Il posto delle fragole (Film, 1957)

Il posto delle fragole è il capolavoro riconosciuto di Ingmar Bergman, che tratteggia un ritratto autobiografico ispirandosi al rapporto con il padre, ma quando sta per finire il lavoro si rende conto di aver parlato della sua vita. La coincidenza con le iniziali del nome del protagonista – Isak Borg – sta a indicarlo, pure se Bergman scriverà di essersi accorto di quel dettaglio solo dopo aver terminato di scrivere la sceneggiatura.

Il posto delle fragole si svolge in una sola giornata, dal mattino alla sera, forse l’ultimo giorno della vita di un medico che deve ricevere nella cattedrale di Lund un premio per il giubileo della carriera. Una giornata che si apre con un incubo, durante il quale Isak (Sjöström) vede il suo funerale, una bara che si apre e un se stesso spettrale che cerca di afferrarlo per trascinarlo negli inferi. Il professor Borg decide di raggiungere Lund in automobile, insieme alla nuora Marianne (Thulin), in crisi coniugale con il figlio Evald (Björnstrand), per la prima volta in vita sua si apre con la donna e comincia ad ascoltare i suoi problemi. La parte più evocativa della pellicola comincia quando il professore compie una sosta nei luoghi della sua infanzia e rivede – come uno spettatore esterno – alcuni episodi del passato. Torna l’immagine del primo amore, la cugina Sara (Andersson), che si è sposata con un altro dopo averlo tradito. Abbiamo l’incontro con tre giovani autostoppisti pieni di speranze e con due coniugi litigiosi, dilaniati da rancori e incomprensioni, che sono invitati a scendere dall’auto perché esempio negativo per i ragazzi. Il professore rende visita alla madre, personaggio sgradevole e cupo, che apre le porte a un nuovo incubo, quello di un esame umiliante, e al ricordo onirico di un antico tradimento subito dalla moglie. Resta il tempo per la festa del giubileo, quindi l’incontro con il figlio e la nuora, poi di nuovo il sonno ristoratore, con le immagini dell’infanzia che tornano liete e serene. Il regista sfuma la sequenza onirica nel finale, lascia nell’incertezza se stiamo davvero assistendo alla morte di Isak. Ma non è importante. La giornata è finita e molte cose sono cambiate.

Ingmar Bergman scrive e dirige un film pensato durante una lunga convalescenza al Karoilinska Sjukhuset, componendo un ritratto autobiografico ispirato anche alla rigida figura paterna. È lo stesso Bergman a confessare che il film rappresenta una richiesta di aiuto nei confronti dei suoi genitori, una sorta di desiderio di essere ascoltato e capito. Un film poetico, a base di suggestive parti oniriche, dissolvenze ebbre di significati e un’equilibrata alternanza tra passato e presente. Non è tutto ricordo e sterile autobiografia, ma c’è racconto, struttura, drammaturgia studiata nei minimi particolari. I temi cari a Bergman sono presenti in abbondanza: la difficoltà della vita coniugale, il rapporto con i genitori, l’importanza del passato nella vita di un uomo, l’adolescenza e il primo amore, il ruolo psicanalitico del sogno, l’inutilità della religione.

Il professore – vecchio, cocciuto e pedante – fallito come uomo, si è ritirato in solitudine a lavorare perché ha capito che i rapporti con il prossimo si limitano al pettegolezzo. La sua vita è tormentata da incubi, ma il più riuscito dal punto di vista artistico è quello del suo funerale, in una città deserta, tra orologi senza lancette, carrozze funebri che si rovesciano e bare che si aprono. Lucio Fulci girerà il suo ultimo intenso film ispirandosi a queste magiche sequenze che sono puro cinema fantastico. La paura della morte è protagonista della parte onirica come presenza spettrale di un futuro che aleggia sulle nostre vite. Il ritratto del vecchio misantropo è tratteggiato bene, con i suoi luoghi comuni, l’odio verso la nuora, la difficoltà ad accettare i cambiamenti sociali (le donne che fumano), ma al tempo stesso anche la sua apertura umana non giunge repentina. Il passato proustianamente torna a far capire che il tempo perduto è irrecuperabile, anche se il protagonista comprende che sarebbe stato meglio non aver fatto niente per cambiare, restando al punto di partenza. Il posto delle fragole è un viaggio alla ricerca della gioventù perduta, un sogno a base di flashback e parti oniriche, fotografato in maniera nitida e intensa, per mettere in primo piano la solitudine del presente, dove il professore si è confinato per colpa della sua grande aridità. “Il bene e il male non esistono”, dirà con una frase degna di Nietsche il protagonista, “esistono solo le necessità”.

