Cronache dai Palazzi

Matteo Renzi adotta il motto “calma e gesso, noi si va avanti senza cedere alle fibrillazioni elettorali”, fibrillazioni annunciate dal leader di Forza Italia che ha scelto ancora una volta Porta a porta di Bruno Vespa per dar inizio alla sua campagna elettorale in vista delle Europee di fine maggio.

L’ex Cavaliere non è stato morbido con Matteo Renzi e negli studi di via Teulada ha espresso tutto il suo disappunto nei confronti delle manovre messe in campo dal premier in carica, pur non disconoscendo l’accordo siglato al Nazareno diversi mesi fa. Per Silvio Berlusconi – per la prima volta di fronte alle telecamere nella sua nuova condizione di condannato affidato ai servizi sociali – Renzi “si è trasformato da rottamatore in un simpatico tassatore” e “gli 80 euro sono una mancia elettorale. A me non sarebbe stato consentito”, ha ammonito l’ex Cavaliere. Vacilla così il patto sulle riforme anche se Berlusconi assicura di “mantenere tutti gli impegni” assunti con Matteo Renzi. “Il primo impegno è la riforma del Senato: deve costare di meno, non deve votare la fiducia al Governo, non deve essere elettivo”, ha ribadito l’ex premier.

In questo frangente gli azzurri non hanno comunque la forza per sfilarsi dal patto con il leader del Pd che confidandosi con i suoi afferma: “La tentazione di Berlusconi di non rispettare il patto del Nazareno è evidentemente figlia delle divisioni nel suo partito”. La spaccatura interna a Forza Italia, tra quelli che seguono Brunetta e gli altri che ascoltano Gianni Letta, è in effetti una bella gatta da pelare e dopo l’esodo di Alfano, Schifani e Bonaiuti – andati via “per occupare poltrone” – ora il leader azzurro deve fare i conti con una nuova situazione elettorale in vista delle Europee, per cui “essere intorno al 20%” sarebbe per Berlusconi “già un miracolo”. Alle prossime elezioni politiche “prenderemo il 35% per cento, e così potremo tornare a governare”, afferma fiducioso Berlusconi nel salotto di Vespa.

La riforma elettorale rimane la peggiore spina nel fianco che, secondo Berlusconi, “la maggioranza vuole portare a settembre” anche se “l’accordo no era questo”. Matteo Renzi, a sua volta, sottolinea che facendo saltare l’accordo l’ex Cavaliere “rischia di ritrovarsi con un’accelerazione sull’Italicum, con ballottaggio e soglie” non sapendo però come va a finire. Riportando i dati di alcuni sondaggi interni al Partito democratico, Matteo Renzi sottolinea che in questo frangente “il Pd è sopra il 35% e il movimento di Grillo è al 21,9%”, quindi i forzisti non possono permettersi passi falsi.

Berlusconi non può permettersi la rottura anche perché rischierebbe di far implodere Forza Italia stretta nella morsa delle Europee, con la preoccupazione di poter essere scavalcata dai grillini. Se da un lato Berlusconi non vuole dare a Matteo Renzi il voto sulla modifica del bicameralismo prima del 25 maggio per non consegnare su un piatto d’argento al leader del Pd l’intero dividendo elettorale, dall’altro non può presentarsi di fronte al Paese con l’immagine di chi ostacola  il percorso di riforme perché rischierebbe di perdere ulteriore consenso all’interno delle fila della pubblica opinione.

Così, dopo aver arenato in diretta tv la riforma del Senato e l’Italicum, il leader di Forza Italia – sempre in diretta tv –  si è precipitato a rettificare. In verità Berlusconi vorrebbe proporsi come l’unico garante del processo costituente (soprattutto in vista delle Europee) evidenziando “la debolezza di Renzi nel Pd”. In effetti Matteo Renzi deve fronteggiare gli avversari interni sulle riforme e la riunione di mercoledì prossimo all’interno del Partito democratico servirà proprio a questo. In Senato al momento ci sono 51 ddl che riguardano il Senato, oltre a quello del Governo. La maggior parte di questi prevede l’elezione diretta dei futuri senatori. I senatori renziani instistono affinché sia adottato il ddl del Governo, ma la minoranza interna preme affinché i relatori in Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, propongano un altro disegno di legge che preveda un Senato con l’elezione diretta dei suoi membri, come chiesto da un fronte trasversale che potrebbe saldare Forza Italia, sinistra del Pd, Ncd, Sel e M5S.  Per la prima volta i grillini partecipano al gioco politico delle alleanze: “Voteremo il testo Chiti” conferma il capogruppo Luigi Di Maio. Uno scenario traballante che Palazzo Chigi tende a scongiurare ribadendo che “il Senato non elettivo è uno dei punti cardine dell’accordo con Forza Italia”.

