Acciaio (Film, 2012)

Stefano Mordini (1968) è un buon documentarista (Paz 77, L’allievo modello, Essere Claudia Cardinale, Il confine), ma un modesto autore di fiction. In realtà ne ha girate soltanto due e con identica ambientazione, tanto che lo potremmo definire un regista siderurgico: Provincia meccanica (2005) e Acciaio (2012). Forse è stato scelto per Acciaio proprio perché aveva girato Provincia meccanica, ambientato in acciaieria, e la produzione riteneva che avesse maturato un’esperienza sufficiente per affrontare la tematica. Non è stata giocata la carta giusta, senza dubbio, perché Acciaio è un fallimento totale, un film poco comprensibile tanto è confusa e farraginosa la sceneggiatura.

Un vero peccato, perché il romanzo di Silvia Avallone – edito da Rizzoli – aveva le carte in regola per essere trasformato in una pellicola di successo. La scrittrice non è indenne da colpe, però, visto che firma la sceneggiatura insieme al regista e a Giulia Calenda. Acciaio viene presentato alla 69° Mostra del Cinema di Venezia, quindi distribuito il 15 novembre del 2012, tra l’indifferenza generale di pubblico e critica. Alcuni motivi per vedere la pellicola: un’ottima fotografia curata da Marco Onorato, alcune sequenze cinematografiche girate tra la costa est piombinese e il centro storico e una discreta colonna sonora di Andrea Mariano. Provincia meccanica era parzialmente salvato (ma non troppo) da un’eccellente interpretazione di Stefano Accorsi, mentre Acciaio può contare sull’interpretazione spontanea di due ragazzine come Anna Bellezza e Matilde Giannini.

Poche le cose buone: squarci di Piombino, i paesaggi marini, la fabbrica, i quartieri operai, la fotografia industriale (un po’ troppo scura), in definitiva il vero mestiere di Mordini, che è quello di realizzare documentari. Ma in questo film sembra di vedere uno scrittore che riempie le pagine di descrizioni e parole ricercate ma non riesce a trovare un contenuto degno d’essere narrato. Per il resto si racconta la profonda amicizia tra le due ragazzine, il sogno della fuga, la voglia di tornare in provincia costi quel che costi, ricorrendo a dialoghi improbabili e compassati, il tutto impostato con un montaggio lento.

Il film procede per flash scollegati tra loro, girati in presa diretta, spesso i protagonisti sono al volante di un’auto e non si comprende il motivo. Il regista cerca di raccontare una storia torbida, tra il lavoro che non c’è, la cassa integrazione, la prostituzione, la micro criminalità e la fabbrica che sembra una triste matrigna. A Piombino – emblema d’una provincia siderurgica – il futuro è in mano ai vecchi, per i giovani la sola prospettiva è quella di emigrare. Mordini inserisce brani d’epoca tratti da La città dell’acciaio (1926), un documentario storico che racconta il lavoro in fabbrica a inizio secolo. La scena dell’incidente in fabbrica con la morte del ragazzo è realizzata molto bene, ma non basta. I personaggi sono privi di spessore, non ci si affeziona a nessuno, non si soffre per le loro sconfitte. Un film privo di anima. Freddo come l’acciaio di Piombino.

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Regia: Stefano Mordini. Soggetto: Silvia Avallone (romanzo omonimo). Sceneggiatura: Giulia Calenda, Stefano Mordini, Silvia Avallone. Fotografia: Marco Onorato. Montaggio: Jacopo Quadri, Marco Spoletini. Musiche: Andrea Mariano. Produttore: Carlo Degli Esposti. Produttore Esecutivo: Patrizia Massa. Case di Produzione: Palomar, Rai Cinema, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale Cinema. Distribuzione: Bolero Film. Interpreti: Vittoria Puccini (Elena), Michele Riondino (Alessio), Massimo Popolizio (Arturo), Matilde Giannini (Anna), Anna Bellezza (Francesca), Luca Guastini (Cristiano), Monica Brachini (Sandra), Francesco Turbanti (Mattia).

©Futuro Europa®

[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]  

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