Brexit in marcia

Il 29 marzo scorso, il Governo inglese ha consegnato alle Autorità di Bruxelles la lettera di notifica di avvio della procedura prevista dall’art.50 del Trattato di Lisbona. In questo modo, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE è ufficialmente in marcia. Il percorso sarà lungo (almeno due anni) e complesso, ma ormai irreversibile. Dipende dal buon senso delle due parti se si potrà arrivare, come mi auguro, a un divorzio relativamente amichevole e non conflittuale. Bruxelles ha fatto sapere di essere disposta a mostrarsi costruttiva e Londra ha tutto l’interesse a esserlo anch’essa, a meno che non prevalgano i maledetti sentimenti gingoisti  che l’hanno caratterizzata in questi ultimi tempi.

L’amicizia, però, non deve trasformarsi in favoreggiamento. Se l’UE concedesse alla Gran Bretagna privilegi o vantaggi indebiti, ciò sarebbe un pessimo precedente per quegli altri Paesi membri che fossero tentati in futuro di seguirne l’esempio. Bisogna essere chiari: rispetto all’Unione si è dentro o si è fuori. Non si può pretendere di averne i vantaggi e non gli oneri. Dal momento in cui la separazione sarà stata consumata, beni e servizi inglesi devono essere trattati in Europa al pari di quelli di altri Paesi non membri. Pare anche difficile pensare a concedere alla Gran Bretagna lo status di “associato”, perché esso si confà a Paesi che dell’Unione sono sempre stati fuori, come la Svizzera e l’Ucraina, non a chi se n’è andato sbattendo la porta. Che gli inglesi sentano tutto il peso della loro decisione. Perciò, un ragionevole accordo nel mutuo interesse, ma niente di più.

Intanto, lo stesso 29 marzo, il Parlamento scozzese ha approvato l’avvio un nuovo referendum per l’indipendenza, da tenersi entro il 2019. Teresa May si è affrettata a opporsi (strano discorso: da un lato proclama di seguire la volontà del popolo e la democrazia avviando l’exit, dall’altra parte si rifiuta di accettare la eventuale volontà del popolo scozzese; curiosa concezione della democrazia!). Ma la verità è che se il referendum si terrà e sancirà la separazione della Scozia, c’è poco o nulla che possa fare Londra, a parte mandare l’esercito a reprimere. Va da sé che per la Gran Bretagna una separazione non sarebbe indolore: la Scozia non è una frangia marginale del Paese, ma ne costituisce un terzo per superficie e popolazione, ha una notevole capacità industriale e possiede tutte le risorse petrolifere del Mar del Nord. Una Gran Bretagna così amputata avrebbe dimensioni e peso molto minori.

Come sa chi ha avuto la pazienza di leggere queste note sin da prima del referendum inglese, non sono disposto a spremere neppure una lacrima per l’uscita della GB dall’Unione. L’Inghilterra è un’isola, sotto ogni punto di vista e, se dal punto di vista storico e culturale è senza dubbio parte integrante e importante della civiltà europea, non ha mai veramente aderito (col cuore, non con gli interessi immediati) all’integrazione. L’ha dapprima combattuta con tutte le sue forze, poi vi si è aggregata, esercitando però sempre dall’interno un’azione di ritardo e di freno a qualsiasi serio progresso istituzionale. Tra le Isole britanniche e il Continente c’è la Manica, un solco divisorio molto più profondo di quello che appare e la mentalità inglese ne è profondamente marcata. Poi c’è l’illusione imperiale, o quello che ne resta (il fantasma del Commonwealth) e quella della relazione privilegiata con gli Stati Uniti. Consciamente o no, gli inglesi hanno preferito queste illusioni alla realtà europea.

Auguro loro il meglio possibile, ma il resto dell’Europa ha il diritto e il dovere di andare avanti comunque. È la risposta migliore agli inglesi, alla loro mancanza di ideali e, sì, al loro sciovinismo. Speriamo che il percorso delineato nella Dichiarazione di Roma sia avviato presto e senza esitazioni. E lasciamo i Salvini e le Meloni sognare con i dissennati del calibro di Nigel Farage e compagni.

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