Il film riflette la crisi del nostro tempo, scompare il pessimismo di cui era intriso Il settimo sigillo per far posto a una flebile speranza, anche se terminale. Il posto delle fragole è cinema ebbro di immagini, il contenitore è più importante del contenuto, il significante è forse superiore al significato. Il protagonista guarda in faccia la morte e redime la sua vita fatta di egoismo con le ultime importanti azioni. Il posto delle fragole è un viaggio nella memoria, un’esplorazione della coscienza, molto freudiana, un film intriso di simbolismi onirici e di sequenze fantastiche, con la morte in primo piano che porta a interrogarsi sul senso della vita. Il protagonista riprende contatto con la vita influenzato dal sogno, rivede la luce riconciliandosi con se stesso e con le proprie origini, riabbracciando oniricamente i genitori. Un film sull’incomunicabilità, sulla difficoltà dei rapporti familiari, che lascia intravedere una speranza nel luminoso finale.

Grandi interpretazioni degli attori, su tutti il protagonista Victor Sjöström, ma anche Ingrid Thulin e Bibi Andersson non sono da meno. Max von Sidow è poco utilizzato. Il film ottiene l’Orso d’oro al Festival di Berlino del 1958. In Italia esce a marzo del 1959, al solito con numerosi tagli nei frangenti in cui il regista parla troppo liberamente di religione, verginità e impossibilità di credere in Dio.

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Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Gunnar Fischer. Montaggio: Oscar Rosander. Scenografia: Gittan Gustafsson. Costumi: Millie Ström. Trucco: Nils Nittel, Carl M. Lund. Musica: Erik Nordgren. Brani: Fuga in Es minore di Joahn Sebastian Bach, Royal Södermanland Regiment March di Carl-Axel Lundwall, Marcia Carolus Rex di Wilhelm Harteveld, Parademarsch der 18:er Husaren di Alwin Müller, Under rönn och syren di Herman Palm. Suono: Aaby Wedin. Produzione: Allan Ekelund Per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: Indief. Riprese: 2 luglio – 27 agosto 1957 (Vida Vättern, Gyllene Uttern inn, Dalarö, Ägnö, studi Råsunda, Stoccolma). Prima proiezione: 6 dicembre 1957. Durata: 90’. Paese: Svezia. Interpreti: Victor Sjöström (professor Isak Borg), Gunnar Björnstrand (Evald Borg), Ingrid Thulin (Marianne Borg), Bibi Andersson (Sara), Folke Sundquist (Anders), Björn Bjelfvenstam (Viktor), Jullan Kindahl (Agda), Gunnar Sjöberg (Sten Alman), Gunnel Broström (Berit Alman), Naima Wifstrand (madre di Isak), Per Skogsberg (Hagbart Borg), Per Sjöstrand (Sigfrid Borg), Gio Petré (Sigbritt Borg), Peder Hellman, Gunner Lindblom (Charlotta Borg), Göran Lundquist (Benjamin Borg), Maud Hansson (Angelica Borg), Eva Möller (Anna Borg), Lena Bergman (Kristina Borg), Monica Ehrling (Brigitta Borg), Tngve Nordwall (zio Aron), Sif Ruud (zia Olga), Gertrud Fridh (Karin, la moglie di Isak), Åke Fridell (l’amante di Karin), Max von Sidow (Henrik Åkerman), Ann-Mari Wiman (Eva Åkerman), Vendela Rudbäck (Elisabet), Helge Wulff, Ulf Johanson (padre di Isak), Harry Asklund.

©Futuro Europa®

 [NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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