Egemonia culturale nell’era di internet

Premettiamo che parlare di egemonia culturale non è facile anche per un non semplice problema di carattere definitorio. Esiste poi davvero un concetto univoco di egemonia culturale che possa essere accettato da tutti o dal quale almeno far prendere il via un dibattito non mosso da pregiudizi o posizioni oltranziste? Per egemonia culturale si potrebbe intendere un pensiero dominante in un determinato momento storico in una società e, come tale, condiviso da un’ampia maggioranza pur con i suoi distinguo. Ma ecco che subito alzerebbe la voce qualcuno, come il sociologo francese Pierre Bourdieu che ha definito l’egemonia culturale una forma di violenza simbolica esercitata con l’imposizione di una visione delle categorie da parte di soggetti dominanti che impongono le loro visioni.

Sarebbe in tal caso una forma di violenza che può assumere diversi aspetti e se ne possono trovare esempi a molti livelli; anche dove non ce lo aspettiamo. In uno dei suoi ultimi brani del teatro canzone, “Qualcuno era comunista”, Giorgio Gaber parla di chi era, appunto, comunista, perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche, lo esigevano tutti. Un modus vivendi che troviamo anche nelle vicende di Francesco De Gregori e Rino Gaetano, contestati perché non politicamente schierati verso una determinata direzione e di Lucio Battisti considerato borghese o reazionario perché non traduceva il suo successo in un impegno politico schierato. Una forma non troppo velata di pretesa di disporre di una egemonia culturale perché patrimonio esclusivo di un’ideologia volta al politically correct cui bastava tacciare di fascismo ogni diversa manifestazione di pensiero.

Nella filosofia Marxista l’egemonia culturale è rappresentata dal dominio da parte di una classe che manipola cultura, credenze, valori e costumi al punto di farli diventare norme accettate. Probabilmente in un periodo in cui leggere e scrivere erano privilegio di pochi e l’analfabetismo era molto diffuso questa definizione rispondeva al vero. Questa analisi, non dimentichiamolo, è di Antonio Gramsci, ma viene da chiedersi se potesse dirsi ancora attuale quando la formulò ovvero se il concetto potesse avere una valenza quando Marx scrisse le sue teorie.

Ma il concetto di cultura purtroppo sembra essere cambiato e sembra sia difficile volersi piccare a farlo coincidere con quello di sapere, inteso nel senso classico di conoscenza, frutto di studio, analisi, critica.

Al giorno d’oggi, dove a nessuno può essere vietato di prendere la parola e con la diffusione di internet, che consente a tutti di ascoltare le diverse opinioni, scegliendo quella a cui aderire, già il concetto di cultura è diventato molto più vago ed incerto di quanto non lo fosse in passato, al punto che chiunque si può permettere di dubitare anche delle poche certezze acquisite; ne è un clamoroso esempio il terrapiattismo.

Il rischio è che l’egemonia culturale possa diventare non un concetto ancora più vago e perdersi fino alla sua totale dissolvenza, ma essere indirizzato nella direzione voluta da chi gestisce la Rete oppure da alcuni gruppi di abili manipolatori o, peggio ancora, in derive a dir poco fantasiose.

Lontani ormai i tempi in cui Gramsci distingueva strategicamente la guerra di posizione nella quale il rivoluzionario proletario doveva creare una cultura con sistemi di valori per contrastare l’allora egemonia borghese e successivamente permettere ai leader di iniziare una guerra di manovra e prendere il potere. Tutta via, perlomeno in quel momento, si parlava di idee e concetti che muovevano la società.

Oggi l’egemonia culturale è la pretesa di chiunque, disponendo di una tastiera, vuole imporre una propria prospettiva tacciando gli altri di ignoranza, incompetenza, fascismo, razzismo, non essere evoluti o non avere coscienza, oltretutto avendo in mano uno strumento che permette l’illusione di avere l’ultima parola sempre e comunque. A dispetto della ragione.

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