Cronache dai Palazzi

Sarà un negoziato difficile quello in corso all’interno del Consiglio europeo iniziato venerdì 17 luglio, con al centro del dibattito il Recovery Fund e il bilancio Ue 2021-2027. È solo il primo step di un lungo cammino alla fine del quale dovrà essere chiaro quante sono le risorse a disposizione e soprattutto a quali condizioni vengono erogate. La governance, ossia le regole sull’uso dei fondi, è il primo nodo da sciogliere. L’obiettivo è raggiungere un accordo ma “non è garantito ci sono ancora differenze importanti”, fanno intendere fonti Ue, in linea tra l’altro con le  dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel, che in questo frangente sta portando avanti un arduo lavoro di mediazione.

Piano anti-crisi e bilancio pluriennale sono strettamente legati l’uno all’altro anche per il presidente francese Emmanuel Macron: “Bisogna raggiungere un compromesso su entrambi perché servono a costruire una nuova sovranità europea”, ha affermato Macron.

Il premier olandese Mark Rutte sembra essere il più inamovibile e insiste per ottenere il diritto di veto sui piani di riforme degli altri Stati, una proposta che il premier Giuseppe Conte ha giudicato “incompatibile con i trattati e impraticabile sul piano politico”. Per cercare di arginare le richieste dell’Olanda il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha reso nota l’ipotesi di un “freno di emergenza” che bloccherebbe l’erogazione delle risorse anti-crisi qualora non ci fosse accordo tra i governi, rimandando la questione al Consiglio. Un governo potrebbe inoltre chiedere una discussione in Consiglio qualora ritenesse che un Paese non rispetti gli impegni di riforma. Tale proposta non sembra essere condivisa dal governo di Roma secondo il quale l’Olanda “viola le regole”. L’Italia non sembra accettare inoltre la proposta di assegnare al Consiglio europeo il potere di bocciare i piani nazionali d’investimento.

Nella pratica il fattore più importante riguarda i tempi entro i quali sarà garantito l’esborso dei fondi anti-crisi, e in questo contesto si profila un rafforzamento dell’asse Roma Parigi. L’obiettivo politico della Commissione Ue è di stanziare a sua volta almeno 500 miliardi a fondo perduto ma i Paesi cosiddetti “frugali” (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia) considerano troppo alta tale cifra a fondo perduto, e premono affinché vengano messe a disposizione meno risorse nel piano anti-crisi. Tale posizione è condivisa anche da molti partiti conservatori tedeschi e finlandesi. L’accesso ai fondi europei sarebbe inoltre strettamente vincolato al pieno rispetto delle libertà democratiche fondamentali.

Anche il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, ha espresso le sue preoccupazioni per i rischi che un robusto finanziamento al piano anti-crisi potrebbe scatenare provocando, nel contempo, un consistente taglio al bilancio comunitario 2021-2027. Sassoli non dà inoltre per “scontato” il via libera al bilancio da parte del Parlamento europeo.

Sul fronte italiano “il governo non ha mai escluso l’uso della nuova linea di credito del Mes”, ha affermato a sua volta il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a proposito di mezzi e risorse da poter utilizzare per reagire alla crisi. Gualtieri  ritiene comunque doveroso chiudere entro luglio il negoziato sul Recovery Fund: “L’Italia si batterà con forza per non modificare” l’assetto complessivo, ha inoltre puntualizzato il ministro di via XX Settembre. Commentando infine la staticità dei negoziati, Roberto Gualtieri ha dichiarato: “La nostra linea rossa è che il Recovery Fund deve essere adeguato alla sfida, servono risorse significative con eurobond e utilizzate sulla base del metodo comunitario, e non con veti di Paesi membri verso altri, questo sarebbe improprio”.

Per quanto riguarda il prossimo bilancio Ue 2021-2027 il negoziato si aggirerebbe intorno ai mille miliardi ma per alcuni Paesi nordici è ancora troppo, mentre l’Italia è contraria ad un eventuale ridimensionamento. Ovviamente si negozia anche sul volume del Recovery Fund, il pacchetto anticrisi di 750 miliardi presentato lo scorso 27 maggio dalla Commissione europea, di cui 500 miliardi di trasferimenti a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti. In discussione è l’equilibrio tra trasferimenti e prestiti. I Paesi “frugali” chiedono meno aiuti e più prestiti che verrebbero compensati dai cosiddetti “rebates”, sconti sui contributi al bilancio europeo, restituendo fondi a Germania, Olanda, Svezia, Austria e Danimarca.

