Attenti al buffone (Film, 1975)

Alberto Bevilacqua (1934 – 2013) è un romanziere di successo in prestito al cinema come sceneggiatore, regista per un pugno di pellicole, che convince la critica soltanto per le prime opere: La califfa (1970), Questa specie d’amore (1971) e Attenti al buffone (1975), a nostro avviso la migliore. Lo ricordiamo con piacere anche per l’autobiografico Tango blu (1987), “un insolito divertissement”.

Attenti al buffone è un lavoro molto letterario, scritto dal regista e sceneggiato insieme a Nino Manfredi, per raccontare con cinismo la vicenda di un ex gerarca fascista che vorrebbe distruggere la vita di un uomo e finisce annientato dalla sua rivalsa buffonesca. Bevilacqua non risparmia nessuno, i suoi strali si appuntano contro il genere umano ma soprattutto contro le istituzioni corrotte, prima tra tutte la Chiesa e la Sacra Rota. Non risparmia le donne – puttane e traditrici, concubine colluse con il potere – mentre un’attenzione speciale è dedicata al fascismo, al mito dell’Impero, alle menzogne legate alla guerra d’Africa. Nino Manfredi è Marcello, un musicista che gira il mondo con il fido amico Enzo Cannavale – variabile umoristica che sdrammatizza la tematica forte – e a un certo punto si vede portare via la famiglia dall’arrogante Cesare (Eli Wallach). Giulia (Mariangela Melato) è la moglie che non conosce amore ma soltanto odio, violentata da ragazzina, prostituta condotta sulla buona strada dal marito, che prova a restare fedele ma non ci riesce, perché è peggiore del suo amante. Mario Scaccia è il padre putativo di Marcello, colui che dà il consiglio giusto: fare il buffone per penetrare come un cavallo di Troia nel fortino nemico.

La vicenda si sviluppa tra dialoghi letterari, citazioni colte, brani musicali al pianoforte diretti da Ennio Morricone, per finire con il simbolico Canto degli uccelli di Clément Janequin, eseguito dall’Ottetto vocale italiano. Mariangela Melato è bellissima e ispirata in un ruolo scabroso e non rassicurante, da moglie meschina che non sa quel che vuole. Eli Wallach è la perfidia fatta persona, il fascista abituato ad avere senza problemi ciò che vuole, messo in crisi dal buffone, ma in fondo vero pagliaccio della storia. Rapide presenza femminili le stupende Loredana Bertè e Erika Blanc in una sorta di anticipazione del nazierotico, anche se la riunione conviviale è una messa in scena dal sapore etrusco. La parte davanti alla Sacra Rota per l’annullamento del matrimonio di Marcello è un atto d’accusa contro il diritto canonico e un dito puntato verso l’omosessualità del clero. La villa di Cesare pare il Vittoriale di Gabriele D’Annunzio, pacchiana ed eccessiva, arredata con statue, marmi, cimeli fascisti e ricordi della guerra d’Africa. Cesare dispone di una vera e propria corte di politici, preti, ruffiani, prostitute e vecchi amori, che simboleggiano il potere e la corruzione del mondo. Per contrasto, il buffone dispone soltanto del suo gatto che fa sedere a tavola tra i commensali. Il buffone sfida il ras sul suo stesso terreno, lo sconvolge quando per cedere moglie e figli non chiede denaro, ma solo di poter suonare il pianoforte nella solitudine della soffitta, fino al giorno delle nozze.

Il film è molto teatrale, gli attori si esibiscono in dialoghi grotteschi e surreali dai quali escono fuori alla grande Nino Manfredi (ironico e sarcastico) ed Eli Wallach (eccellente performance degradante), ma anche Mario Scaccia e Mariangela Melato. Pochi gli esterni: Ostia, la Piramide, i macelli di Roma, il Palatino, le strade notturne della capitale. Molto violenta e cruda la sequenza in cui Cesare fa abortire a pugni Giulia, quindi Marcello porta il ras decaduto a vagare per le vie di Roma in un crescendo di degradazione morale. Imprevedibile il finale con Cesare succube di Marcello che si dispera quando il musicista lo lascia in compagnia del silenzio, le sole note che non può capire. Il matrimonio tra Cesare e Giulia non si celebra, la sposa si libera del velo, distrugge l’altare e getta i fiori, mentre un mirabile piano sequenza ci accompagna nella pineta romana per sentire la musica del Canto degli uccelli: “Svegliatevi cuori addormentati, Dio d’amore vi chiama”. La critica non comprende il film. Mereghetti (una stella) lo definisce un apologo grottesco (e fin qui concordiamo), la versione piccolo-borghese de La proprietà non è più un furto, senza la lotta di classe. Morandini (due stelle): “Apologo in cadenze di opera buffa, pur se amarissima, film ambiziosissimo ma poco riuscito in cui i personaggi sono da prendersi più come maschere che come caratteri. Marco Giusti: “Cultissimo pasticcio con molte pretese di Bevilacqua in fase grottesca, Delirio erotico-grandguignolesco non sorretto da nessun principio di messa in scena”. Marco Vallora definì il film famigerato sulla Gazzetta del Popolo facendo adirare non poco Bevilacqua che lo diffidò dal parlare dei suoi film.

Un film da recuperare. Non solo perché Mariangela Melato è alle prese con il ruolo più scabroso e nudo della sua carriera, ma soprattutto per il valore di apologo grottesco, come atto di accusa alle follie di un assurdo potere fascio-clericale.

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Regia: Alberto Bevilacqua. Soggetto e racconto cinematografico: Alberto Bevilacqua: Sceneggiatura: Alberto Bevilacqua, Nino Manfredi. Montaggio: Sergio Montanari. Fotografia: Alfio Contini. Operatore di Macchina: Sandro Tamborra. Musica: Ennio Morricone (Canto degli uccelli di Clément Janequin, eseguito da Ottetto vocale italiano). Art Director: Pier Luigi Pizzi. Costumi: Dario Cecchi, Ezio Altieri, Elisabetta Poccioni. Direttori di Produzione: Agostino Pane, Carlo Bartolini. Produttore Esecutivo: Renato Jaboni. Distribuzione: Minerva. Interpreti: Nino Manfredi, Eli Wallach (doppiato da Sergio Fiorentini), Mariangela Melato, Mario Scaccia, Enzo Cannavale, Francisco Rabal, Franco Scandurra, Graziano Giusti, Adriana Innocenti, Ettore Manni, Cristina Gaioni, Loredana Bertè, Erika Blanc, Giuseppe Maffioli, Rolf Tasna, Alain Corot.

©Futuro Europa®

[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”] 

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