Oclocrazia: Platone e Aristotele ci avevano avvisati

Erano ancora i tempi dell’antica Grecia, un secolo prima delle guerre puniche; erano passati tre secoli dall’ultimo dei sette re di Roma e la Repubblica Romana iniziava lo sviluppo che l’avrebbe portata alla costruzione dell’Impero e i più importanti filosofi immaginavano quello che sarebbe stato l’evolversi delle società presagendo un futuro distante due millenni.

Già secondo Platone e Aristotele ogni forma di governo era destinata a corrompersi e degenerare in una peggiore; è la legge dei cicli.

Fu Polibio, storico greco che nei suoi testi di storia della Repubblica Romana, formulò più esaustivamente la teoria dell’anaciclosi, vale a dire un costante evolversi dei cicli politici che man, mano, in un processo di deterioramento, ritornano alla forma iniziale di partenza per poi riprenderne lo sviluppo. Ecco così che la monarchia cade nella tirannide, l’aristocrazia nella Oligarchia e, infine, la democrazia nella oclocrazia. Non è una parolaccia anche se pochissimo o forse niente usata dalla stampa. E chissà quanti giornalisti non siano consapevoli che questa è la direzione purtroppo presa.

Fu nelle sue Storie che Polibio usò per la prima volta il termine oclocrazia. È opportuno riportare il brano in cui vengono formulate le basi del concetto da leggere tenendo presente il contesto storico in cui erano scritte.

“Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia.”

Il concetto viene poi trattato secoli dopo da Vico e si trova anche in Rousseau. Lette in una chiave attuale, queste parole descrivono quello che è accaduto, con i dovuti distinguo, con la Rivoluzione Francese; forse con le contestazioni degli anni sessanta, nate non certo in ambienti di degrado culturale ma dai pensieri di élite universitarie. E probabilmente è quello cui stiamo assistendo oggi.

La democrazia nata dalle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale, dopo ottant’anni di faticosa esistenza, sembra essere giunta ad un punto di svolta e nuove generazioni che cercano quella preminenza indicata da Polibio, usano i mezzi a loro disposizione per imporsi. Lo vediamo in Italia con i Cinque Stelle e in Francia con i Gilet Gialli. I primi, nati dalla rete come fenomeno di reazione ad una partitocrazia che probabilmente aveva fatto il suo tempo e i secondi da una reazione spontanea, e forse all’inizio realmente genuina, ad un provvedimento impopolare che toccava le masse. Sicuramente la maggioranza dei partecipanti non ha investito i propri averi in questi movimenti a cui forse non hanno partecipato i più ricchi. Ma seguendo le parole di Polibio non siamo molto lontani dal vedere posta in essere una “violenta demagogia”. In Francia ne sono la prova i violenti disordini che hanno cagionato già alcuni morti mentre in Italia la violenza viene usata verbalmente e con ottusa cocciutaggine da chi non è disposto a tollerare le opinioni altrui e cerca addirittura di imbavagliare il dissenso.

Ecco che corriamo quindi il rischio, non remoto di trovarci in situazioni in cui lo Stato giunga ad essere guidato dagli umori delle masse; umori che ben si sa essere quelli del momento, soggetti a repentini e totali cambiamenti.

Ma rispetto al concetto polibiano, è indispensabile un ulteriore distinguo e ricordare l’attuale concetto storico in cui le masse sono quelle che recepiscono idee e messaggi non da una stampa obiettiva o su testi approfonditi, bensì mediante messaggi strumentali, talora falsi o che vengano convinte da demagoghi e masanielli di turno a percorrere percorsi senza soluzioni fattibili o, addirittura, impossibili da raggiungere o dannose. Raramente la massa che si muove nella direzione di distruggere il suo obiettivo è in grado di proporre strategie fattive e costruttive.

I rischi? Da un lato quello che i sistemi subiscano ricatti da frange di minoranze violente, dall’altro quello di vedere alla guida dello stato demagoghi incapaci di proporre soluzioni che consegneranno solo macerie a chi verrà dopo di loro.

È la normale ciclicità delle forme di governo. Ma è anche quella che Piero Gobetti, parlando del fascismo, chiamava autobiografia di un Popolo.

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