Nonostante le perplessità di Napolitano sulle coperture, il Governo Renzi incassa infine il decreto Irpef che assicurerebbe il bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti che guadagnano tra gli 8 mila e i 24 mila euro lordi l’anno. Il Quirinale avrebbe sollevato il problema dei tagli alla Difesa, soprattutto per quanto riguarda i risparmi di circa 2,5 miliardi di euro da incassare entro il 2016, previsti dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Ciò comporterebbe una seria revisione del programma destinato agli F35, per il quale l’Italia si è impegnata con gli Stati Uniti.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sostiene che il bonus di 80 euro “avrà ripercussioni positive sul prodotto interno lordo” che nel 2014 potrebbe superare l’incremento atteso dello 0,8% fissato dal Documento di economia e finanza. La manovra relativa al bonus suddetto costa complessivamente 6 miliardi e 655 milioni di euro, mentre il calo dell’Irap per le imprese vale 700 milioni quest’anno e 3,1 miliardi nel 2015.

Salito al Colle, secondo fonti del Tesoro il ministro Podoan avrebbe, in primo luogo, informato il presidente della Repubblica circa la lunga serie di incontri che sta svolgendo con i suoi colleghi europei in preparazione del semestre di presidenza italiana dell’Unione.

Le risorse da reperire sono ingenti e quest’anno la legge di Stabilità potrebbe essere anticipata proprio per rassicurare l’Europa alla quale l’Italia ha chiesto un rinvio del pareggio di bilancio al 2016. Non sono esclusi i dubbi sulla tenuta dei conti nel 2014 ed eventuali manovre correttive qualora la crescita non dovesse rispecchiare le previsioni del Def o se le previsioni di risparmio si rivelassero troppo ottimistiche. In questo frangente la missione è reperire circa 14 miliardi di euro per il 2015 preparandosi a far fronte a eventuali nuovi equilibri che potrebbero scaturire dalle urne europee di maggio.

L’Italia si sta muovendo sul filo del rasoio e il Documento di economia e finanza, che ora è in discussione davanti alle Camere, tra circa un mese sarà valutato dall’Unione europea. È stato questo il vero tema sullo sfondo dell’incontro tra Napolitano e Padoan per cercare di mettere il sistema Italia in sicurezza rispetto all’architettura dei vincoli predeterminati, evitando un ennesimo monito, e quindi l’imposizione di eventuali manovre correttive, da parte delle istituzioni europee.

In definitiva il presidente Napolitano si è dichiarato lui stesso ambasciatore dell’urgenza di un cambiamento nelle scelte di fondo dell’Ue. L’Italia ha compiuto ingenti “sforzi e sacrifici”, affermava il quattro febbraio di fronte al Parlamento di Strasburgo, ma “non regge più una politica di austerità ad ogni costo”, sottolineava Napolitano. In ogni modo l’Italia “non desisterà dal proprio impegno sulla disciplina di bilancio” puntando, nel contempo, ad una “crescita sostenuta e qualificata” da conseguire attraverso “una maggiore attenzione per le effettive condizioni di sostenibilità del debito di ciascun Paese e sufficiente apertura su modi e tempi dell’ulteriore riequilibrio finanziario”.

Sono queste le linee strategiche che il Governo italiano (chiunque vinca o perda le Europee) cercherà di mettere sul tavolo dell’Europa soprattutto dal primo luglio quando, alla guida del semestre europeo, l’Italia cercherà di far valere il proprio diritto d’agenda.

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