Siccità (Film, 2022)

Ho visto per ben due volte Siccità di Paolo Virzì prima di scrivere un commento. Purtroppo, la seconda visione ha rafforzato la prima impressione di cinema irrisolto e indefinibile che avevo subito riportato. Di solito quando guardo un film di cui so già tutto vado alla ricerca dei particolari, di quello che mi è sfuggito in presa diretta, con la possibilità di una visione mediata dalla non urgenza della trama.

Siccità è un film così piatto e talmente privo di tensione narrativa che lo puoi guardare anche dieci volte consecutivamente senza ricavare elementi positivi da una sceneggiatura carente di suspense e persino di motivazioni. Peccato, perché Virzì disponeva di attori molto bravi (ai quali non si può imputare niente, se non di aver recitato una sceneggiatura mal scritta) e di un budget importante che si è permesso di svuotare il Tevere (in digitale), per farci passare Giuseppe e Maria in sella a un asino e ambientarci altre prelibatezze a metà strada tra Fellini e Sorrentino. Non solo, Virzì disponeva di Luca Bigazzi alla fotografia, che fa il suo dovere perché rende Roma desertica colorandola di giallo ocra, persino sudicia e polverosa, in una fantasmagoria di blatte (che sembra d’essere in un romanzo di Landolfi) e carenza idrica. Jacopo Quadri al montaggio non era poco, come Piesanti alla (ottima) colonna sonora e Capuani alle imponenti scenografie.

Per dire che il film non ha altri difetti se non una sceneggiatura risibile, incompiuta, non interessante, priva di caratteristiche che rendano il tutto accettabile. La responsabilità va tutta a scrittori come Paolo Giordano, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, che sembrano ignorare come il cinema necessiti di tensione narrativa per esistere.

Virzì non era questo cinema pretenzioso e inutile. Virzì era la semplicità de La bella vita. Era il diario giovanile livornese di Ovosodo. Era l’inadeguatezza della provinciale in Caterina va in città, il cinema intriso di poesia del ricordo de La prima cosa bella … Poi, a dire il vero, è stato un calando continuo, fino alle archibugiate di Notti magiche e soprattutto di questo Siccità, davvero irritante. Perché non riesci più a volare? Verrebbe da dire, parafrasando De Andrè. Perché non c’è più Francesco Bruni a scrivere sceneggiature per commedie che seguano la grande tradizione del cinema italiano, la strada segnata da Scola, Maccari, Benvenuti, De Bernardi, Age e Scarpelli.

Mentre attendevo la mia seconda visione del film ho letto recensioni ancor più irritanti della pellicola, scritte da critici che si arrampicano sugli specchi per trovare analogie tra Virzì e Scola in un film come questo, lontano anni luce dalla poetica del grande regista scomparso. Ho trovato analogie (peggiorative) solo con il più irrisolto dei film di Marco Ferreri e con alcuni lavori di Sorrentino a base di fellinate sparse, con il cinema intellettuale, che lavora a progetto e si sforza di raccontare una società talmente marcia da non riconoscere la sua putridità. La pioggia liberatoria arriva troppo tardi, del tutto inattesa, mai preparata nel monocorde contesto narrativo, cade su un popolo di gente inadeguata, su un catalogo indefinibile di personaggi negativi dal quale emergono soltanto alcuni giovani e un musicista omosessuale.

Molte storie si intersecano senza un perché in una giornata romana dove ne accadono di tutti i colori: un barbone incontra un richiedente asilo, una dottoressa ritrova il primo amore, i fantasmi di una vita perseguitano un tassista, un ergastolano vaga per la città alla ricerca del suo passato, un attore esce di testa per i social, un professore si lascia irretire da una diva del cinema e mogli insoddisfatte cercano emozioni altrove.

Un povero spettatore si chiede che cosa ha fatto di male per essere capitato in sala a vedere un film come questo, tra blatte che si contendono Roma lottando con pantegane gigantesche, sotto un sole a picco, in un paesaggio polveroso, che attende di essere liberato dal niente che lo circonda. Metafora perfetta del cinema italiano.

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Paese di Produzione: Italia, 2022. Durata: 124’. Genere: Indefinibile (!). Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Paolo Virzì, Paolo Giordano. Sceneggiatura: Paolo Virzì, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Francesca Archibugi. Fotografia: Luca Bigazzi. Montaggio: Jacopo Quadri. Musiche: Franco Piersanti. Scenogracfia: Dimitri Capuani. Costumi: Ottavia Virzì. Produttori: Lorenzo Gangarossa, Mario Gianani, Lorenzo Mieli. Produttore Esecutivo: Olivia Sleiter. Case di Produzione: Wildside, Vision Distribution. Interpreti: Silvio Orlando (Antonio), Valerio Mastandrea (Loris), Elena Lietti (Mila), Tommaso Ragno (Alfredo), Claudia Pandolfi (Sara), Vinicio Marchioni (Luca), Monica Bellucci (Valentina), Diego Ribon (Professor Del Vecchio),  Max Tortora (Jacolucci), Emanuela Fanelli (Raffaella Zarate), Gabriel Montesi (Valerio), Sara Serraiocco (Giulia), Emma Fasano (Martina), Emanuele Maria Di Stefano (Sebastiano), Malich Cissé (Sembene), Paola Tioziana Cruciani (madre di Loris), Gianni Di Gregorio (padre di Loris), Andrea Renzi (Il Presidente), Massimo Popolizio (Massimo), Giovanni Franconi (Filippo), Federico D’Ovidio (Lino), Lorenzo Gioielli (Corrado Zarate), Sara Lazzaro (Rose), Edoardo Purgatori (Pierluigi), Federico Maria Sardelli (direttore d’orchestra), Giovanni Bussi (conduttore news).

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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