Brasile al bivio

Roberto Lovari ha raccontato in modo eccellente, su questo giornale, le vicende delle elezioni brasiliane e dei sondaggi precedenti, vere “montagne russe”. In verità, i risultati del primo turno sono stati una sorpresa. La Presidente uscente, Dilma Roussef, pur risultando  in testa col 41%, è stata costretta ad accettare un secondo turno, e questo era previsto. Quello che non era affatto scontato era che nel ballottaggio sarebbe entrato Aecio Neves e non Marina Silva. La candidata ecologista era stata data infatti in vantaggio su Neves, candidato del Partito Socialdemocratico, che in Brasile rappresenta il centro-destra. Questi invece ha preso il 35% dei voti, relegando la Silva a un magro 21%. E ora i sondaggi danno una virtuale parità tra lui e la Roussef.

Il  terremoto avvenuto tra le prime intenzioni di voto e il voto reale, per quanto non del tutto  indedito, colpisce per le sue proporzioni. E guardando al voto del 26 ottobre, può parere inusuale che chi è in testa al primo turno con unb margine di sei punti  perda al ballottaggio. È soprattutto strano  che una parte dei votanti  della Silva, che si suppongono di sinistra, appaia disposta ad appoggiare Neves. Vediamo di capire il perché di tutto questo. Perché Neves ha sorpreso colla sua ascesa e perchè, pur su posizioni ideologiche diverse e persino opposte, ci sia tra lui e la Silva un punto comune importante. Una richiesta di cambio diffusa tra la gente dopo dodici anni  di governo del Partito dei Lavoratori (PT).

Ma perché cambio? C’è nel mondo un generale consenso per cui il Brasile, negli anni di Lula e della Roussef, è andato avanti.  Il governo del PT è riuscito a ridurre la povertà ed allargare la classe media, senza alterare le linee fondamentali di un’economia basata sulla libertà d’impresa e il capitalismo. La Roussef si è tenuta lontana dal populismo tipico di altri paesi di America Latina e il Brasile ha proseguito sulla strada dello sviluppo avviata dai governi del centro-destra soprattutto al tempo di Fernando Cardoso. Ci sono stati molti scandali di corruzione (soprattutto nel settore petrolifero, che è monopolio pubblico), ma la Roussef ha reagito facendo dimettere otto dei suoi ministri  sospettati e personalmente non è stata mai sfiorata da alcuno scandalo. L’economia ha segnato un rfallentamento, ma nulla di drammatico. Eppure le grandi manifestazioni scoppiate alla vigilia dei Mondiali di calcio provano che tra la gente c’era molto scontento e una  parte del consenso che aveva accompagnato Lula era  andato dispersa. La gente vuole un cambio, anche se non tutti hanno chiaro di che tipo di cambio si tratti.

Il fatto è che il Brasile è a un bivio: da una parte c’è la crescita economica, che richiede la continuità di una politica produttiva, liberale e aperta al mondo. Dall’altra parte ci sono disuguaglianze economiche e sociali ancora abissali, con sacche di povertà davvero terribili, che richiedono una politica redistributiva  avanzata.  Il dilemma è quello classico:  senza aumento della ricchezza, risultato della libertà d’impresa, non ci sarà molto da ridistribuire, ma senza una più equa ripartizione della ricchezza il Paese resterà arretrato: crescerà il PIL e, sulla carta, anche quello pro-capita,  ma resteranno, e anzi si accresceranno, le distanze tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.  Chiunque governerà il Brasile nei prossimi anni dovrà fare i conti con questo dilemma e sforzarsi di trovare il giusto equilibrio. Con la Roussef è prevedibile una dose aggiuntiva di politiche sociali; quanto a Neves, se fosse eletto, pur nell’impossibilità di smantellare il sistema sociale in atto, dovrà limitarne gli oneri e  aumentare la dose di  capitalismo (l’esempio recente è fornito dal Cile sotto la presidenza Ferreira). Cosa non facile, e proprio in Cile, nonostante i brillanti risultati economici, la gente ha respinto le medicine troppo amare del Presidente e, nelle recenti elezioni, rivotato per la socialista Bachelet.

Dove le rispettive linee sono senza dubbio marcatamente diverse è in materia di politica estera. Lula prima e la Roussef poi, pur senza lasciarsi andare a guerriglie inutili, hanno  coltivato la fronda antistatunitense, flirtando con regimi come l’Iran, la Russia, la Cina e persino Cuba  e dando corda, pur non condividendone le politiche, al regime chavista. Sotto questo aspetto, l’eventuale vittoria di Neves segnerebbe un cambio per  tutta l’America Latina, dove l’influenza del Brasile è forte. Negli ultimi anni, sull’esempio lontano della Cuba castrista e quello vicino della Venezuela “bolivariana”, altri Paesi hanno abbracciato in dosi maggiori o minori una linea “anti imperialista”: Ecuador, Bolivia, Nicaragua, spesso sposata al populismo interno.  L’Argentina a sua volta, messa  alle corde dai fondi d’investimento americani creditori del Paese, che l’hanno spinta a un secondo default e le chiudono l’accesso ai mercati finanziari, ha reagito indurendo  la critica agli Stati  Uniti nel loro complesso, Obama compreso. Qui  le elezioni  presidenziali dell’ottobre del prossimo  anno potrebbero segnare un cambio di linea.

Il Venezuela retto da Maduro (che parla con un uccellino che rappresenta lo spirito di Chavez!) è in crescenti difficoltà economiche: inflazione al 50% e, scarsezza di beni di consumo, che ha obbligato il Governo a introdurre il razionamento (nei supermercati di proprietà statale i consumatori sono costretti a dare  le impronte digitali per assicurare che non comprino più del dovuto). Inoltre dilagano insicurezza e corruzione. Se si rifacessero oggi le elezioni, l’opposizione, che già lo scorso anno aveva sfiorato la metà dei voti, vincerebbe con facilità, ma le elezioni sono per ora lontane. Maduro non ha però le condizioni economiche che permettevano a Chavez, nei primi anni del suo regime, di finanziare allegramente (con soldi e forniture di petrolio a basso prezzo), Cuba e altri regimi “fratelli” in America Latina. Sotto questo aspetto, l’ondata “bolivariana” è oggi più debole.

Una vittoria della Roussef al secondo turno non cambierebbe fondamentalmente le cose. Quella di Neves, col ritorno del Brasile a una politica liberale e filo-occidentale significherebbe invece un serio contributo all’arretramento di un populismo che ha fatto finora parecchi danni, riportando l’intera Regione sudamericana sulla strada di una  vera crescita.

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