In viaggio con Jacqueline (Film, 2016)

Mohamed Hamidi (Bondy, 1972) è un regista franco-algerino che in patria ha realizzato due film: Né quelque part (2013) e La Vache (2016). Sta lavorando a Zonefranche e Les footeuses, dopo il successo dell’ultimo lungometraggio (La Vache) che in Italia è stato tradotto con il più accattivante In viaggio con Jacqueline.

Grazie al cinema sotto le stelle della mia città di provincia ho potuto vedere questo road movie originale e grottesco, montato a dovere, sceneggiato con brio, fotografato con gusto sia nella parte algerina che in quella francese, capace di strappare risate liberatorie a ogni sequenza. La commedia francese sta facendo passi da gigante – lo sto ripetendo fino alla noia – e poco a poco sta prendendo il posto della commedia all’italiana nel cuore degli appassionati di cinema comico europeo. In viaggio con Jacqueline ha il vantaggio di unire due culture – francese e algerina – e di realizzare uno spaccato ironico sulla mentalità araba con battute mai scontate e graffianti, spesso irriverenti e profonde.

Fatah Ballabes è un contadino algerino sposato con Samir, ha due figlie che ama con tutto il cuore, ma dedica la sua vita alla mucca Jacqueline che un giorno riesce a iscrivere al Salone dell’Agricoltura di Parigi. Tutti gli abitanti del piccolo villaggio nordafricano partecipano a finanziare la spedizione di Fatah in direzione di Parigi per realizzare un sogno che si rivela più complesso del previsto. Tutto il film è la narrazione divertita e divertente delle mirabolanti vicissitudini di un contadino algerino che sbarca a Marsiglia e – dopo una serie di peripezie – raggiunge Parigi con il solo aiuto delle sue gambe e di tanta buona volontà. Molti incontri sul suo cammino, dal cognato Hassan – che prima lo ripudia poi si appassiona al suo destino – a un conte decaduto, passando per giornaliste che lo rendono famoso e teatranti che lo fanno ubriacare servendogli grappa alla pera. Il refrain della pellicola: È tutta colpa della pera!, resta impresso a lungo, finisce addirittura in televisione, serve per sdrammatizzare la proibizione musulmana di bere alcolici e per creare un tormentone efficace.

Il regista cita con arguzia cinefila La vacca e il prigioniero (1959) di Henri Verneuil, interpretato dal grande Fernandel, sia direttamente (si vede una sequenza del film in bianco e nero) che indirettamente (il rapporto che lega Fatah a Jacqueline), racconta i rapporti matrimoniali algerini, indaga la vita in un paese nordafricano e stigmatizza il contatto tra un uomo venuto da un mondo povero e rurale ma sincero e spontaneo con la diversità della cultura francese. Bravissimo l’attore principale – l’algerino Fatsah Bouyahmed, francese a tutti gli effetti – noto in patria come attore di cinema, televisione e teatro; non da meno i comprimari – Lambert Wilson (Philippe) e Jamel Debbouze (Hassan) –  che nella concitata parte finale danno vita a una sorta di Amici miei versione francese.  Un film che fa bene al cinema, commedia grottesca che a tratti sconfina in farsa, con citazioni televisive mai invadenti e comunque non tali da debordare in uno stanco television-movie (come spesso accade in Italia), girata a dovere e sceneggiata senza punti morti, con tempi comici perfetti che la rendono esilarante. Da vedere.

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Regia: Mohamed Hamidi. Soggetto e Sceneggiatura: Alain-Michel Blanc, Fatsah Bouyahmed, Mohamed Hamidi. Fotografia: Elin Kirschfink. Montaggio: Marion Monnier. Musiche: Ibrahim Maalouf. Scenografia: Arnaud Roth. Distribuzione: Teodora Film. Durata. 91’. Genere: Commedia. Paese di Produzione: Francia. Interpreti: Fatsah Bouyahmed (Fatah Ballabes), Lambert Wilson (Philippe), Jamel Debbouze (Hassan), Julia Piaton (reporter), Hajar Masdouki (Naima), Ait-Souna Ahmed (l’amico di Hassan), Amal El Atrache (maestra), Fehd Benchemsi (Samir), Yvonne Gradelet (vecchia signora), Miloud Khetib (Hamed), Christian Ameri (Lucien), Karina Marimon (Cathy), Patrice Thibaud (Patrice), Catherine Davenier (Jacqueline).

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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