Cronache dai Palazzi

L’Italia triplica il suo impegno per quanto riguarda la donazione di vaccini ai Paesi poveri, passando dalle 15 milioni di dosi annunciate al Global Health Summit di Roma lo scorso maggio ai 45 milioni di sieri che verranno consegnati entro il 2021. Questo è quanto ha confermato il premier Mario Draghi intervenendo al vertice sulla lotta al Covid-19 convocato dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in margine all’assemblea Onu. “Saremo l’arsenale dei vaccini come siamo stati l’arsenale della democrazia”, ha affermato il presidente americano. L’obiettivo degli Stati Uniti è superare il miliardo di sieri distribuiti nel mondo alla fine del 2022.

Oltre all’investimento economico non vanno comunque trascurati i problemi organizzativi, date le difficoltà per quanto riguarda la distribuzione e la conservazione a basse temperature delle provette. Nel suo intervento il premier Draghi ha ribadito per l’appunto gli aspetti logistici sottolineando l’impegno dell’Italia per quanto riguarda il trasporto, la conservazione e la consegna dei sieri e annunciando il G20 a guida italiana che si svolgerà a Roma a fine ottobre. Il presidente del Consiglio ha assicurato che durante il G20 si cercherà di risolvere il problema dello scarso coordinamento tra le autorità sanitarie e quelle finanziarie a proposito di vaccini. Il Global Health and Financial Forum sarà l’organismo di nuova strutturazione che avrà il compito di far dialogare, nel migliore dei modi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le agenzie dell’Onu con la Banca Mondiale e le altre istituzioni finanziarie internazionali, al fine di rendere più snello il processo decisionale per quanto riguarda l’attuale campagna vaccinale, in tutto il mondo, e anche per prevenire eventuali altre pandemie.

Nel frattempo l’obbligo del green pass, per tutti i lavoratori pubblici e privati, ormai prossimo (dal 15 ottobre), ha provocato un lieve aumento dei nuovi aderenti alla campagna vaccinale. Nell’ultima settimana si è assistito ad una ripresa delle prime somministrazioni pari al 10%. Ad oggi risulterebbe completamente vaccinato circa il 77,6% della popolazione. L’obiettivo dell’80% non è quindi lontano e l’obbligatorietà della certificazione verde ha accelerato il processo di immunizzazione della popolazione. Nel frattempo è in corso una trattativa tra ministeri ed Inps, come anticipato anche dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando, a proposito di un eventuale rifinanziamento dell’indennità per i lavoratori costretti a restare a casa in quarantena, per cui dovrebbero essere stanziati circa 900 milioni. La misura dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri all’interno del decreto per il taglio-bollette.

A proposito di bollette e di tasse da rendere allo Stato, intervenendo all’assemblea di Confindustria il premier Draghi ha assicurato che non è questo il momento di chiedere soldi ai cittadini. È stata un’accoglienza clamorosa quella riservata al presidente del Consiglio Mario Draghi dagli imprenditori, di fronte ai quali il premier ha lanciato “un patto economico, produttivo, sociale per il Paese”, il cui grande obiettivo sia “una prospettiva economica condivisa” per concretizzare la ripresa. In questo contesto assumono un’importanza fondamentale le “buone relazioni industriali” – come le ha definite il premier – che sono “il pilastro” di una “unità produttiva”, essenziale per affrontare al meglio i cambiamenti come quello che stiamo vivendo a causa della crisi pandemica. “È quando l’intero quadro di riferimento cambia che più occorre essere uniti”. Ha sottolineato Draghi.

L’economia è in ripresa e il Pil italiano quest’anno registrerà un +6% che però in verità consiste in un recupero del -8,9% dello scorso anno. La vera sfida è rendere stabile la crescita, una sfida non semplice anche a fronte di una non trascurabile inflazione ( +2,1% ad agosto di quest’anno rispetto allo stesso mese del 2020, rilevazione Istat) che fa salire il livello dell’incertezza. In questo frangente la fiducia di famiglie e imprese “è molto elevata, ma è fragile”, ha sottolineato l’ex presidente della Bce spiegando: “L’economia globale attraversa una fase di aumento dei prezzi, che riguarda anche i prodotti alimentari e tocca tutte le fasi del processo produttivo. Non sappiamo ancora se questa ripresa dell’inflazione sia temporanea o permanente, strutturale. Se dovesse rivelarsi duratura, sarà particolarmente importante incrementare il tasso di crescita della produttività, per evitare il rischio di perdita di competitività internazionale”.

In questo contesto il Patto sociale tra governo, imprese e sindacati evocato dal premier assume dei contorni concreti anche se non sono mancate le risposte da parte delle parti sociali. Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, in particolare, ha messo in evidenza l’urgenza di non fermarsi ad un Patto sociale bensì occorre andare oltre per costruire “un nuovo progetto di Paese”. Nello specifico “non so cosa voglia dire la parola patto – ha affermato Landini -. Voglio capire cosa c’è dentro. Il patto che proporrei è di fare accordi e contratti, che riconoscano il valore del lavoro, di superare la precarietà e affermare diritti uguali per tutti”.

