L’Inghilterra e l’Europa

L’Europa non sta traversando il suo momento migliore, l’immigrazione massiccia ha scatenato insopprimibili egoismi nazionali e chiamato in causa quella solidarietà che pure dovrebbe essere la regola comune. In questo quadro, l’accordo raggiunto all’unanimità con l’Inghilterra, almeno, è una buona notizia, perché permette di affrontare il referendum fissato per il 23 giugno per il Brexit  in condizioni favorevoli. Intendiamoci, uscire dall’UE comporterebbe una perdita più per  l’Inghilterra che per l’Unione. Perderebbe i vantaggi del Mercato Comune, la sua posizione di centro finanziario ne uscirebbe ridimensionata e Londra abbandonerebbe ogni possibilità di partecipare e condizionare le decisioni europee in campo economico, finanziario, politico e di sicurezza. Tornerebbe ad essere quello che era e forse molti vogliono che resti: un’isola, con molte illusioni e senza Impero, un’isola aggrappata al rapporto speciale con gli Stati Uniti. Ma fuori dell’UE la sua stessa posizione agli occhi di Washington perderebbe molto del suo interesse. Di tutto questo, la parte saggia dell’establishment inglese, la city, il partito laburista in generale, gli scozzesi, sono perfettamente coscienti. Ma bisogna sempre fare i conti con i pregiudizi e i risentimenti, anche se irrazionali.

Personalmente, ho sempre pensato che, sul medio e lungo termine, l’uscita di un’Inghilterra isolazionista e recalcitrante sarebbe un vantaggio per l’Unione. Toglierebbe una fastidiosa spina nel fianco, consentirebbe di procedere più liberamente sulla strada dell’integrazione, o almeno toglierebbe un comodo alibi per non farlo. La storia dei rapporti tra Gran Bretagna ed Europa è del resto una storia più di contrasti che di amore. Gli inglesi reagirono all’inizio tentando di bloccare il Mercato Comune. Fallirono miseramente. Seguirono perciò per forza di cose un loro motto: “if you cannot beat them, join them” (se non puoi vincerli, unisciti a loro). Fu un Governo conservatore, guidato da Mac Millan, quello che all’inizio degli anni Settanta guidò la Gran Bretagna nella Comunità Europea, una volta sparito il Generale De Gaulle che vi si era tenacemente (e tutto sommato a ragione) opposto, ma sin dall’inizio la partecipazione inglese fu critica e di retroguardia, ostile a ogni misura che superasse quello che realmente e solo interessava Londra: la libera circolazione di merci e capitali. La fronda inglese prese, nei lunghi anni della signora Thatcher, aspetti specialmente sgradevoli. La signora era sciovinista, arrogante, visceralmente ostile alle “superstrutture” bruxellesi. Ho assistito a molti vertici europei e a vari incontri bilaterali (uno, memorabile, con Craxi a Firenze, in cui l’ostilità reciproca si tagliava con il coltello), nei quali la Thatcher riusciva a rendersi perfettamente odiosa.

Londra si è mostrata sistematicamente avversa a ogni salto di qualità della costruzione europea, talvolta riuscendo a bloccarlo, altre volte riducendolo a pura forma, altre infine restandone deliberatamente fuori. Ricordo bene il dramma seguito alla decisione europea di stabilire una Moneta Comune. Fu presa contro la volontà della Thatcher, a maggioranza di 11 contro 1, in uno storico vertice a Roma presieduto da Andreotti. Poi, caduta la Thatcher, il nuovo Governo inglese firmò  il Trattato di Maastricht, ma  il Primo Ministro John Mayor si accorse presto che la maggioranza conservatrice ai Comuni non lo avrebbe ratificato. Iniziò allora un febbrile negoziato per ottenere che Londra potesse restare fuori dall’euro, pur consentendo la sua entrata in vigore del Trattato.  A Roma e a Parigi c’era molta ostilità all’idea di fare agli inglesi quello che appariva un indebito privilegio.  Da noi, contrari erano il Ministro degli Esteri Colombo e mezza Farnesina, favorevoli il Ministro del Tesoro. Ma il fatto obiettivo era che senza la ratifica anche di un solo Paese il Trattato sarebbe divenuto nullo. Per questo, data l’enorme importanza che aveva per noi Maastricht, io, che ero allora Direttore Generale degli Affari Economici, convinsi l’allora Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, che non avevamo altra scelta che consentire l’eccezione inglese. Togliemmo dunque il veto, persuademmo i francesi  e, al vertice europeo di Edinburgo, la richiesta inglese fu accolta.

