Cinquestelle e dalla Lega, oppure, che non vi sia nessun vincitore la sera del 4 marzo gettando il Paese nel caos, costretto così ad un accordo post-elezioni tra forze diverse.

In maniera irrituale il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, parla di “rischi politici” per l’Europa esplicando le sue perplessità: “L’Italia si prepara a elezioni il cui esito è quanto mai incerto. Quale maggioranza uscirà dal voto? Quale programma e quale impegno europeo? Il tutto in un contesto che vede la situazione economica dell’Italia non certo al migliore livello”.

Moscovici addita i Cinquestelle e, riferendosi a Di Maio, afferma che “è un controsenso assoluto la proposta di sfondare il tetto del 3%” del rapporto deficit-Pil. “Ridurre il deficit significa combattere il debito – incalza il commissario – e combattere il debito significa rilanciare la crescita. Più sei indebitato, più sei incastrato”.

Il pentastellato Di Maio ovviamente si difende e chiede “un confronto pubblico a Moscovici. Noi vogliamo fare investimenti in deficit ad alto moltiplicatore per ripianare il debito, ha spiegato il leader dei Cinquestelle che, in ogni modo, definisce “un’ingerenza” l’intrusione di Pierre Moscovici nella situazione elettorale italiana. “È successo sul referendum e non ha portato bene…”. Anche per Matteo Salvini è “inaccettabile l’intrusione di un burocrate europeo nelle nostre elezioni”. Le dichiarazioni di Pierre Moscovici gelano inoltre Palazzo Chigi, che sceglie comunque di prendere le distanze dall’allarmismo di Moscovici, astenendosi da ogni commento.

La polemica diffusasi all’interno dei Palazzi di Bruxelles provoca anche una reazione da parte del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che prende una posizione a difesa dell’Italia: “Dalle elezioni verrà un governo stabile, il commissario europeo avrebbe dovuto essere più prudente nei suoi giudizi”. In ogni caso Pierre Moscovici ha aggiustato il tiro affermando che “comunque spetta agli italiani decidere” e l’Ue lavorerà “con qualunque esecutivo democraticamente eletto”.

A proposito di “investimenti fuori dai limiti di bilancio” interviene anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan che spiega come tagliare le tasse in deficit “non è fattibile, perché metterebbe immediatamente il Paese in condizioni di maggiore fragilità e subito immediatamente i mercati”. Però, “sono a favore della regola aurea: escludere gli investimenti pubblici dai vicoli” del deficit. A proposito di lavoro e occupazione, infine, Padoan spezza una lancia a favore del Jobs Act: “È e rimane una grande riforma che continuerà a dare risultati positivi nel tempo facilitando le assunzioni”. Occorre però capire perché è ancora molto diffusa la “tendenza ad assumere a tempo determinato”, dato che questa tipologia di contratto copre “oltre la metà” del milione di nuovi posti di lavoro.

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