Cronache dai Palazzi

Le regole dettate dalla Corte europea di giustizia a proposito di ricollocamento dei rifugiati in seguito al ricorso (respinto) di Ungheria e Slovacchia – presentato avanzando il loro rifiuto di accogliere le quote di rifugiati provenienti da Italia e Grecia (Trattato di Dublino) come deciso dai governi Ue di maggioranza – potrebbero aprire la strada ad una seria revisione del Trattato di Dublino che assegna i rifugiati al primo paese di arrivo, penalizzando quindi Italia e Grecia.

In questo contesto, “entro fine anno”, la Commissione Ue dovrebbe rendere nota una specifica proposta tecnica di riforma del Trattato, come ha annunciato il commissario Ue per l’Immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, a ridosso di una riunione della Commissione a Bruxelles, che si è concentrata sull’emergenza migranti. Secondo il commissario ora la Commissione dovrebbe convincere Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca a “mostrare piena solidarietà” sui rifugiati, altrimenti le procedure di infrazione sono già note. Il governo ungherese di Viktor Orban che ha già subito una procedura di infrazione per non aver accettato le quote dei rifugiati (come Polonia e Repubblica Ceca) ha definito la sentenza della Corte europea “irresponsabile, pericolosa e inaccettabile”. Secondo Avramopoulos sarebbero 27.695 i rifugiati ricollocati nei diversi Paesi Ue provenienti dalla Grecia (19.244, in maggioranza siriani) e dall’Italia (8.451 soprattutto eritrei) sui 120 mila (o 160 mila) che erano stati previsti.

L’emergenza nel Mediterraneo sembra comunque aver assunto toni ben diversi rispetto ad alcuni mesi fa, quando le presenze registrate hanno raggiunto limiti mai visti e le morti in mare sono state davvero innumerevoli. Secondo i dati comunicati dal commissario Ue Avramopoulos gli sbarchi sulle coste italiane sono diminuiti dell’81% in agosto e del 66% nel mese di luglio rispetto agli stessi periodi del 2016, anche in virtù del “lavoro positivo fatto lungo la rotta del Mediterraneo centrale con tutti i partner coinvolti, inclusi i governi di Libia e Niger”. Dopo l’accordo tra l’Unione europea e la Turchia la flessione indicata in Grecia è stata addirittura del 97%, mentre circa 11 mila migranti sono tornati volontariamente nei loro Paesi di origine (soprattutto Libia e Niger) in seguito agli incoraggiamenti dell’Organizzazione internazionale per l’immigrazione.

“Grazie alla cooperazione con le agenzie dell’Onu e con i nostri partner africani abbiamo raggiunto alcuni risultati iniziali incoraggianti per le nostre priorità, ha dichiarato Federica Mogherini, vicepresidente della Commissione e responsabile Esteri dei governi Ue, che ha aggiunto: “Stiamo mettendo a punto un sistema per gestire in modo congiunto e sostenibile, nel pieno rispetto dei diritti umani, una situazione che richiede un solido partenariato, una condivisione delle responsabilità, solidarietà e impegno costante”.

Il governo di Roma, inoltre, ha più volte chiesto all’Europa di rivedere il Trattato di Dublino per cercare di trovare una soluzione strutturale per fronteggiare l’eccessiva concentrazione di sbarchi sulle coste italiane.

In definitiva l’effettiva ripartizione dei rifugiati tra i Paesi membri e la consistente riduzione degli sbarchi nel Mediterraneo dovrebbero essere fattori incoraggianti per quanto riguarda i controlli alle frontiere richiesti in precedenza da Germania, Austria, Svezia e Danimarca, in deroga all’accordo di Schengen di libera circolazione. Per il commissario Ue Avramopoulos non è più “legalmente giustificabile” continuare a concedere delle eccezioni a proposito di accoglienza come durante il periodo di esplosione dell’emergenza migranti. La Commissione europea “sta lavorando” anche per migliorare l’accordo di Schengen e l’obiettivo di Bruxelles sarebbe quello di riconsiderare le condizioni concentrandosi sulle nuove esigenze dettate dalla lotta al terrorismo, che ormai si muove e attacca su base internazionale. In pratica, eventuali deroghe al principio di libera circolazione tra i Paesi membri potrebbero essere concesse nel momento in cui si dimostrasse necessario un effettivo controllo dei confini nazionali, proprio per evitare attentati terroristici come quelli avvenuti a Parigi e Bruxelles.