Nello specifico, l’Olanda ha chiesto che i piani di riforma che ogni Paese deve presentare per accedere ai fondi siano approvati all’unanimità dagli Stati membri (riuniti nel Consiglio europeo), una posizione che però non è passata. Gli altri Stati Ue avevano già mostrato in precedenza il loro disaccordo. Nel contempo la proposta presentata dal presidente del Consiglio, Charles Michel, prevede che la Commissione Ue guidi una valutazione e il Consiglio la voti a maggioranza qualificata.

Secondo le parole della presidente Christine Lagarde, la Banca centrale europea continuerà a eseguire acquisti straordinari di bond come deciso fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Il problema è lo scenario post Covid a partire dal 2021. Per tutto il 2020 è tollerato lo stato di crisi e la Banca centrale europea sembra essere predisposta a sostenere i Paesi membri maggiormente colpiti dalla pandemia. Occorre sostenere i lavoratori sospesi e le imprese, oltre a molte altre necessità; si emetteranno quindi bond sovrani aggiuntivi rispetto alle previsioni di gennaio per un quantitativo di circa mille miliardi di euro.

Grazie ai provvedimenti già messi in atto la Bce sta assorbendo quasi interamente il debito supplementare dei Paesi colpiti, garantendo i finanziamenti ai governi e assicurando che i tassi si mantengano bassi per gli Stati e per l’intera economia.

I dubbi però sono rivolti soprattutto al 2021, la quantità di debito aggiuntivo dei governi, che dovrebbe essere riassorbita dai mercati, potrebbe risultare insostenibile. L’Italia, ad esempio, il prossimo anno oltre ad avere meno sostegno si troverà a dover collocare 500 miliardi di debito pubblico. Il mercato europeo nel suo complesso sarà inoltre investito da una valanga di titoli pubblici in vendita, e non è scontato che la Banca centrale europea sia in grado di smaltire tanti titoli quanti nel 2020.

Da qui la necessità per l’Italia di non rimanere indietro per quanto riguarda la crescita, il debito pubblico e le riforme perché è in ballo la credibilità generale del nostro Paese. In pratica nuovi fondi si ma da spendere bene. Occorrono progetti di investimenti e di ricostruzione del Paese da presentare agli alleati europei.

“Rimane cruciale che gli aiuti siano usati per riforme lungimiranti e non per progetti orientati al passato”, ha ammonito il cancelliere austriaco Sebastian Kurz a nome dei Paesi frugali.

Secondo il pacchetto attuale all’Italia giungerebbero circa 173 miliardi ma il negoziato è ancora aperto soprattutto a proposito del Recovery and Resilience Facility che prevede aiuti agli Stati in cambio di riforme, e per quanto riguarda i cosiddetti “rebates”, ossia il meccanismo di correzioni che “restituisce” fondi a Germania, Olanda, Austria, Svezia e Danimarca, meccanismo però non condiviso da tutti gli altri Paesi dell’Unione.

Un ulteriore fattore che fa discutere è la distribuzione dei fondi. I Paesi dell’Est denunciano ad esempio un vantaggio che favorirebbe i Paesi dell’Europa del Sud e l’Ungheria, nello specifico, si è opposta ad un eventuale legame tra l’accesso al Fondo e Stato di diritto.

In sintesi la distribuzione proposta dal presidente Michel ammonterebbe al 70% tra il 2021 e il 2022, tenendo conto della disoccupazione dei Paesi tra il 2015 e il 2019. Il restante 30% verrebbe invece assegnato solo nel 2023 in base al calo del Pil del 2020-2021. Il crollo del Pil, già in crisi negli anni precedenti alla pandemia, potrebbe rivelarsi un aggravante che renderà la discussione ancor più aspra e faticosa.

Si auspica comunque un accordo nel più breve tempo possibile. “Tutto il mondo ci sta guardando”, ha avvertito la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. “Con Next Generation Eu – ha spiegato von der Leyen – e un conveniente quadro finanziario europeo abbiamo la possibilità non solo di superare la crisi, ma anche di modernizzare il nostro mercato interno e la nostra unione, per portare avanti il green deal e la digitalizzazione”. La nuova Europa si deve strutturare su un’economia ambientale e digitale.

Tra le proposte per reperire risorse spunterebbero all’orizzonte anche nuove imposte su scala europea, come la tassa sulle plastiche non riciclabili, che porterebbe nelle casse dell’Unione circa 7 miliardi l’anno; l’imposta sulle emissioni di CO2 alle frontiere e sulle importazioni di prodotti carboniferi garantirebbe invece entrate dagli 8 ai 14 miliardi l’anno; ed ancora una tassa da imporre ai colossi del web (tra cui Amazon, Google, Facebook, Apple) e un’altra sulle transazioni finanziarie non gradita però a belgi, olandesi e danesi.

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