Libia senza pace

Dalla caduta di Gheddafi in poi, la Libia non ha conosciuto pace. Sono riemersi secolari conflitti tra Cirenaica e Tripolitania, che solo un regime forte e centralizzato poteva contenere, si sono moltiplicate le milizie, bande armate di dubbia lealtà e, come succede in situazioni del genere, sono intervenute pesanti interferenze esterne: occidentali (Francia, soprattutto), mosse in genere da non troppo nascosti interessi economici (mettere le mani sul petrolio), e mediorientali: dapprima lo Stato Islamico, che però è stato praticamente scacciato, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Qatar; paesi che giocano un loro rischioso e coperto gioco di predominio politico. L’Italia in tutto questo ha svolto un ruolo limitato, diretto principalmente a difendere i nostri immediati interessi (cioè quelli dell’ENI). Gli Stati Uniti hanno seguito la solita linea a zigzag, e ora sembrano pronti a togliere le mani dal fuoco, come in Siria.

Per un po’ di tempo, è prevalsa l’illusione che il governo di Sarraj, riconosciuto dalla Comunità internazionale, potesse portare un po’ di ordine e di pace, ma ci voleva poco a capire che era un regime debole, il cui controllo era di fatto limitato alla città di Tripoli, e costretto a cercare la protezione delle milizie, tra cui è importante quella di Misurata. E ci voleva poco a capire che i tentativi, dell’ONU e nostri, per produrre un’intesa tra Sarraj e l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, sarebbero prima o poi falliti. Perché ogni nostro concetto di democrazia, di negoziato pacifico, di compromesso, è penosamente inadeguato alla realtà di un paese arabo.

Ora Haftar ha scoperto le sue carte e intrapreso quello che da tempo pensavo sarebbe accaduto: marciare su Tripoli, abbattere il governo Sarraj e dominare l’intera Libia. Ha l’appoggio di Egitto e Arabia Saudita, conta sulle tribù un tempo amiche di Gheddafi, dispone di un esercito di diecimila uomini, certo più adatti alla guerriglia che a una guerra vera e propria, ma ha contro un insieme abbastanza scombinato di forze regolari e di milizie, per cui la partita è, quanto meno, pari (ma alla fine le forze di Haftar sono superiori).

I tentativi della Comunità internazionale di produrre un cessate il fuoco e un accordo politico, pensando a elezioni a fine anno, mi sembrano, almeno a medio termine, destinati a fallire. Può darsi che Haftar decida di fermarsi per un po’, se la sua offensiva trova resistenze maggiori dell’attesa, ma non credo che voglia cambiare strategia.

A questo punto, c’è da chiedersi cosa augurarsi. Per quel che so della Libia (anche per una missione segreta che vi effettuai molti anni fa), il paese ha bisogno di un “caudillo”, un uomo forte che sappia controllare le tante spinte divisive. Se Haftar è quest’uomo, alla fine ben venga. Quanto a noi, dobbiamo solo attendere, pensando che nessun regime libico può voltarci del tutto le spalle, e un regime forte può, rispettando i nostri interessi basici, come Haftar ha promesso di fare, esercitare di nuovo quel controllo sulle sue coste che Gheddafi esercitava, e quindi ridurre l’esodo dall’Africa verso l’Europa del Sud. Facendo contento Salvini e non solo lui.

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