Il coltello di ghiaccio (Film, 1972)

Martha (Carroll Baker) è diventata muta dopo un terribile incidente ferroviario vissuto da piccola, dal quale è uscita illesa ma ha visto morire i genitori. Martha vive a casa del vecchio zio sofferente di cuore, in un paesino di montagna nella zona di Barcellona, dove un giorno viene raggiunta dalla cugina Jenny (Galli), famosa cantante. Prende il via una serie di omicidi di donne, che in un primo tempo sembra opera di un satanista, arrestato e liberato dalla polizia quando si scopre che la prima vittima è deceduta per overdose di eroina. Viene uccisa Jenny in garage, sgozzata con il coltello; poi è la volta della governante che torna a casa in bicicletta, infine muore in giardino una bambina amica di Martha, colpevole di aver visto troppo. Un medico che sta aiutando Martha a recuperare la voce deve allontanarsi per lavoro, lo zio pare colpito da infarto, l’autista si assenta, poi fa ritorno a casa, mentre la polizia sorveglia la ragazza rimasta sola nella grande villa. Tutta una messa in scena a colpi di soggettive e suspense per smascherare la vera colpevole: Martha, invidiosa del bel canto della cugina.

Un thriller insolito questo Il coltello di ghiaccio di Umberto Lenzi, a tratti quasi horror, claustrofobico e angosciante, girato in gran parte secondo la soggettiva del killer e della vittima, ricco di flashback onirici e di inquietanti primissimi piani, tagli degli occhi, sguardi truci. Si parte con una citazione da Edgard Allan Poe, forse del tutto inventata da Lenzi (la paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza), si prosegue in un crescendo di tensione, tra cimiteri nebbiosi, silenzi spettrali, case isolate, chiese sconsacrate regno di satanisti, boschi inquietanti. I delitti non sono efferati ed esibiti nei minimi particolari come nei contemporanei thriller argentiani e in precedenti pellicole di Mario Bava, ma risultano sfumati, presentati con stile classico, quasi hitchcockiano.

Quel che interessa a Lenzi è creare un’atmosfera sullo stile de La scala a chiocciola (1946) di Robert Siodmak, ma anche sulla falsariga dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, per poi sconvolgere lo spettatore con il colpo di scena finale. Il killer è la ragazza più indifesa, il segmento più debole della storia, la nipote diventata muta da bambina dopo la morte dei genitori, proprio lei che vede inquietanti sguardi nella nebbia e pare la vittima principale. Ultimo incontro di Carroll Baker con Umberto Lenzi, forse nel ruolo più truce e inquietante della sua carriera, in un’interpretazione adatta alla sua personalità di attrice, al centro di una storia basata sull’orrore psicologico. La follia di Martha esplode in tutta la sua potenza quando nel finale, ormai scoperta e arrestata, si mette a recitare Alice nel paese delle meraviglie, per la precisione la filastrocca dove si parla di una condanna a morte, proprio come quando era piccola e andava a scuola. Immagini di repertorio di una corrida fanno da preambolo e sono inserite ad arte nella parte centrale del film per evocare immagini di sangue e terrore vissute dalle due cugine come spettatrici. Molto ben fatta la sequenza iniziale con Martha che attende l’arrivo della cugina alla stazione ed è terrorizzata dal passaggio dei treni.

Tutti i meccanismi del thriller sono oliati a dovere, mentre vengono inseriti particolari argentiani e fulciani di giocattoli meccanici e animali sgozzati. Fotografia luminosa dello spagnolo Aguayo, molto colore iberico anni Settanta, montaggio rapido ed essenziale di Alabiso, sceneggiatura di Lenzi e Troiso che non perde un colpo, pure se molti critici hanno definito scorretto il finale e non hanno capito il giallo psicologico. Il regista usa a dovere lo zoom e il primo piano, dispensa a piene mani tutte le convenzioni del thriller orrorifico, tra notti nebbiose e piovose, finti killer con mani guantate, impermeabile e cappellaccio nero. Il finale è tutto un crescendo di tensione.

Attori ben calati nella parte, soprattutto Baker e Galli, con l’immancabile Franco Fantasia nei panni dell’ispettore (aveva il fisico del ruolo!), oltre che dell’assistente alla regia. Fajardo ha un aspetto così truce che non può essere il colpevole, sarebbe troppo semplice. Scott lascia qualche dubbio, ma si capisce che non può essere neppure lui. In Spagna uscito come Detrás del silencio. Nei paesi anglofoni come Knife of Ice.

Brevi note critiche. Marco Giusti (Stracult): “Al centro una serie di omicidi di donne. Tutti avvenuti nella casa dove vive una ragazza, Martha, Interpretata da Carroll Baker, diventata muta dopo un incidente ferroviario. Ovviamente l’assassina è proprio lei”. Paolo Mereghetti (una stella): “Modesto giallo che non tiene fede alla citazione iniziale di Poe: la paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza, e serve un disonestissimo colpo di scena”.

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Soggetto e regia: Umberto Lenzi: Sceneggiatura. Umberto Lenzi, Antonio Troiso. Fotografia: José F. Aguayo (Technicolor/Techniscope). Musica: Marcello Giombini. Montaggio: Enzo Alabiso. Scenografie: Piero Filippone. Costumi: Silvio Laurenzi. Produzione: Tritone Filmindustria (Roma), Mundial Film (Madrid). Distribuzione. Cidif. Interpreti: Carroll Baker (Marta), Alan Scott (dr. Laurent), Evelyn Stewart (Ida Galli) (Jenny), Eduardo Fajardo (Marcos), Silvia Monelli, George Rigaud (zio Ralph), Franco Fantasia (ispettore Duran), Silvia Monelli (signora Britton), Dada Gallotti (moglie del sindaco), Consalvo Dell’Arti (sindaco), Josè Marco (padre Martin), Carla Mancini, Luca Sportelli (fattorino ferrovie), Olga Gherardi (Rosalie), Rosa Maria Rodriguez (Christina), Mario Pardo (Randy Mason).

©Futuro Europa® Le immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione

[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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