Cosa ne è stato dei figli di Gheddafi?

La vita non è stata proprio clemente con i nove figli (otto figli biologici ed uno adottato) di Gheddafi, da quando il dittatore è morto per mano di una folla in delirio, nel Settembre del 2011. Prigione, esilio, fossa comune. Tre di loro sono stati uccisi, altri sono latitanti. C’è anche chi sta marcendo nelle prigioni di Tripoli in attesa che la giustizia libica decida della loro sorte, come nel caso di Saadi Gheddafi. Il suo processo doveva riaprirsi lo scorso sei Dicembre, ma è stato nuovamente rinviato al sette Febbraio. E’ tornato alla ribalta delle cronache anche Hannibal, per il rapido e misterioso rapimento avvenuto in Libano tre giorni fa (l’ultima volta che aveva fatto parlare di sé è stato al G8 del 2009, quando aveva dichiarato che la Svizzera avrebbe dovuto essere divisa tra Francia, Germania e Italia). Hannibal è stato rapito e liberato nella Bekaa, una delle roccaforti del movimento libanese sciita Hezbollah. Nel ricordare questi due eventi, prendiamo spunto per ripercorrere gioie e dolori del clan Gheddafi.

Cresciuti nell’opulenza dei petrodollari, i fratelli Gheddafi sono stati spesso ospiti delle cronache nel tempo in cui loro padre, “la guida” della Jamahiriya “libica, araba e popolare”, regnava come capo assoluto e incontestato a Tripoli. Si chiamavano Mohamed, Saif, al-Islam, Saadi, Mountassim, Hannibal, Saif-al-Arab, Fhamis e Milad. Aicha era l’unica figlia del rais, apparentemente luce degli occhi di un padre tanto amorevole quanto stravagante. Per essere corretti, tutti i ragazzi Gheddafi avevano avuto la possibilità di frequentare ottime scuole, anche ad alto livello, come Saif al-Islam che aveva frequentato la London School of Economics, o Aicha che aveva studiato presso l’Università Paris-Dauphine, o ancora Saif-al Arab che aveva fatto ingegneria in Germania. E ad onor del vero, non tutti sono stati coinvolti da fatti di cronaca più o meno mondana. In realtà, al di là al trio degli esagitati (Saadi, Mountassim, Hannibal), gli altri conducevano delle vite discrete, al riparo di curiosi e paparazzi. Ma nell’estate del 2011, quando è crollato il regime e si è arrivati all’atroce morte del suo fondatore caduto il 20 Ottobre di quell’anno nelle mani di una milizia fuori controllo, il fulmine dalla Storia con la “S” maiuscola non ha risparmiato neanche la vita dei suoi figli, che sono stati costretti a disperdersi tra Medio Oriente e Africa, quando non sono stati catturati o uccisi.

Saadi, il cui processo è stato rinviato per l’ennesima volta, è sempre stato “la pecora nera” del clan. Calciatore mancato, playboy internazionale, ex membro del jet set, la  stampa occidentale ha spesso mostrato il lato a dir poco sinistro di questo personaggio, notizie spesso e volentieri diffuse dai siti di opposizione libica. Saadi è il terzo figlio dell’ex guida libica. Il suo nome comincia a circolare all’inizio del 2000 quando, dopo aver a lungo giocato per squadre libiche, sbarca in Italia nel tentativo di diventare un calciatore di fama internazionale. Forte dei suoi petrodollari che dice essere pronto ad investire nel business del calcio, firma ingaggi con squadre prestigiose come il Perugia, la Sampdoria e l’Udinese. Ma per mancanza di vero talento la sua carriera calcistica stenta a decollare. In effetti, la fama mediatica Gheddafi junior la deve più alle uscite notturne o a bordo della sua Lamborghini gialla, che alle uscite sui campi di gioco. Richiamato in patria dal padre nel 2007, sicuramente per limitare i danni, Saadi spicca negli ultimi anni del regime Gheddafi per il lancio di progetti turistici azzardati, prima di raggiungere i ranghi dell’esercito a capo di un’unità di elite. Mobilitato dall’inizio dell’insurrezione contro la Jamahiriya nell’estate del 2011, partecipa alla repressione dei ribelli, prima di darsi alla fuga verso il Niger, quando a Settembre le roccaforti pro-regime cadono le une dopo le altre. Le autorità nigerine gli accordano l’asilo politico per “motivi umanitari”, ma sotto la pressione internazionale, devono cambiare parere e rassegnarsi ,nel Marzo del 2014, alla sua estradizione verso la Libia. Sembra che siano state le prove fornite dai Servizi libici sulle attività sovversive contro il regime di transizione di Tripoli di questo rifugiato “speciale” che avrebbero convinto Niamey a cederlo al suo Paese. Da allora, incarcerato nella prigione di al-Habda a Tripoli, Saadi partecipa continuamente a estenuanti interrogatori da parte di chi indaga sui crimini dei quali è accusato: il suo coinvolgimento nella sanguinaria repressione della rivolta del 2011 e l’assassinio nel 2005 di un ex allenatore dell’al-Ittihad, squadra di calcio di Tripoli, che lo avrebbe preso in giro per la sua goffaggine calcistica. L’interessato respinge in blocco tutte le accuse. Ma per quanto potrà reggere ancora la sua linea di difesa? Lo scorso Agosto, un video che mostrava Saadi Gheddafi subire minacce e torture per mano dei suoi guardiani era girato in rete. Il video aveva scosso la comunità internazionale, preoccupata di vedere continuamente slittare un processo che rischia di diventare una parodia della giustizia.

