Brexit, l’ultima carta

Nella giornata di ieri è stato finalmente e inaspettatamente raggiunto un nuovo accordo tra Gran Bretagna e Unione Europea, che permette di evitare il disastro di una rottura “no deal” e quindi caotica. Il Presidente della Commissione Europea Juncker, il negoziatore europeo Barnier, e leader come Macron e la Merkel, hanno espresso soddisfazione per una intesa che, secondo Barnier, salvaguarda tutti i principi e gli interessi propri all’Unione; per parte sua, il Primo Ministro britannico Johnson tiene fede all’impegno a far uscire la GB dall’UE il 31 ottobre.

Com’è stata possibile un’intesa che ben pochi credevano probabile? Fondamentalmente, perché Johnson  ha accettato una soluzione che aveva dichiarato in partenza inaccettabile, riguardo al punto nodale delle frontiere tra Repubblica d’Irlanda e Ulster (Irlanda del Nord, in maggioranza protestante e unionista), andando al di là di quanto Theresa May avesse accettato di discutere: cioè la permanenza dell’Ulster, pur appartenendo de jure alla GB, de facto inserita per quattro anni (dalla fine del 2020) allo spazio commerciale europeo, con la possibilità di rimanerci, a certe condizioni, per altri quattro e poi altri due anni. Johnson si è mostrato realistico: senza accordo, la legge votata dai Comuni lo obbligava a chiedere un ulteriore rinvio all’uscita. Gli europei, che all’uscita della GB erano ormai rassegnati (e oltre) e solo temevano le conseguenze economiche di un “no deal”, tirano un sospiro di sollievo.

La vicenda però non finisce qui: il nuovo accordo deve essere approvato dal Parlamento      britannico, di cui è prevista una seduta speciale domani sabato 19. Benché l’appoggio a un accordo sia aumentato dai tempi di Theresa May, i  numeri sono ancora incerti, visto che i 10 deputati unionisti dell’Ulster hanno già bocciato l’accordo. Tutto dipenderà da come si comporteranno i ribelli Tory e anche quei laburisti che non seguiranno la linea negativa espressa dal partito.

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