Le visite a Kiev

La visita del Cancelliere tedesco Sholtz, del Presidente Macron e di Mario Draghi a Kiev ha, nei giorni scorsi, giustamente attirato l’attenzione del mondo politico e dei media. Non so se sia stata “storica” o no, ma certo è stata importante per varie ragioni: la prima è che ha portato agli Ucraini, in un momento veramente critico, la sensazione fisica della vicinanza dell’Europa; significativa la promessa dei tre leader di sostenere la candidatura dell’Ucraina all’Unione Europea. Venerdì la Commissione UE ha dato parere in principio favorevole all’ammissione dell’Ucraina come Paese candidato. Questo status in sé non equivale, ne garantisce l’adesione piena, che può richiedere molto tempo, ma è, simbolicamente, un buon segnale a Kiev.

La seconda ragione è che i tre leader, assieme al Presidente rumeno, hanno potuto visitare luoghi martoriati dalla barbarie russe. Da mesi le TV ci mostravano le immagini spaventose dello scempio compiuto dai soldati di Putin, che distruggono città intere (proprio quelle, tra l’altro, che il Cremlino vorrebbe poi fossero parti della Russia), massacrano civili innocenti, tra cui centinaia di bambini, saccheggiano e rubano, come le peggiori orde medioevali. Ma la presenza dei responsabili di tre grandi Paesi europei sullo sfondo di macerie e desolazione ne ha dato una terrificante conferma.

La terza ragione è specialmente italiana: è bene che, nelle grandi vicende europee, l’Italia sia ormai la terza gamba di un tavolo non più limitato a Parigi e Berlino. Ne è responsabile Mario Draghi, il cui prestigio personale serve a coprire tante manchevolezze e miserie della nostra politica e le sgangherate, anche se magari benintenzionate, iniziative di Matteo Salvini.

Vicinanza, solidarietà, accesso all’UE, va bene. Però dobbiamo ripeterci che oggi l’Ucraina ha bisogno di aiuti concreti e, per essere chiari, di aiuti militari in misura sufficiente a permetterle di resistere e, sul medio termine, a respingere l’aggressione russa. Non corriamo dietro a chimere. Putin, nel suo discorso di venerdì ha chiarito fin troppo bene quale sia il suo disegno: un nuovo ordine mondiale ostile all’Occidente, cioè – cari Salvini, Conte e compagnia – a tutti noi.

Questa esigenza oggi è compresa dagli americani ma anche dagli inglesi. Boris Johnson si è affrettato a tornare a Kiev, ovviamente per contrastare l’effetto della visita dei tre leader, e ha fatto una promessa: la GB darà a Kiev i mezzi per una resistenza strategica. Se non sono parole all’aria, siano benvenute, e servano da esempio ai timorati tedeschi e anche a chi, da noi, continua a spaccare il capello in quattro sulle armi a Kiev.

Voglio ripetere quello che appare ovvio: in Ucraina si combatte una guerra per la libertà e l’avvenire delle democrazie europee e di tutti quei valori che sono alla base della nostra società. Sarebbe imperdonabile se la si perdesse per stanchezza o piccoli calcoli politici (è proprio questo che i gerarchi moscoviti certamente attendono).

Mi è doloroso chiudere questa nota con un’osservazione. Da cattolico liberale, mi aspettavo che il Papa prendesse chiaramente posizione tra carnefice e vittima. Non lo ha fatto, si è invece esercitato in pericolosi distinguo negando che vi siano un bene e un male chiaramente definiti, dicendo che la guerra è stata “provocata o almeno non impedita” e alludendo a non si sa quali “interessi”, che se veramente crede che esistano, dovrebbe indicarli a chiare lettere, prendendone poi le conseguenti responsabilità politiche e morali. Da cattolico, spero ardentemente che Papa Francesco, così umano, così vicino ai poveri e ai derelitti della terra, capisca finalmente che le sue parole, le sue preghiere, il suo magistero, debbono stare senza esitazioni dal lato di chi soffre, di chi muore ogni giorno per la megalomane follia di un despota.

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