Il cambio della guardia (Film, 1962)
Il cambio della guardia di Giorgio Bianchi è una straordinaria riscoperta nell’ambito della vera commedia all’italiana, sceneggiato da Albert Valentin e Jean Manse da un soggetto di Charles Exbrayat (romanzo Avanti la musica) per una riuscita produzione italo-francese. Fernandel e Gino Cervi tornano insieme dopo il successo riportato nella serie Don Camillo (prima de Il compagno Don Camillo di Comencini), ancora una volta da antagonisti, in due ruoli amati dal pubblico italiano e francese.
Ottimo l’incipit con le immagini di repertorio dello sbarco alleato ad Anzio, dei bombardamenti e dei sorvoli aerei sulle città in attesa della fine delle ostilità. Fernandel è l’antifascista Attilio Cappellaro (in realtà molto apolitico) mentre Gino Cervi è il podestà Mario Vinicio (fascista non troppo convinto) che attende l’arrivo degli americani e vorrebbe smarcarsi dai camerati, anche perché la figlia (Sannoner) è promessa sposa con il figlio di Attilio, tra l’altro interpretato da Jack, vero figlio di Fernandel. Il film è ambientato nel paese di Ardea dove – soprattutto nel 1962 – l’architettura fascista era ben conservata, in modo tale da fornire agli sceneggiatori un motivo di critica per le case quadrate che sembrano caserme.
Il tono del film è leggero, ma – come diceva qualcuno abbastanza importante – ridendo castigat mores e lo fa molto bene, tra le citazioni fasciste (Le colpe dei padri non ricadono sui figli! Me ne frego! Taci, il nemico ti ascolta! Credere, obbedire, combattere!) sulle quali si fa molta ironia e i tempi comici perfetti che mettono il sale della commedia a una storia probabile, dove lo sbarco degli americani è sullo sfondo e il si salvi chi può! tra i fascisti meno convinti è all’ordine del giorno. Fernandel imita i gesti e il modo di parlare di Mussolini, affermando che lui ha avuto la pazienza di aspettare vent’anni, altri abbiano almeno quella di attendere venti minuti … rincarando (in altra sequenza) che lui è stato zitto vent’anni, che adesso tacciano venti minuti! Ambientazione molto riuscita, tra bar di paese che espongono marche italiane e sedie di ferro, osterie dove si beve anonimo Frascati senza etichette, solo dal fiasco, bande che suonano canzoni americane in attesa di un previsto arrivo, famiglie sintonizzate su Radio Londra e ridicoli fascisti che parlano di spezzare le reni al nemico.
Il tono è da commedia, non da farsa, perché si affrontano problemi veri e si narra con il sorriso sulle labbra un periodo drammatico della storia d’Italia. Le gag comiche sono molte, dal sindaco Cervi che passa la fascia tricolore all’oste Fernandel per salvare la pelle, al buffo e concitato matrimonio interrotto dai fascisti, ai tre tedeschi in ritirata che requisiscono un’auto, per finire con la fuga dal fronte del figlio di Fernandel che si nasconde in cantina. Inoltre, apprezziamo una trama gialla che si inserisce bene nella commedia rosa, perché a un certo punto viene ucciso il federale Crippa e non sappiamo chi sia il responsabile. Il colpo di teatro arriva nel finale con la scoperta che l’omicidio è una cosa tutta tra fascisti che volevano fuggire con la refurtiva contenuta nelle casse comunali. Il regista mette alla berlina le squadracce fasciste e i loro assurdi ideali, fa capire come il coraggio non fosse una dote fondamentale, anzi che per loro era semplice solo prendersela con i deboli.
La ricostruzione d’epoca è ottima, la cittadina di Ardea è fotografata in un bianco e nero solare e intenso, mentre le immagini sono accompagnate da un commento musicale sinfonico e rimato, oltre ad alcuni brani che ricordano il periodo storico. Il giallo comico con suspense è condito di elementi rosa che sono due storie d’amore, una giovanile tra i figli dei protagonisti, l’altra che vede la moglie del federale e il suo amante tramare per abbandonare la città. Ma niente è datato in questa pellicola, ben recitata e sceneggiata alla perfezione, sia nelle parti comiche che in quelle d’azione e d’amore.