La stampa usa il termine “parodia” anche per un altro processo, quello di Saif al-Islam, il presunto delfino. Questo dottore in filosofia, architetto-urbanista, veniva considerato come il braccio destro del padre. Noto ai negoziatori internazionali, questo perfetto anglofono sapeva smussare le asprezze del regime, che costituivano gli ostacoli maggiori alla normalizzazione delle relazioni tre la Libia e gli Stati Uniti o l’Europa. E’ proprio il suo talento di negoziatore che aveva permesso di sbloccare con la Francia, nel 2007, il dossier delle infermiere bulgare e quello dell’indennizzo delle famiglie delle vittime dell’attentato di Lockerbie (Scozia) contro un DC-10 della compagnia francese UTA abbattuto sopra al Teneré nel 1988. I libici si ricordano di Saif, il cui nome significa “spada dell’Islam”, arringare alla televisione nazionale durante la guerra civile, minacciando di annegare i nemici del regime in un “fiume di sangue”. Alla morte dell’illustre padre, Saif aveva preso il suo posto a capo dei combattimenti del clan, prima di fuggire a sua volta verso il deserto. Catturato nel Novembre del 2011 da una brigata ostile alle autorità di Tripoli, Saif è stato giudicato nel 2014 da un Tribunale libico per le atrocità perpetrate contro civili. Giudicato e condannato a morte. Impedito dai suoi carcerieri di presentarsi al suo processo, l’accusato aveva dovuto testimoniare in videoconferenza. La sentenza del tribunale potrebbe essere attuata in qualsiasi momento, tranne che – se la Corte Penale Internazionale, che ha emesso un mandato di cattura contro il “figlio prediletto” del dittatore libico deposto – riesce a convincere le autorità libiche a trasferirlo all’Aia.

Oltre ai rappresentanti della comunità internazionale, un’altra persona segue da vicino l’evoluzione delle vicende giudiziarie di Saadi e Saif. Si tratta della loro madre, Safia Farkash, l’infermiera di origine croata che Muammar Gheddafi aveva sposato in seconde nozze all’inizio degli anni ’70. Oggi vive nel sultanato di Oman, dove parte della famiglia e dei fedelissimi del dittatore di Tripoli, vivono dal 2011, dopo un breve passaggio per l’Algeria. All’epoca, era stato il Presidente algerino Bouteflika in persona ad essersi occupato dell’accoglienza della famiglia della “guida” libica: Safia, Aicha, Hannibal e Mohammed (figlio del primo matrimonio), il discretissimo primogenito del rais,e le rispettive famiglie. Tutti hanno poi ottenuto asilo politico in Oman. Oggi è dall’Oman che la matriarca Safia segue le sorti dei due figli. Ha pagato a caro prezzo la guerra civile, con la perdita di tre figli morti per difendere il Paese. Tutti temono il peggio, anche perché la milizia Fajir Libya (Alba della Libia), che detiene Saadi,non  ltro che quella che aveva ammazzato letteralmente di botte il figlio Moutassim. Alla fine di Ottobre, l’Ong Human Rights Watch ha incontrato in prigione Saadi. In un Paese che non c’è praticamente più e dove lo Stato di Diritto non è più di casa, forse un giudizio da parte della CPI sarebbe il male minore. E ora c’è un altro fantasma del passato che è tornato a tormentare la vita dei Gheddafi: la scomparsa nel 1978 in Libia del capo dell’Altro Consiglio sciiti libanese,  Moussa Sadr. Allora in visita ufficiale a Tripoli, non è mai tornato a casa e l’ombra di questo caso ha planato sui rapporti bilaterali tra Libia e Libano per ben 30 anni.

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