Cronache dai Palazzi

Una esemplare lezione di diritto costituzionale sostenuta dal presidente Sergio Mattarella al Quirinale, di fronte ad una platea di studenti. La Costituzione è un sistema di pesi e contrappesi predisposto “a garanzia di tutti”, ha sottolineato il capo dello Stato, richiamando all’ordine anche il mondo della politica e ribadendo che la democrazia è rappresentata da un sistema complesso e articolato, che presuppone per l’appunto delle garanzie, e non da un impianto semplicistico, o semplificato, nel quale a volte si rischia di sacrificarla. In sostanza vincere le elezioni non vuol dire salire al comando ma al governo, condividendo il potere e la rappresentanza, nonché il dovere di guidare il Paese, con tutte le altre forze che siedono in Parlamento, rispettando il gioco democratico delle parti. Nella pratica, governare non vuol dire comandare, al bando quindi qualsiasi forma di autoritarismo.

Nel gioco delle parti, che vuol dire soprattutto dialogo e confronto tra le stesse, non è quindi lecito attaccare ad esempio l’Ufficio parlamentare di Bilancio (UpB) perché ha espresso un parere negativo sul Documento economico e finanziario, in quanto le regole della democrazia prevedono quell’intervento, che al limite potrà essere respinto. Medesima questione a proposito dell’Autorità anticorruzione che ha sottolineato diverse incongruenze o criticità a proposito del decreto per Genova, oppure i tecnici dei ministeri richiamati più volte dalle forze di governo.

“La storia insegna – ha affermato Mattarella – che l’esercizio del potere può provocare il rischio di far inebriare, di perdere il senso del servizio e di fare invece acquisire il senso del dominio”. Per evitare una deriva di questo tipo si possono percorrere due vie: la prima, più “personale”, che prevede “una capacità di autodisciplina, di senso del limite, del proprio limite come persona e come ruolo che si esercita… un senso di autocontrollo e perfino di autoironia”. La seconda via è quella dei “meccanismi di equilibri che distribuiscono funzioni e compiti del potere tra più soggetti, in maniera che nessuno ne abbia troppo”.

Un intervento illuminato, quindi, durante il quale il presidente della Repubblica ha sottolineato il suo ruolo di “garante del buon funzionamento del sistema” e, di conseguenza, “della Carta costituzionale”. Una lezione di pedagogia istituzionale che Sergio Mattarella ha esposto ai liceali ospiti al Quirinale ma, a distanza, anche a tutte le forze politiche in campo richiamando ognuna al proprio ruolo (e al proprio recinto) e al rispetto dei confini del recinto dell’altro. Non enfatizzando le divisioni, “più ci attaccano”, ha affermato il vicepremier Salvini, “e più ci compattano”.

A proposito di manovra finanziaria, Sergio Mattarella ha invitato il governo a non condurre uno scontro inutile con le istituzioni europee, soprattutto a ridosso dell’avvertimento di Fitch, l’agenzia di rating, all’Italia. Il capo dello Stato ha raccomandato al governo prudenza e disponibilità al dialogo con i vertici dell’Unione, nonché con le altre nazioni.

Nel frattempo l’agenzia di rating Fitch ha pronunciato la propria nota rilevando “rischi considerevoli per i target della manovra, specie dopo il 2019”. Ed inoltre: “I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano”, ha sentenziato l’agenzia Fitch, per la quale dopo la manovra economica il giudizio sull’Italia potrebbe peggiorare. L’agenzia di rating prevede che il rapporto deficit/Pil nel 2020 in Italia sarà vicino al 2,6% e non al 2,1% come è stato scritto nella Nota di aggiornamento al Def. “I nuovi obiettivi di deficit dell’Italia – sostiene l’agenzia di rating – comportano rischi fiscali” e dato che “il processo per la messa a punto del bilancio ha messo in luce tensioni dentro la coalizione di governo”, ci sarebbero “rischi consistenti per gli obiettivi, in particolare dopo il 2019”.

Premier e vicepremier del governo Conte non sembrano a loro volta preoccupati per i salti dello spread e, conoscendo “bene i fondamenti della nostra economia”, si dichiarano “fiduciosi che lo spread potrà scendere o sarà tutto sotto controllo”.

“Noi vogliamo essere promossi dai cittadini non da altri, è bene che chi ha promosso altri governi bocci noi”, è stata la dura replica del vicepremier Luigi Di Maio, mentre a Matteo Salvini “interessano gli imprenditori che fanno impresa e non qualche burocrate in qualche ufficio”.

La viceministra dell’Economia, Laura Castelli ha ribadito che si tratta di “una manovra ambiziosa, con dentro quello che i cittadini ci hanno chiesto di fare”. La viceministra del Mef ha però anche sottolineato che a proposito della legge di Bilancio “bisognerà verificare come va avanti. Nessuno ha la sfera di cristallo, bisogna controllare passo passo se le politiche messe insieme funzionano”.

Nel frattempo l’Ufficio parlamentare di Bilancio ha definito “eccessivamente ottimistiche” le previsioni bocciando così la Nota al Def. Anche il Cnel ha auspicato una “attenzione sulla sostenibilità complessiva della manovra”: il rapporto deficit/Pil al 2,4% potrebbe andare bene ma “la scelta può risultare sostenibile solo se transitoria”, ha dichiarato il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Il vertice di Bruxelles è in programma per martedì prossimo, 16 ottobre. Sarà un vertice rovente non solo per quanto riguarda i temi economici, tra i quali anche l’unione bancaria, ma dovranno essere affrontate anche altre questioni essenziali come il caso Brexit o la questione migrazioni che prevede una revisione del Trattato di Dublino e un nuovo piano Frontex.

Il governo Conte, infine, prevede un’operazione di spending review diretta a tutti i dicasteri e, in particolare, al ministero della Difesa che dovrà rinunciare ai 500 milioni previsti per l’acquisto di missili, mentre altri 500 saranno risparmiati tagliando delle spese nei ministeri delle Infrastrutture, della Giustizia e della Salute.

Per il prossimo quinquennio il governo prevede comunque anche un virtuoso piano di investimenti aggiuntivi da 15 a 20 miliardi, almeno sulla carta. “Usciamo con la sensazione vera che l’Italia può fare sistema”, ha dichiarato il premier Giuseppe Conte dopo aver incontrato a Palazzo Chigi le 13 aziende partecipate (Cassa depositi e prestiti, Terna, Leonardo, Snam, Eni, Saipem, Ansaldo Energia, Enel, Poste Italiane, Fincantieri, Italgas, Ferrovie dello Stato, Open Fiber) convocate per la messa in pratica degli investimenti, i quali sarebbero subordinati alla realizzazione di un ambizioso piano di riforme: dalla riforma del fisco alla riforma del codice degli appalti, dalla riforma del codice civile ad un corposo piano di semplificazione burocratica.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha definito gli investimenti “pilastro della manovra” dettando i numeri precisi: 15 miliardi di fondi aggiuntivi nel triennio, più 5,7 miliardi già stanziati, per un totale di 20,7 miliardi. Progetti e numeri incoraggianti deputati a rafforzare le previsioni di crescita della manovra. “Abbiamo convenuto che una diversa manovra avrebbe portato, in una prospettiva di crescita molto debole, ad una recessione”, ha dichiarato il presidente del Consiglio sottolineando i termini di una manovra espansiva condivisa dai manager delle diverse partecipate presenti a Palazzo Chigi.

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