Si tratta di un film sulla fine del fascismo, con il popolo italiano che attende gli alleati come una liberazione mentre quel che resta del regime muove gli ultimi colpi di coda. Un tema che riporta alla pochade è il cadavere del fascista che passa da un nascondiglio all’altro, prima di essere ritrovato nella discarica dove l’avevano gettato Cervi e Fernandel. Bellissima la parte finale con l’arrivo in paese degli americani, il sindaco che in fretta si toglie la camicia nera e indossa un doppio petto borghese, il popolo che riceve festoso i liberatori. La guerra finalmente è finita. Non è così vero, ma per i cittadini di Ardea l’arrivo degli alleati significa soltanto libertà.
Un film ancora molto attuale, dai tempi comici giusti, dotato di una solida sceneggiatura e di una potente vis comica. Fernandel (doppiato come sempre dal grande Carlo Romano) e Cervi sono straordinari, la loro intesa ha raggiunto la perfezione, basta uno sguardo per dare il via alla battuta. Citiamo tra i caratteristi un giovanissimo Jimmy Il Fenomeno nei panni di un netturbino analfabeta; nel cast femminile la debuttante Milla Sannoner è la figlia di Cervi, mentre la più esperta Dada Gallotti (doppiata da Rita Savagnone) è la moglie del federale. Bravo anche Franco Parenti nei panni del fascista convinto Virgili, caratterizzato come una macchietta. Franck Fernandel è al suo esordio cinematografico che può dirsi buono, ma la sua carriera sul grande schermo non è stata mai eclatante. Un film da rivedere.
Due parole sul regista, tra i migliori autori del cinema popolare anni Cinquanta. Giorgio Bianchi (Roma, 1904-1967) comincia come attore del cinema muto, aiuto regista di Palermi negli anni Trenta, sceneggiatore e regista dal 1941, molto prolifico anche in epoca post fascista, esperto in melodramma e commedia all’italiana; dopo molto cinema dei telefoni bianchi, ha diretto oltre quaranta pellicole tra il 1942 (La maestrina) e il 1967 (Quando dico che ti amo). Bianchi è un regista che ama trattare argomenti non banali con sarcasmo e paradosso, con un tocco alla Zavattini. Tra le sue cose migliori: Il moralista, Il mio amico Benito, Totò e Peppino divisi a Berlino.
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Regia: Giorgio Bianchi. Soggetto: Charles Exbrayat (romanzo Avanti la musica, Editions du Masque). Sceneggiatura: Albert Valentin, Jean Manse. Fotografia: Giuseppe Aquari. Montaggio: Nella Nannuzzi. Operatore alla Macchina: Emilio Giannini. Fonico: Ovidio Del Grande. Scenografo: Sergio Canevari. Costumista: Flaminia Petrucci, Aiuti Regista: Aldo Florio, Milo Panaro. Truccatore: Franco Freda. Musica: Mario Nascimbene. Direzione Musica: Alessandro Derevitski. Case di Produzione: Apo Film (Roma), Paris Elysees Production (Paris). Direttore di Produzione: Franco Dodi. Organizzazione Produzione: Alessandro Tasca. Produttore: Aldo Pomilia. Girato con Negativi Ferrania P.30. Registrazioni Sonore: Nis Film. Negativi e Positivio / Effetti Ottici: Spes di E. Catalucci. Edizioni Musicali: Firmamento (Roma). Interpreti: Fernandel (Attilio Cappellaro), Gino Cervi (Mario Vinicio), Frank Fernandel (Gianni Cappellaro), Milla Sannoner (Aurora Vinicio), Franco Parenti (Virgili, il fascista), Andrea Aureli (ufficiale fascista Mezzanotte), Dada Gallotti (Silvana Crippa), Giuseppe Fortis (Luciano Crippa), Jimmy il Fenomeno (Pepè, il netturbino), Piero Vivaldi (Vernazza), Giuseppe Giannetto (don Fausto), Amelia Perrella (Bianca Vinicio), Gerard Herter (ufficiale tedesco), Silla Bettini (squadrista), Antonio Acqua (consigliere comunale), Gustavo De Nardo (De Bellis), Mimmo Poli (autista).
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