Anche il premier Draghi ha comunque rimarcato la precarietà del lavoro che si rivela un fattore destabilizzante dell’intero sistema, nonostante l’aumento dell’occupazione. “A luglio il numero di occupati è cresciuto di 440mila unità e c’erano 170mila disoccupati e 484mila inattivi in meno. Il mercato del lavoro è ripartito, ma ci sono ancora alcuni aspetti che destano preoccupazione – ha affermato il premier -. Tra i dipendenti, tre quarti dei nuovi occupati hanno ricevuto un contratto a tempo determinato”, da qui la precarietà come spada di Damocle che minaccia il mondo del lavoro ormai da diversi anni.

Il Pnrr e i circa 200 miliardi di risorse messe a disposizione dall’Ue fino al 2026 rappresentano “un progetto decisivo per il futuro del nostro Paese”, ha sottolineato Mario Draghi ribadendo che “bisogna evitare i ritardi che hanno spesso rallentato o impedito l’uso dei fondi europei”.

L’esecutivo Draghi ha una specifica tabella di marcia per quanto riguarda il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Fino ad ora su 51 obiettivi ne sono stati centrati 13: 5 relativi agli investimenti pari al 21% del totale, e 8 sulle riforme (il 30%). Per il premier, che non vuole rischiare la bocciatura dell’Ue a gennaio, occorre accelerare; nello specifico, nei prossimi giorni sarà richiesto alle singole amministrazioni un “piano di adozione delle riforme e di compiuta realizzazione degli interventi da attuare entro il 31 dicembre”. I ministri saranno convocati a Palazzo Chigi e ognuno dovrà “far pervenire nei 5 giorni antecedenti la data di convocazione della Cabina di regia”, coordinata dal sottosegretario alla presidenza, Roberto Garofoli, un report che evidenzi “lo stato di avanzamento dell’insieme di riforme e progetti del Pnrr”, che fanno capo ognuno alla propria amministrazione. Dovrà inoltre essere chiara “l’impostazione che ciascun ministro ritiene di seguire” a proposito dei progetti di propria competenza, senza trascurare l’“individuazione degli ostacoli e delle criticità riscontrate”.

È evidente la spinta a “fare di più”. “Un governo che cerca di non fare danni è molto, ma non basta per affrontare le sfide dei prossimi anni – ha affermato il premier a viale dell’Astronomia – in primis le tensioni geopolitiche, il protezionismo, ma anche il probabile mutare delle condizioni finanziarie, il graduale affievolirsi degli stimoli di bilancio”. Il cambio di passo è necessario e si potrà realizzare solo se il Patto sociale tanto ambito passerà dalla carta ai fatti concreti. Forze politiche, imprese e sindacati sono responsabili tutti allo stesso modo. “Nessuno può chiamarsi fuori”, ha ammonito il premier che rivolgendosi agli industriali ha aggiunto: “Sono certo che conoscendo le virtù dell’impresa, sarà una pagina di cui l’Italia andrà fiera”.

In definitiva occorrerà impiegare nel migliore dei modi i fondi europei, che non rappresentano un mero bancomat da cui attingere. Le risorse elargite dall’Ue devono concretizzarsi in infrastrutture, nuovi servizi e miglioramento di quelli già esistenti, ospedali ed edifici scolastici efficienti, formazione dei lavoratori, a proposito dei quali il governo mira a “rafforzare gli strumenti di integrazione salariale per tutelare meglio chi perde il lavoro”, e realizzare “una riforma delle politiche attive del lavoro per agevolare il reinserimento di chi è disoccupato o cassaintegrato con più efficacia di quanto non succeda oggi”.

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, al posto della cassa integrazione ipotizza un ammortizzatore universale di tipo assicurativo, pagato dai beneficiari in proporzione all’utilizzo. Risultano inoltre essenziali istruzione, formazione e ricollocazione. Bonomi invita i sindacati ad aderire a un patto “per costruire insieme e indicare strade e strumenti che la politica stenta a vedere”. Occorre essere solidali e costruttivi per quanto riguarda disciplina dello smart working, in materia di sicurezza del lavoro, a proposito di politiche attive, che secondo Confindustria andrebbero affidate anche alle agenzie private e non esclusivamente ai Centri pubblici per l’Impiego. Ed infine occorre predisporre una efficace riforma tributaria per cui viale dell’Astronomia si attende “non soltanto interventi sull’Irpef, non solo una radicale revisione di tutti i bonus introdotti da destra e sinistra. Ma anche via l’Irap”, l’Imposta regionale sulle attività produttive.

La convergenza effettiva tra politica ed esigenze del mondo dell’impresa si potrà rilevare in maniera più chiara nel corso del mese di ottobre quando è attesa la legge sulla concorrenza. In Consiglio dei ministri approderà già la settimana prossima la delega fiscale. La riforma del Fisco non è più rinviabile, e servirà a rendere evidente l’impegno dell’esecutivo a non aumentare le tasse dando priorità alla salvaguardia della “capacità di spesa e volontà di investire” di cittadini e imprese.

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