Bix – Un’ipotesi leggendaria (Film, 1991)

Pupi Avati corona un sogno giovanile scrivendo il romanzo e subito dopo il film della sua ossessione, quel Bix Beiderbecke conosciuto in un libro di Jain Lang che ha sempre considerato vicino alla sua esperienza artistica di jazzista.  Il film viene girato interamente negli Stati Uniti, a Davenport, nello Iowa, con una troupe nordamericana. Avati racconta la storia che ha in mente da tempo, ripercorre l’autodistruzione di un uomo che tenta di mettere insieme due mondi inconciliabili: il jazz, la notte, i locali, l’alcol e la musica di Bach e Beethoven. Bix, in fondo, è un film sulla trasgressione delle regole imposte da una famiglia rigida  e tradizionalista, che si vede sfuggire di mano un figlio ribelle.

Produzione ricca, sostenuta dalla Rai e dallo Stato dello Iowa che grazie al governatore – e al responsabile cinema Wendall Jarvis – giudica occasione irripetibile la consacrazione internazionale del figlio più noto di quella terra dopo Buffalo Bill. Pupi e Antonio Avati comprano addirittura una casa nello Iowa, la residenza di Bix da ristrutturare, con trentamila euro, invece di ricostruirla in studio, perché meno costoso. Carlo Simi – scenografo di Sergio Leone – lavora da par suo alla ricostruzione di un mondo abitato e vissuto dal musicista, guadagnando un David di Donatello per la cura della ricostruzione scenica e per l’ambientazione in un’America provinciale del primo Novecento. Bix concorre al quarantaquattresimo Festival di Cannes ma non ottiene la giusta considerazione, mentre potrebbe vincere Venezia se Avati non si facesse convincere a far parte della giuria. Resta il Nastro d’Argento assegnato al bravo Rachini per la splendida fotografia anticata.

In breve la trama. Siamo a New York nel 1931, due mesi dopo la morte del trombettista Bix, suo fratello Burnie arriva in città per conoscere Liza, la presunta futura sposa del musicista. Burnie conosce Joe Venuti, il solo vero amico di Bix, che aiuta il fratello nella ricerca e trova la ragazza. Durante il viaggio verso Davenport, città natale del trombettista, Joe viene a sapere che Liza non ha mai conosciuto Bix e che la faccenda della futura moglie era un’invenzione del musicista per far contenta la madre. L’amico e la donna staranno al gioco, per fare un ultimo regalo a Bix e alla sua famiglia. Il film si sviluppa come un lungo flashback, sceneggiato in maniera non consequenziale, ma per incastro, saltando senza soluzione di continuità dai successi di Bix con l’orchestra di Frank Trumbauer, passando per le incomprensioni familiari, senza dimenticare le prime ribellioni in conservatorio. Epilogo finale la morte in solitudine, a soli 28 anni, per alcolismo cronico. Una delle sequenze più belle giunge sul finire del film, immortalando quasi al ralenti un gruppo jazz di colore, che suona vagando tra vento e polvere, mentre attraversa un ponte. Tono crepuscolare e decadente, come piace ad Avati, un vero maestro per conferire alla narrazione certe pennellate poetiche.

Un film che contiene alcune citazioni cinefile (il pezzo di cinema muto che scorre alle spalle dei personaggi mentre parlano), ma anche l’autocitazione di Jazz Band e di un periodo intenso della vita di Avati. Splendida colonna sonora jazz che segue le sonorità dell’epoca, arrangiate da musicisti contemporanei, alla quale ha contribuito non poco la competenza di Lino Patruno. Attori perfetti, quasi tutti poco più che esordienti, ma Avati si dimostra ancora una volta un grande direttore di interpreti. Forse il film più costoso girato dal regista bolognese, con una produzione internazionale che permette una distribuzione europea e americana.

Bix è un ottimo lavoro con il solo limite di un andamento monocorde e di una sceneggiatura che parte in salita per poi prendere le misure e coinvolgere fino al commovente finale. Resta un’occasione perduta, perché non riscuote il successo che avrebbe meritato.

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Soggetto: Pupi e Antonio Avati (romanzo Bix – Un’ipotesi leggendaria, Frassinelli). Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Lino Patruno. Fotografia: Pasquale Rachini. Colore: Telecolor. Montaggio: Amedeo Salfa. Ricreazioni Musicali e Arrangiamenti: Bob Wilber. Scenografia: Carlo Simi. Interpreti: Edda Bestian. Operatore alla Macchina: Antonio Schiavo – Lena. Fotografo di Scena: Mike Newell. Coreografia: Marilù Dennhardt. Produttori: Antonio Avati, Gianfranco Piccioli, Giorgio Leopardi. Direttori di Produzione: Francesco Guerrieri, Fred Chalfy. Casa di Produzione: Duea Film – Union P.N.. Collaborazione alla Produzione: Rai Uno, Artisti Associati. Aiuto Produttivo: State of Iowa, City of Davenport, Iowa Film Office (Wendol Jarvis). Esclusiva Internazionale: Sacis. Negativi: Kodak. Girato: Technovision.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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