Referendum Trivelle

Ho letto con estrema attenzioni le ragioni dei sostenitori del Sì e del No al Referendum del prossimo 17 aprile sulle trivellazioni in mare, cercando di capire qual è la verità. Impresa difficilissima, perché le due parti espongono argomenti che, visti isolatamente, paiono tutti convincenti. Vediamo di riassumerli all’osso.

Innanzitutto, una premessa: non si tratta di chiudere le trivellazioni in corso, ma di non permetterle oltre i limiti delle concessioni attuali. Questo è importante per capire la portata della posta in gioco. Il quesito posto sulla scheda sarà del genere “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.

I sostenitori del “si” dicono sostanzialmente questo: le trivellazioni, tanto nell’Adriatico che nel Canale di Sicilia, mettono a rischio il medioambiente e causano danno al turismo, che è una risorsa nazionale importantissima, contribuisce al 12% del PIL e occupa tre milioni di persone. D’altra parte, l’apporto del petrolio e del gas trovato in mare non è superiore all’1% del fabbisogno italiano. Dunque, per un danno serio, un vantaggio limitatissimo. L’argomento è serio, anche se a mio avviso un po’ esagerato. Bisognerebbe avere una mappa precisa dei luoghi, per capire se e fino a che punto, non nuove trivellazioni (che vanno proibite) ma la prosecuzione di quelle in corso nuocciano veramente ad ambiente e turismo.

I sostenitori del “no” (tra cui vedo spuntare Romano Prodi, che parla addirittura di “suicidio nazionale”) dicono che ricerca ed estrazione, soprattutto di gas, sono controllatissime e pertanto sicure, avvengono in zone lontane dalle spiagge più belle e popolari, e l’industria dà lavoro a oltre 10.000 persone. Dicono che in realtà petrolio e gas estratti in Italia coprono molto più del 10% del fabbisogno nazionale e quindi sono importanti. Giocano però un po’ sui numeri, giacché la cifra si riferisce al totale dell’energia estratta nel Paese, di cui il 90% è in terra, e quindi non in discussione nel referendum. Credo che anche le cifre sull’occupazione vadano assai ridemendionate se riferite solo alle piattaforme in mare. Sempre i sostenitori del “no” ricordano che le compagnie concessionarie pagano una tassa elevata (oltre 800 milioni di euro all’anno) allo Stato, che andrebbero perse. Non stiamo parlando di miliardi di euro. Però certo è una considerazione che va tenuta in conto, anche se non mi pare decisiva.

Il Governo e il PD si sono chiamati  fuori, suggerendo l’astensione, consiglio che risponde, credo, alla preoccupazione di non esporsi a un rischio politico inutile (ma l’astensione è in sé una scelta, perché mira a non far scattare il quorum). Avrebbero fatto meglio, a mio avviso, a pubblicare un rapporto imparziale e sereno, esponendo con chiarezza, precisione e verità i dati reali del problema, lasciando poi, com’è naturale, assoluta libertà di voto. Avrebbero cosí anche evitato l’ennesima bega interna da parte della sinistra radicale (e piagnona).

Però, astenersi è giusto o sbagliato? La Presidente della Camera (che non rinuncia mai a dire la sua) ha ricordato che “votare in un referendum è un esercizio di democrazia”. Ha ragione, però chi vota dovrebbe essere in condizione di saper sceverare con assoluta certezza il vero dal falso, la ragione dal torto. Così non è quasi mai, e anche in questo caso possiamo aspettarci, nelle prossime settimane, la consueta cortina di fumo, le consuete chiassate nei talk-show televisivi. Per questo l’astensione può apparire attraente, non come una maniera per sfuggire alle proprie responsabilità, ma per rifiutarsi di sentenziare su una questione di cui si sa in definitiva assai poco e su cui è difficile prendere una posizione.

Un elemento però fa riflettere: il referendum non è stato proposto dai soliti talibani ambientalisti, ma da varie Regioni di diverso segno politico (dal Veneto alla Campania) preoccupate per le ricadute negative su ambiente e turismo. Mi riesce difficile pensare che i rispettivi organi politici e amministrativi non abbiano pesato bene le cose e abbiano lanciato un sasso nello stagno solo per far chiasso. Allora? Io per fortuna, risiedendo all’estero, non voto nei referendum e quindi evito il dilemma di coscienza. Però, se vivessi in Italia andrei a votare? Penso di sì, anche se mi irrita dover sciogliere questioni sulle quali non sono compitamente informato. Per dire cosa? Non lo so, ho molti dubbi , ma alla fine credo che mi lascerei guidare dall’istinto: amore della nostra bella Italia, convinzione che il petrolio debba essere via via eliminato dalla scena e che comunque ce ne sia in giro fin troppo; o forse il ricordo giovanile di una splendida vancanza alle Tremiti ora minacciate. Per cui, pronto a pentirmene un minuto dopo, voterei “sì”.

©Futuro Europa®

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