“La sentenza della Corte di giustizia contro il ricorso dei Paesi di Visegrad sul ricollocamento dei rifugiati – ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, sul Corriere della Sera – è molto positiva, anche perché spinge “verso il cambiamento del regolamento di Dublino”. L’emergenza, ribadisce Tajani, non può essere scaricata sulle spalle di pochi Paesi. Quindi la suddetta sentenza “agevola la riforma di Dublino, che dovrà eliminare la regola di tenere i rifugiati nello Stato di primo ingresso”.

I Paesi che hanno fatto ricorso hanno beneficiato dell’aiuto degli altri Paesi membri, compresa l’Italia, che si sono “prodigati” – ha sottolineato il presidente del Parlamento europeo – “quando volevano uscire dal giogo sovietico e dalle dittature comuniste”. L’Unione europea continua a sostenerli in quanto sono “beneficiari netti” dei fondi strutturali ma “la solidarietà non può essere a senso unico, altrimenti non ha senso stare nell’Unione”, ha sottolineato il presidente Tajani.

In sostanza,  il regolamento di Dublino è per l’Ue il documento fondante in tema di diritto d’asilo. Tale regolamento prevede che la domanda sia esaminata dallo Stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione, e impedisce di fatto di presentare una domanda di asilo in più di uno Stato membro. Si devono stabilire “regole certe”, ha sottolineato Tajani: “Le liste di Paesi di provenienza la cui situazione giustifica la richiesta d’asilo devono essere omogenee, le stesse per tutti. Per fare un esempio se uno non può chiedere lo status di rifugiato in Germania non deve poterlo fare neanche in Italia e in nessun altro Paese della Ue”.

Sul fronte interno si prevede il ritorno in classe, oltre che degli studenti, anche di 100 mila supplenti. L’annuncio fatto dal Consiglio dei ministri l’8 agosto era di 52 mila assunzioni di nuovi prof ma, nei fatti, saranno solo 30 mila. In pratica mancano circa 22 mila docenti all’appello. Si tratta, per la maggior parte, di docenti che hanno deciso di avvalersi del tempo part-time oppure di congedi o aspettative, magari perché hanno ottenuto una cattedra lontano da casa.

“Ancora una volta sulle assunzioni dei docenti si misura la distanza tra il dire e il fare – ha ammonito Maddalena Gissi, segretaria Cisl -. Anche quest’anno migliaia di docenti abilitati continueranno a lavorare come supplenti su posti vacanti e disponibili”. In sostanza – ha amaramente puntualizzato Pino Turi della Uil – il piano di assunzioni messo in campo “non ha tenuto conto delle necessità reali della scuola”. Nella  pratica i candidati giusti ci sarebbero ma sono nelle graduatorie “sbagliate”.

“I problemi storici della scuola continueranno a pesare sulla continuità didattica e sul regolare avvio dell’anno scolastico”, ha invece affermato Annamaria Santoro della Cgil. Per febbraio il Miur prevede un concorso riservato proprio ai prof supplenti che sono nelle graduatorie di seconda e terza fascia e che non possono essere assunti, mentre la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ci tiene a sottolineare che questo sarà comunque l’anno in cui anche i supplenti “lunghi” saranno al loro posto il primo giorno di scuola. I termini per aggiornare le graduatorie dei supplenti “brevi” – 700 mila aspiranti prof – scadono invece il 14 settembre.

Riassumendo sarebbero circa 22 mila  i prof non assunti, 15 mila le cattedre non trasformate da organico di fatto in organico di diritto – cattedre  che in pratica dovevano diventare stabili ma delle quali il ministero delle Finanze non ha autorizzato il consolidamento per motivi di bilancio – 40 mila deroghe per gli insegnanti di sostegno; 10 mila spezzoni di cattedre e, infine, circa 13 mila tra richieste di part-time, congedi, aspettative familiari o per dottorati di ricerca.

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