Angelantoni (Anest): il futuro è solare, grazie all’Italia

Il Solare Termodinamico a Concentrazione, o CSP, è una tecnologia per la produzione di energia rinnovabile di straordinaria efficienza: per averne un’idea, basti pensare che un progetto che ne prevedeva l’applicazione, Desertec, avrebbe consentito addirittura di sostituire la produzione mondiale di energia elettrica da combustibili fossili con quella da ecologici impianti a CSP collocati in Nord Africa per una superficie totale di 200 chilometri per 200, impianti collegati all’Europa e al mondo attraverso l’Italia con cavi costruiti con superconduttori. Ma l’ imponente progetto è stato frenato da rilievi sulle tecnologie, presto controbattuti, e poi fermato dalla ‘primavera araba’.

Il CSP è nato e cresciuto in Italia, lungo una linea che collega il matematico siracusano Archimede al Nobel Carlo Rubbia e all’ENEA. E’ una eccellenza del Made in Italy tecnologico molto apprezzata nel mondo; ma proprio l’Italia, pur impegnata a conseguire gli obiettivi europei per la riduzione della CO2, sembra non volerla. E così, le imprese italiane vanno all’estero. A raccontarlo a Futuro Europa è Gianluigi Angelantoni, AD dell’omonimo gruppo, presidente di Archimede Solar Energy-ASE e presidente dell’Associazione Nazionale Energia Solare Termodinamica-ANEST.

Presidente Angelantoni, qual è il problema?

Il Solare Termodinamico a Concentrazione, o CSP, è un sistema di utilizzo dell’energia solare diverso dal più noto ‘fotovoltaico’: non è basato infatti su pannelli che trasformano l’energia solare in elettricita’, ma su specchi che la concentrano verso un tubo ricevitore in cui scorre un fluido  che, riscaldato a temperature molto alte, produce vapore che muove le turbine generatrici di  energia elettrica. L’Italia, che con Archimede ha dato i natali a questo principio, ha evoluto il sistema al punto da poter ricavare energia dal sole anche di notte: a partire dal 2000 Carlo Rubbia e l’ENEA hanno infatti reso più efficiente la concentrazione dei raggi solari, già applicata in grandi impianti come quelli statunitensi di Kramer Juction, Daggett e Harper Lake, nel deserto del Mojave, utilizzando sali fusi al posto degli olii comunemente presenti negli impianti tradizionali. Con due risultati positivi: la maggiore temperatura di riscaldamento del nuovo fluido, passata da 400 a 550 gradi, e soprattutto la capacità dei sali di accumulare energia e rilasciarla in seguito, come avviene nelle pile. Ecco perché questa tecnologia è così efficiente ed apprezzata, in particolare  in Oriente o nei Paesi Arabi, dove sono in costruzione grandi impianti. In Italia, invece, non si riesce a realizzare neanche un paio di impianti di larga scala, vincolanti per partecipare ai tender esteri. Ad opporsi sono le amministrazioni locali ma anche quelle centrali, per presunti problemi ambientali.

Per esempio?

Per esempio, non riusciamo a realizzare un impianto in Sardegna, regione ideale grazie alla sua elevata insolazione. In Sardegna, il nostro socio Chiyoda ha presentato un progetto tramite altra società. Ebbene, quello che è un impianto con un impatto ambientale infinitamente inferiore di quello di una centrale come se ne costruiscono tante,  cioè per esempio a combustibili fossili, non sarebbe realizzabile perché interferirebbe con un bosco lontano 4800 metri, con un sito archeologico, non censito neppure a livello regionale, che si trova a oltre quattro chilometri e con un castello lontano quasi quattordici chilometri, tutti in linea d’ aria!

Sembrano obiezioni motivate dalla tutela del paesaggio: ma come è fatto un impianto a CSP? Ha un forte impatto visivo? Rovina il paesaggio? Consuma irrimediabilmente il suolo?

Assolutamente no. Gli specchi sono disposti in file distanziate, per cogliere i raggi senza coprirsi a vicenda anche quando il sole è basso sull’orizzonte: perciò è possibile ad esempio coltivare a foraggio gli spazi intermedi o consentire il pascolo I raggi non sono concentrati su grandi torri, come avviene in taluni impianti specie in USA, ma su tubi disposti in basso, davanti alle file di specchi. Quindi non c’è nulla che superi l’altezza di 6-7 metri e tutto l’impianto è ad impatto visivo limitato.  Inoltre specchi e tubi sono sostenuti non da cemento ma da pilastri metallici ‘avvitati’ nel suolo, e quindi rimovibili a fine vita della centrale.

Eppure in Sardegna c’è un gran fermento per la riconversione ‘green’ dei grandi impianti chimici e industriali in generale. E poi ci sono gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni inquinanti, il problema della sicurezza dell’approvvigionamento di energia minacciata dalla questione ucraina, i venti di guerra in medio oriente. Per contro, ci sono numerose imprese, riunite in Anest di cui Lei è presidente, pronte a lanciare il CSP e con esso economia e posti di lavoro. Come fa l’Italia a permettersi di perdere questa soluzione a tanti problemi?

Abbiamo posto queste domande con una lettera al Presidente del Consiglio Renzi, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Franceschini, al Ministro dell’Ambiente Galletti e al Ministro della Sviluppo Economico Guidi. Nella lettera, centrata sulle lungaggini per la valutazione di impatto ambientale dell’impianto da costruire in Sardegna, abbiamo toccato gli aspetti economici del problema: abbiamo infatti reso noto che sul CSP sono previsti nel prossimo decennio nel mondo investimenti complessivi dell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. Per dare idea dell’importanza del problema, abbiamo specificato che acquisire nel 2020 solo il 10% di tale mercato significherebbe per le imprese italiane un fatturato di oltre 2 miliardi di euro l’anno. La sola costruzione di 2 centrali in Sardegna, 800 milioni di euro di investimenti esteri per lo più giapponesi, coinvolgerebbe 4000 lavoratori per 2-3 anni (tempo medio di costruzione) e di 200 persone (per lo più giovani) per i 30 anni di vita delle due centrali. Il Solare Termodinamico a Concentrazione a sali fusi è un’opportunità da non perdere non solo per l’ambiente ma anche per la crescita, lo sviluppo dell’economia e l’ occupazione. E’ un chiaro esempio di Green Economy. E siamo orgogliosi di dire che la tecnologia è Made in Italy.

©Futuro Europa®

[NdR – L’autore cura un Blog dedicato ai temi trattati nei suoi articoli]

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