Ora la storia sostanzialmente si ripete. Il Primo Ministro è favorevole a restare nell’UE, ma sa che è possibile convincere i suoi concittadini solo ottenendo condizioni speciali. Ma ricordiamolo: il più è stato accordato in passato. Ora, fuori dell’Eurozona, fuori di Schengen e da tanti altri aspetti di cooperazione comunitaria, la Gran Bretagna ha già uno ”statuto speciale”. L’accordo raggiunto a Bruxelles non fa che ratificarlo formalmente. David Cameron  ne ha ribadito la portata dichiarando che l’Inghilterra non accetterà mai  l’euro, né Schengen, né le FFAA comuni, e non sarà mai parte di un “superstato europeo”. Sul piano concreto, ha ottenuto una proroga settennale all’obbligo di estendere le prestazioni del welfare ai cittadini comunitari e vari altri vantaggi minori. Ha ottenuto un’ulteriore concessione, che a mio avviso poteva e doveva essere negata: il diritto, pur non facendo parte dell’Eurozona, di ricorrere al Consiglio Europeo contro le decisioni di questa.

È stato giusto accontentarlo? In sé e per sé, come ho accennato più sopra, sarebbe stato meglio correre il rischio del Brexit. Mi rendo conto tuttavia che, in caso di uscita della Gran Bretagna, l’effetto psicologico all’interno dell’UE e nella sua posizione nel mondo sarebbe spiacevole, tanto più con forze politiche interessate ad attaccare l’Europa e una stampa sempre pronta a stracciarsi le vesti e parlare di crisi irreversibile. Qualcuno, oltre alle ricadute all’interno di Paesi come la Francia, la Germania e la stessa Italia, potrebbe anche temere l’effetto contagio in Paesi marginali, come l’Ungheria o la Polonia, ora retti da regimi di destra, e i distanti Paesi Baltici, per non parlare della Grecia. Dubito tuttavia che questi Paesi, che assieme a tutti gli altri “nuovi venuti” sono beneficiari netti e spesso in modo sostanziale degli aiuti comunitari, abbiano davvero voglia di andarsene.

Comunque, l’accordo c’è e forse è bene così. La partita, tuttavia, non è chiusa. Come ha rilevato il Presidente del Consiglio, l’Europa si è mostrata generosa, ora la scelta è in mano agli inglesi. Se Cameron invita a votare Sì, cinque suoi Ministri e vari importanti esponenti del suo Partito, tra cui il popolare Sindaco di Londra, militano per il No. I sondaggi danno per ora il 48% favorevole a restare nell’Unione e il 33% contro, ma c’è un 19% di indecisi, per cui è prematuro fare previsioni.

Vorrei però rivolgere al Governo e alle forze politiche europeiste, e quindi soprattutto agli amici dell’area Popolare, un doppio invito: quale che sia il risultato del referendum inglese, non ne facciamo un dramma: non è un “giudizio di Dio”. Se l’Inghilterra resta dentro, bene. Se no, pace! Prepariamo piuttosto un piano di contingenza da far scattare sia senza l’Inghilterra, sia con un’ Inghilterra sostanzialmente estranea e “a statuto speciale”. Quest’anno ricorrono i sessant’anni dalla riunione di Messina, nella quale furono gettate le basi del Trattato di Roma. I sei Paesi fondatori e quelli affini per convinzione europea abbiano il coraggio e la lungimiranza di andare avanti sulla strada di una maggiore integrazione là dove è utile e politicamente possibile. I temi sono tanti e non ci sarà più l’alibi dell’opposizione britannica. Con saggezza, senza impossibili fughe in avanti, continuiamo sulla strada intrapresa, l’unica che possa garantire ai nostri figli e nipoti un avvenire migliore in un Continente forte, libero e prospero.

©Futuro Europa®

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Un Commento

  • Gli inglesi non hanno perso il vizio di guardare gli altri dall’alto in basso. In futuro… chi lo sa.

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