Maduro, Guaidò e la crisi venezuelana

C’è un Paese, in America Latina, dove un caffè al bar costa come una valigia piena di soldi. L’inflazione fuori controllo sta distruggendo l’intero sistema economico nazionale e l’ideologia politica, orba di fronte alla crisi e alla sofferenza che ne deriva, sta conducendo un intero popolo sull’orlo dell’abisso. Quel Paese si chiama Venezuela ed era uno degli Stati più ricchi al mondo, per via dei numerosi e importanti giacimenti petroliferi situati nel sottosuolo e nelle proprie acque territoriali.

Dopo l’era chavista, conclusasi col fallimento delle teorie economiche socialiste, e la ripresa del medesimo miope discorso da parte dell’attuale presidente Maduro, il cui mandato – da molti ritenuto illegittimo – lo pone a capo di un regime alla Erdogan (non a caso, suo sostenitore a distanza), in una nazione in pieno default mai ammesso o dichiarato, spunta fuori la figura di un giovane oppositore, uno dei pochi ancora liberamente in circolazione: l’attuale presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidò, autoproclamatosi nei giorni scorsi presidente del Venezuela ad interim. Guaidò – in base a quanto previsto dalla costituzione venezuelana in contesti come quello vigente – si ripromette di traghettare in breve tempo il Paese verso nuove elezioni democratiche.

Questa è l’unica alternativa possibile al rischio concreto di una sanguinosa guerra civile, in cui i supporter di Maduro continuerebbero a scontrarsi duramente con l’ala dell’opposizione, nel bel mezzo dell’attività repressiva di polizia e forze armate. Ad oggi, gli scontri in piazza sono feroci, e nel backstage, come di rito, i grandi attori internazionali cominciano a replicare i classici schieramenti da guerra fredda. Sebbene l’ambito geopolitico sia differente, gli effetti della crisi sono simili a quelli prodottisi in Libia, per quanto quest’ultima sia spaccata addirittura a livello tribale. Nulla, però, ci vieta di pensare che, dalle forze armate venezuelane, in grado di incidere a favore dell’uno o l’altro leader, possa nascere – in tipico stile sudamericano – una terza figura autoritaria alla generale Haftar, aggravando ancor di più la situazione d’instabilità interna.

Guaidò offre amnistie e garanzie d’immunità a coloro, fra forze dell’ordine ed esercito, che abbracceranno il nuovo disegno di nazione, peraltro appoggiato dal presidente statunitense Trump, Regno Unito, Israele, Brasile, Argentina, Colombia e Ue, sia per togliere forza e tutela al regime, ma anche per scongiurare eventualità come quella summenzionata della svolta militare. In favore di Maduro, che grida al golpe, si schierano invece Russia, Cina, Turchia, Iran, Messico, Cuba e Bolivia.

Gli Usa minacciano di inviare 5.000 soldati nella confinante Colombia e di emettere nuove sanzioni contro la compagnia petrolifera di Stato venezuelana, la cui produzione è progressivamente crollata dal 2015 in poi, riducendo notevolmente la capacità di accesso a valuta estera, mentre da qualche anno, la popolazione – stremata dalla scarsità di cibo e medicinali – cerca riparo presso i Paesi vicini. Maduro ha risposto a Trump con l’intimazione ai funzionari dell’ambasciata americana di lasciare il Venezuela e ha bollato come ingerenza infantile l’invito a uno Stato sovrano da parte della Ue di indire nuove elezioni entro 8 giorni dallo scoppio delle proteste, pena il riconoscimento definitivo di Guaidò come presidente legittimo.

Nel frattempo, Guaidò ha dichiarato di procedere progressivamente ad assumere il controllo dei fondi e degli asset venezuelani all’estero.

Papa Bergoglio interviene, invece, unicamente a favore del popolo venezuelano, senza entrare nel merito politico di appoggiare l’uno o l’altro contendente, compito che – parole sue testuali – esula dal proprio mandato pastorale.

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