Tra il Sì e il No

Da italiano residente all’estero, sto aspettando con pazienza che mi arrivi la scheda di voto per il referendum del 4 dicembre. Per votare come? Ebbene, per dare un sofferto “Sì”. Perché sofferto e perché “Sì”? Sofferto perché ci sono parti di questa riforma che mi paiono mal fatte, in primissimo luogo la composizione e i poteri del Senato. Io, figlio di Senatore, ho per quella che si chiamava “la camera alta” il più grande rispetto. Mi rendo conto però che la procedura di doppia decisione è lunga e inadatta ai tempi. A mio avviso, si sarebbe dovuto operare sulle competenze reciproche di Camera e Senato un taglio molto più semplice e diretto, sul modello francese. Si è adottato un compromesso pasticciato che, probabilmente, complicherà in molti casi il percorso legislativo invece di semplificarlo. La composizione del Senato, ricalcata su quella tedesca, mi pare egualmente sbagliata. Sarebbe stato tanto più semplice e limpido far eleggere i Senatori in numero limitato e su scala regionale, conservandone la rappresentatività. Su altre parti della riforma credo possano esservi altri rilievi da fare, ma lasciamoli stare.

E allora, perché “Sì”? Ma perché non è possibile che ogni volta che si cerchi di adattare le norme costituzionali e modernizzare in qualche modo i nostri processi istituzionali, tra i più farraginosi d’Europa (una domandina cattiva e insidiosa: ma perché negli Stati Uniti e altri Paesi d’America il bicameralismo funziona?), scattino divieti e blocchi di ogni tipo, confermando l’impressione di un Paese incapace di migliorare sé stesso, di andare comunque avanti, anche in alcune cose sbagliando. Perché sul fronte del “No” vedo aggruppato un coacervo che va dagli eterni perdenti della sinistra estrema, quelli che hanno mancato tutti i loro obiettivi, da Bersani a D’Alema, ai grillini che a Roma stanno dimostrando la loro completezza inadattezza al governo, ai residui manipoli berlusconiani (che non si vergognano neppure di aver più volte votato questa riforma in Parlamento) al bieco Salvini, trumpista “antemarcia”. E ponderosi costituzionalisti, smentiti e derisi da altri costituzionalisti a loro volta ridicolizzati da altri, in un labirinto infinito di chiacchiere. Tutti accomunati da un obiettivo: fare fuori Renzi.

Sin dal primo giorno, anzi anche prima che andasse a Palazzo Chigi, ho scritto quello che pensavo di Matteo Renzi: è improvvisato, supponente; sono a molti chilometri dall’approvarlo in tutto. Ma qualcosa ha fatto, o cercato di fare. E al di là di lui vedo un deserto popolato di nanerottoli, capaci di unirsi per farlo cadere ma non per mettere insieme qualcosa di costruttivo. Perché alla fine, al di là dei contenuti della riforma, il nocciolo politico della questione è proprio questo: che succederà all’Italia nel caso (che i sondaggi indicano come molto probabile) di una vittoria, del “No”? Può darsi che Renzi e il PD scelgano di restare alla guida, ma prevedendo, inevitabilmente, nuove elezioni a breve termine. Con che Legge elettorale? Come si eleggerà il Senato, non più modificato?

Riflettiamo su una cosa: in una democrazia normale, quando vari gruppi di opposizione si uniscono contro l’ufficialismo, di solito propongono una ragionevole, coerente alternativa di governo. In Italia, neppure l’ombra, checché proclamino Berlusconi e i suoi portavoce. Ce l’immaginiamo un’ammucchiata di governo in cui convivano Grillo e Salvini, Berlusconi, Bersani, D’Alema, Vendola e via dicendo? Da quale incubo può nascere una visione del genere? E allora cosa? Una “grande coalizione” PD-FI-NCD?  Sarebbe la soluzione meno traumatica, con tempi e scopi limitati, ammesso che fosse disponibile il PD. Ma se Renzi perdesse il Referendum con una minoranza a favore abbastanza ampia, avrebbe tutto l’interesse a fondarsi su di essa per tentare nuove elezioni.

Insomma, gli scenari possono essere tanti, ma nessuno convincente. Il meglio è ancora lasciare le cose come stanno, arrivando al termine naturale della Legislatura con una riforma approvata e una legge elettorale migliorata.

©Futuro Europa®

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