DDL Cirinnà, arriva in Aula il Decreto bis

[Riceviamo questo intervento di Mirko De Carli che non rappresenta la posizione ufficiale della nostra Testata. Lo pubblichiamo nel rispetto del dovere di ospitalità e certi di suscitare un dibattito tra i Lettori – NdD]

Il 26 gennaio 2016 tornerà in aula il disegno di legge sulle unioni civili che porta il nome della senatrice Pd Monica Cirinnà: si tratterà della fase finale di un percorso avviato nel 2013 con la presentazione del ddl 14. In questi giorni abbiamo avvertito forti frizioni tra favorevoli e contrari al provvedimento e anche all’interno del mondo cattolico: se per le prime troviamo il riproporsi dello schema classico dei guelfi contro i ghibellini, nelle seconde si sono potuti avvertire segnali positivi rispetto alla consapevolezza all’interno della Cei della posta in gioco con il voto sulle unioni civili al Senato.

Dopo le dichiarazioni di De Palo, neo eletto Presidente del Forum nazionale della famiglie, che rivendicava una maggiore attenzione al tema del quoziente familiare evitando scontri ideologici su ciò che è famiglia e ciò che non lo è, sono arrivate dichiarazioni confortanti da parte del Presidente della Cei Card. Bagnasco tese a ribadire la centralità della famiglia naturale come istituto portante della società civile e non assimilabile ad altri tipi di unioni e la necessità di un impegno attivo dei cattolici a sostegno di questo soggetto sociale così importante. Dichiarazione confortante soprattutto in una fase delicata e decisiva come quella attuale. Occorre quindi da oggi in avanti aver ben chiaro l’obiettivo e la strategia attraverso la quale perseguirlo: far ritirare il ddl Cirinnà bis attraverso un’azione condivisa tra laici e Chiesa.

Come fare tutto questo? Prima di tutto è necessaria una riposta chiara e netta da parte della Chiesa stessa come avvenuto durante il referendum abrogativo del matrimonio same sex in Slovenia con l’intervento diretto di Papa Francesco a sostegno dei laici impegnati in prima linea nella battaglia civile. Poi occorre mettere in campo, attraverso un lavoro congiunto tra i senatori amici di Piazza San Giovanni, un’azione parlamentare volta a chiedere il passaggio in commissione (come previsto da regolamento) e a predisporre il maggior numero di emendamenti (ostruzionistici e non) per rendere evidenti le storture e le insidie interne al disegno di legge, in primis la palese incostituzionalità (essendo un istituto giuridico rivolto a una sola categoria di cittadini, gli omosessuali, in netto contrasto con l’art. 3 e 29 della Costituzione italiana). In sequenza va poi aperto e favorito, attraverso campagne di mobilitazione interne ed esterne alla politica di palazzo, un vivo ed accesso dibattito all’interno dei partiti presenti in parlamento: partiti che vedono al  loro interno posizioni divergenti (penso in particolare al Pd e Forza Italia) e che rischiano di trovarsi letteralmente ‘usati’ sull’altare del falso progressismo renziano durante il voto finale in aula (rischio altissimo per pentastellati grillini).

In eguali termini occorre che i parlamentari amici del Comitato ‘Difendiamo i nostri figli’ (e qui mi riferisco ad Area Popolare in primis) si rendano conto che non è sufficiente farsi promotori di un ddl per introdurre il reato universale dell’utero in affitto: occorre porre la questione di fiducia sul ddl Cirinnà bis. Onore al merito a senatori come Giovanardi e Quagliariello che hanno deciso di abbandonare Ncd perché ritenuta la leadership di Alfano troppo appiattita sulle posizioni di governo di Renzi e perché non disposti a votare le unioni civili. In ultimo occorre cominciare a scaldare i motori del popolo del family day in previsione di una nuova mobilitazione con numeri ancora più imponenti di quella del 20 giugno 2015, capace di sferrare il colpo finale sulla caduta del disegno di legge promosso dalla senatrice Cirinnà. Una sorta di ‘prescrizione medica’ per evitare che pratiche come l’utero in affitto possano diventare realtà anche in Italia.

Occorre comprendere che la battaglia contro le unioni civili made in Cirinnà non è contro il sacrosanto diritto delle coppie same sex ad una regolamentazione delle loro convivenze: per questo ho più volte ripetuto la necessità di rendere operativo in ogni sua parte il DpR 223 del 1989. Ma equiparare il matrimonio fondato sulla famiglia naturale come previsto dalla Costituzione italiana con le unioni arcobaleno significa introdurre conseguentemente nel nostro paese tutte quelle derive pericolose (come la già citata pratica dell’utero in affitto) che in Europa stanno destando malumori e preoccupazioni ovunque. Ricordiamoci che una volta approvata una legge, la legge fa costume e difficilmente un referendum risulta capace di abrogarla. Occorre ragione, buon senso e lungimiranza politica. Tutte doti che la nostra gente ha sempre dimostrato di avere nelle scelte cruciali della vita civile del paese.

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