Un ministro imbarazzante

La stampa ha definito l’ultima uscita del ministro della Giustizia Bonafede una gaffe o uno strafalcione. Troppo buoni stavolta i giornalisti. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo, a fronte dell’uscita alla TV pubblica dell’esponente grillino, ne ha chiesto pubblicamente le dimissioni con un comunicato circolato probabilmente tra tutti gli avvocati d’Italia. Anche i magistrati ne devono avere avuta notizia ed è verosimile ritenere abbiano provato forte imbarazzo nel prenderne atto. I social hanno letteralmente massacrato il ministro, magari ricordando e apprezzando le sue doti quando si faceva chiamare Fofò DJ e si esibiva nei locali anche come vocalist.

Il fatto. Con un linguaggio semplice, asciutto, diretto, Bonafede, in un programma popolare che gode di ampia visibilità e audience, ha sostenuto che “Quando per il reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo ha termini di prescrizione molto più bassi”. Per un avvocato o un magistrato, si tratta di una bestemmia in termini giuridici, che dimostra una gravissima ignoranza della materia o (ma è solo una seconda ipotesi che sarebbe ancora più grave), assoluta malafede a scopo elettorale e strumentale.

Non è certo questa l’unica perla dell’ex DJ, oggi elevato ad uno scranno che ha visto prima di lui sedersi nomi, oltre a molti politici di professione o di lungo corso, giuristi quali Flick, Vassalli, Aldo Moro, i presidenti della Corte Costituzionale Conso e Caianiello; anche Palmiro Togliatti, non certo giurista, ma politico che seppe gestire un momento molto sensibile con l’amnistia che, nel primo dopoguerra, riguardò anche i suoi nemici.

Tornando ad oggi, ricordiamo che quella sulla prescrizione non si tratta dell’unica “perla” di sapienza giuridica elargita da Bonafede che aveva dichiarato come nell’esercizio della professione facesse decreti ingiuntivi per eseguire le sentenze. Una bestialità che costerebbe la bocciatura sia agli esami di abilitazione ad avvocato, sia a quelli universitari. Ha inoltre definito gli avvocati come degli Azzeccagarbugli che cercano solo di far assolvere clienti furbetti. Ricordiamogli che anche lui farebbe parte della categoria.

Le domande però, che a questo punto sorgono spontanee, sono relative all’opportunità se sia il caso che alla riforma della Giustizia, assolutamente necessaria, metta mano una persona che, oltre a non conoscere la materia, è stata protagonista di episodi che hanno creato imbarazzo nel suo stesso partito, quale la vicenda del video girato nell’occasione del rientro in Italia di Cesare Battisti.

Emerge però un altro possibile dubbio, vale a dire se l’uscita di Bonafede su prescrizione, dolo e colpa, non sia stata strumentale per il proprio pubblico ed elettorato. Non è del resto impensabile che, nel momento in cui un partito arranca, e un provvedimento che ha sempre voluto corre il rischio di non essere approvato, si lanci una chiamata alle armi verso il proprio elettorato, rectius, pubblico, per recuperare consenso. E Bonafede non ha spiegato, come avrebbe fatto un giurista, che la prescrizione è istituto giuridico basilare in un regime democratico, né si è dilungato sulla sua essenza giuridica, le cause della sua sospensione nei giudizi, il computo dei termini. Non sarebbe stato compreso dal suo pubblico.

Ha utilizzato un linguaggio degno, appunto, di quel pubblico che si è fatto ammaliare dal concetto semplice e diretto del “vaffanculo” su cui Grillo ha basato la nascita del suo movimento, insieme a slogan teatrali quali “Abbiamo abolito la povertà!”. Circostanza smentita dal fatto che Di Maio non ha vinto il Nobel per l’Economia, premio che sarebbe già troppo poco per chi avesse eliminato una piaga che affligge l’intero pianeta.

In entrambe le ipotesi, sia quella di ignoranza, sia quella di uso strumentale dei termini, Bonafede si è dimostrato inadeguato al suo ruolo di ministro: quasi un pericolo pubblico. Una volta, non solo nei film, il pericolo pubblico era armato di mitra ed entrava nelle banche sparando. Oggi è colui che crea o sbandiera ignoranza, e come tale deve essere messo in grado di non nuocere.

Vengono alla mente le parole di un conterraneo proprio di Bonafede, Gesualdo Bufalino, forse troppo citato e poco letto, quando disse che “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”. Il messaggio dello scrittore era chiaro. La nostra arma è la cultura, il sapere, la conoscenza e la competenza, con cui si possono estirpare piaghe quali non solo la mafia, ma prima di tutto l’ignoranza. Tutto ciò che Bonafede ha dimostrato di non essere in grado di fare.

Speriamo che l’Ordine degli avvocati di Palermo venga ascoltato.

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