Un figlio di nome Erasmus (Film, 2020)

Alberto Ferrari (Milano, 1962) è un buon regista teatrale, autore televisivo specializzato in fiction (Vivere, Distretto di polizia, I misteri di Laura), solo tre film in carriera girati per il grande schermo – compreso questo – che arriva a quindici anni di distanza da La terza stella. Peccato, perché la sola cosa memorabile di questo lavoro – modesto a livello di sceneggiatura – è la qualità della regia, la non banalità delle inquadrature, i movimenti di macchina decisi e precisi, la stupenda fotografia portoghese (di Saverio Guarna), tra squarci marini, periferie assolate e paesaggi cittadini.

Un figlio di nome Erasmus resta comunque cinema d’autore, perché Ferrari scrive la storia e la sceneggia (insieme a Gianluca Ansanelli), puntando su un’idea di cinema on the road che cita molte opere del passato, dalle pellicole di Salvatores per finire con alcuni titoli dei Vanzina. Se vogliamo ricorda persino Il posto delle fragole di Bergman (molto alla lontana), con il ritorno di quattro studenti invecchiati sul luogo dei loro studi portoghesi. Sintesi della trama: Ascanio (Bizzarri), Jacopo (Kessisoglu), Enrico (Liotti) e Pietro (Memphis), quattro amici che hanno partecipato aun progetto Erasmus in Portogallo si ritrovano dopo vent’anni perché la donna che hanno amato durante il loro soggiorno a Lisbona è morta. I quattro amici, una volta sul posto, scoprono che la donna ha lasciato un figlio ventenne, ma servirà il test del DNA per scoprire chi è il padre.

Da questo pretesto narrativo si scatenano una serie di situazioni che portano gli amici a riflettere sul senso delle loro esistenze, imprimendo una sterzata decisiva ai loro modi di vivere. Ascanio ha una grave malattia ma vive ogni giorno con intensità, Jacopo pensa di smettere gli abiti da prete oppure di farlo con ben altra vocazione, Enrico si lascia coinvolgere da una vecchia fiamma (Carol Alt), Pietro abbandona un lavoro inutile da promotore musicale. Una nuova vita li attende in Portogallo. Alla fine il senso del film è che il viaggio ti sconvolge la vita, ti modifica l’esistenza, se sei disposto a cambiare e se ti apri a nuove possibilità, sfuggendo la routine quotidiana.

Il film è cucito sulle possibilità interpretative di Luca e Paolo, che tutto sommato non escono fuori male dalla prova, anche se continuo a preferirli nei brevi sketch televisivi e nelle vesti di comici conduttori. Memphis è sempre lo stesso attore che si cala nei panni di un personaggio ormai diventato uno stereotipo. Liotti è anonimo quanto affascinante. Carol Alt, invece, è una fantastica riscoperta, bellissima come sempre, nonostante i sessant’anni compiuti. Valentina Corti è diligente nei panni della sorella omosessuale di Jacopo, impegnata a nascondere al prete le sue preferenze sessuali.

Un film che si guarda con piacere, senza grandi pretese, sorridendo e persino pensando, lasciandoci affascinare dalle panoramiche portoghesi e da diversi riusciti piani sequenza d’autore. Ottima la colonna sonora, tra pezzi originali e citazioni del passato, con presenza finale di Roby Facchinetti dei Pooh a cantare Pensiero. Sceneggiatura che lascia a desiderare. Genere indefinibile, tra la commedia sofisticata e la farsa, nel finale persino dramma sentimentale. Basta non avere troppe pretese e lasciarsi andare. Ridere si ride.

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Regia: Alberto Ferrari. Soggetto: Alberto Ferrari. Sceneggiatura: Alberto Ferrari, Gianluca Ansanelli. Fotografia: Saverio Guarna. Montaggio: Luca Pandolfelli. Musiche: Fulvio Premoli. Paesi di Produzione: Italia, Portogallo. Casa di Produzione: EaglePictures, Vivi Film Portugal. Durata: 107’. Genere: Commedia. Distribuzione Italia: EaglePictures. Interpreti: Luca Bizzarri (Ascanio), Paolo Kessisoglu (Jacopo), Daniele Liotti (Enrico), Ricky Memphis (Pietro), Carol Alt (Alexandra), Valentina Corti (Diletta), Filipa Pinto (Alice), Gabriele Carbotti (Wedding Planner).

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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