Brexit, l’Accordo UE-UK

I cori trionfali seguiti alla vittoria della brexit nel referendum si sono presto dileguati di fronte alla realtà. La prima uscita di un membro UE dalla comunità si è scontrata con un art. 50 che in realtà non prevedeva, in concreto, nulla, in quanto a suo tempo nessuno pensava seriamente che un paese decidesse di lasciare la UE. Passare da una dichiarazione di principio ad un accordo vero e proprio si è rivelato devastante per il Regno Unito. Di fronte ad istituzioni ed aziende che hanno abbandonato Londra per rifugiarsi negli altri stati comunitari, con dati previsionali che prevedono scenari economici molto pesanti con cadute del pil anche del 8% e costi onerosi, si è rafforzato il fronte dei filo-europeisti che reclamano sempre più un secondo referendum.

Ma se il governo di Theresa May è riuscito a navigare tra l’emergere di dati tenuti rigorosamente nascosti per non fare preoccupare i sudditi di sua maestà con scenari pesantissimi, lo scoglio più grande si è rivelata la piccola Irlanda del Nord. La fine della sanguinosa guerra tra protestanti e cattolici con un sofferto accordo, ha portato la sparizione del confine tra Belfast e Dublino, ma la brexit fa improvvisamente assurgere a linea di frontiera fisica proprio l’Irlanda del Nord con la comunitaria Repubblica d’Irlanda. Poi ci sono tanti altri aspetti nel dossier, dallo status dei nuovi arrivi di cittadini UE sul suolo inglese, fino al pagamento di 50 miliardi di euro alla UE a saldo delle varie spettanze. Ma è anche vero che una brexit con un no-deal avrebbe conseguenze terrificanti sull’economia del Regno Unito.

Nelle 585 pagine che compongono l’accordo raggiunto dal governo di Theresa May con la commissione Barnier, si è concordata la permanenza della Gran Bretagna nell’unione doganale europea e dell’Irlanda del Nord nel mercato unico per evitare il ritorno delle frontiere lasciando il traffico transfrontaliero il più libero possibile. La premier britannica si è affannosamente affrettata a definire questa soluzione solo “uno scenario di emergenza“, in vigore fino al 31 dicembre 2020. A tale data le parti dovrebbero avere definito un accordo sul confine irlandese tra Londra e Ue.

Ma se tale accordo non si trovasse che accadrebbe? Il backstop proseguirebbe nel tempo fino a che non si trovi un punto di incontro; il risultato sarebbe che la Gran Bretagna resterebbe legata alla UE ancora per molti anni. Qui si è innescato il casus belli del parere del Procuratore Generale Geoffrey Cox, che Theresa May si è cocciutamente ostinata non voler pubblicare per intero, ma solo un modesto estratto.  Di fronte a questo atteggiamento le opposizioni hanno accusato di “Oltraggio al Parlamento” il governo ed hanno presentato una mozione alla Camera dei Comuni, questa è passata con 311 voti a favore contro 293 contrari, costringendo la May a pubblicare integralmente il rapporto dell’attorney general. Nelle 6 pagine del rapporto mr. Cox evidenzia come in mancanza di un accordo ci si troverebbe in uno stato indefinito e che le trattative potrebbero proseguire a tempo indeterminato, lasciando quindi il Regno Unito nella UE per molto tempo.

Se il Consiglio UE ha approvato le quasi 600 pagine di accordo in meno di mezz’ora, appare molto irto di pericoli il voto del Parlamento Inglese previsto attorno al 10 dicembre. La debolezza del governo May si evince da una caduta di oltre il 7% nei sondaggi arrivando ad un ipotetico pareggio con i labour di Jeremy Corbyn. Questo si aggiunge al fatto che dopo la diffusione del dossier Cox, i dieci rappresentanti nord-irlandesi hanno ritirato il loro appoggio all’accordo UK-UE, rendendone l’approvazione ancora più remota.

Nel frattempo anche i remainers hanno ripreso a voce alta a reclamare la permanenza nella UE a seguito del parere dell’avvocato generale della Corte Ue Campos Sanchez Bordona, “Quando uno stato membro ha notificato al Consiglio Europeo la sua intenzione di ritirarsi dall’Unione Europea l’articolo 50 del trattato dell’Unione ammette la revoca unilaterale di questa notifica fino a che non si conclude l’accordo di distacco sempre che la revoca sia stata decisa in conformità col dettato costituzionale e si comunichi in modo adeguato al Consiglio Europeo senza incappare in pratiche non consentite“. Sebbene il parere di Sanchez Bordona, sollecitato da Labour, Scottish National Party e Verdi, non sia ancora stato recepito dalla Corte con verdetto, appare chiaro che in base a questo Londra potrebbe fermare unilateralmente la brexit entro la data del 29 marzo 2019.

In merito all’accordo raggiunto si sono registrate le dichiarazioni dei responsabili europei, il capo negoziatore Ue Michel Barnier ha dichiarato: “Ora è giunto il momento che ognuno si assuma le sue responsabilità”. Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea ha aggiunto: “La Brexit è una tragedia, ma questo è il migliore accordo possibile”. Critico il Presidente francese Emmanuel Marcon: “L’Ue ha delle fragilità, ha bisogno di una rifondazione. Questo non è un giorno di festa”. La cancelliera tedesca Angela Merkel si preoccupa del voto al parlamento britannico: “May farà tutto quanto è in suo potere perché si concluda con un successo”. Per il primo ministro olandese Mark Rutte: “Non c’è nessun vincitore, Brexit è una sconfitta per tutti, ma date le circostanze è l’accordo migliore possibile per la Ue e per il Regno Unito”. Ottimista il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, il cui voto dovrà poi confermare l’accordo stipulato dal Consiglio: “Voglio essere ottimista, in maggioranza è favorevole all’accordo e voteremo a gennaio o a febbraio. Guardiamo al futuro, il Regno Unito esce dall’Ue ma è una nazione europea, dobbiamo lavorare duro per migliori accordi in futuro”. Rassicurante il premier irlandese Leo Varadkar: “Questa è la conclusione di due anni di duro lavoro che hanno permesso di raggiungere il nostro obiettivo, quello di un accordo che ci protegge e che protegge la nostra economia: oggi lo abbiamo”.

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