Polonia, la destra al femminile

La femminilizzazione della vita politica polacca e sulla buona strada. Ewa Kopacz è stata Primo Ministro per un anno, e le elezioni dello scorso 25 Ottobre, hanno confermato la femminilità della carica, anche se la donna che dovrà formare il nuovo Governo non sarà più lei ma Beata Szydlo.

La Piattaforma Civica (PO), formazione di centro destra dalla quale Ewa Kopacz arrivava, è oggi condannata all’opposizione. La mancanza di carisma di questa austera cinquantenne (soprattutto se paragonata al suo predecessore e mentore Donald Tusk, partito lo scorso anno per Bruxelles per dirigervi il Consiglio Europeo), il logorio del potere in mano alla stessa squadra da otto anni e la disinvoltura nel comportamento pubblico di alcuni dei suoi membri hanno pesato molto sulla sopravvivenza dell’attuale coalizione. Un disamore che ha fatto la felicità di Beata Szydlo, 52 anni, figlia di un minatore e, soprattutto, figlia spirituale di Jaroslaw Kaczynski. Sarebbe poco corretto di dipingere questa semi-sconosciuta come semplice marionetta della quale Kaczynski muove i fili, ma sarebbe anche poco obiettivo sottostimare l’influenza che questo redivivo intende esercitare, e questa volta senza condivisioni.

Nel corso degli ultimi due decenni, la Polonia è vissuta più volte al ritmo “dei” Kazcynski, Jaroslaw e Lech, veri gemelli dai tratti così simili da essere confusi anche da che era loro più vicino. Fulcro operaio del Partito Diritto e Giustizia (PiS), formazione della destra nazionalista, hanno avuto il loro momento di gloria una decina di anni fa quando il primo, considerato come il gemello dominante, è diventato Capo del Governo mentre il secondo si faceva eleggere Presidente della Repubblica. Lech è scomparso in un incidente aereo nel 2010, è rimasto Jaroslaw la cui personalità è talmente divisiva che ha preferito, questa volta, non correre per la carica da Primo Ministro per non compromettere le possibilità del suo campo. Per contro, le sue idee non sono mai state tanto condivise.

Conservatore sulle questioni sociali, molto legato alla Chiesa cattolica, euroscettico, Diritto e Giustizia non ha lesinato in promesse durante la sua campagna elettorale che non potranno senz’altro essere tutte mantenute tanto sono costose: aumento della previdenza alle famiglie, abbassamento delle tasse, abbassamento dell’età pensionabile. Ciliegina sulla torta, la crisi dei migranti ha regalato a Kazcynski e ai suoi una formidabile occasione di giocare sulle paure dell’opinione pubblica che non si è ancora mai confrontata con un’immigrazione mediorientale. L’attuale Governo si era impegnato ad accettare qualche migliaia di loro (per una popolazione totale di 38 milioni di abitanti), i candidati del PiS non hanno avuto nessuna difficoltà a brandire lo spettro dell’invasione e del terrorismo, senza lesinare sulla xenofobia. L’arrivo di Beata Szydlo alla presidenza del Consiglio dei Ministri, costituisce un abile cambiamento suscettibile di attirare l’elettorato femminile, ma nella continuità ideologica di un nazionalismo populista in tutto e per tutto.

Questo risultato non è un buon risultato, né per la Polonia, né per l’Europa. I Polacchi lo ignoravano, il grande pubblico in Europa pure, e forse anche a Bruxelles la cosa è poco conosciuta: la Polonia fa parte del gruppo informale dei “sei grandi Stati membri”, i cui rappresentanti coordinano le posizioni prima di qualsiasi grande decisione o negoziato europeo. Negli otto anni di Governo della Piattaforma civica, il leader storico Donald Tusk ha inserito il suo Paese nel cuore dei processi decisionali europei, con grande determinazione, senza vanteria e con molto savoir faire. Con un Governo in mano a Diritto e Giustizia, di cui sospettoso e ombroso Presidente Kaczynski sarà vero padrone, il tono cambierà. Mentre il Governo uscente si sentiva parte integrante dell’UE, il nuovo tornerà alla dicotomia “loro e noi”. Questo cambiamento politico della Polonia peserà molto sulla dinamica intereuropea: se fino a ieri questo Paese di 38 milioni di abitanti tirava la Mitteleuropa verso il cuore dell’integrazione europea (anche se la Polonia non è membro del’eurozona, a differenza di qualcun altro), oggi formerà un polo di resistenza con i tre Paesi rimanenti del gruppo di Visegrad (nato nel 1991 per promuovere l’integrazione di questi Stati nell’UE – Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria). Abbiamo visto come, dall’inizio della crisi dei rifugiati, si siano fatti sentire.

Non sarà una buona cosa per la Polonia. Ma non lo sarà neanche per l’UE: al difficile e frustrante compito di dover negoziare, ad Ovest, con il Regno Unito affinché non esca dall’Unione, si aggiunge ad Est una nuova dinamica dalle tendenze centrifughe. E’ anche pericoloso, perché nella “Vecchia Europa” potrebbe crescere la tentazione di lasciare che gli altri si allontanino – dopo il Brexit, un allentamento delle cime ad Este – e di consolidarsi in un’”Europa carolingia”, come l’ha definita un dirigente polacco. Tutto questo non è una chimera: basta osservare gli scricchiolii tra gli Stati membri dell’UE sulla questione dei rifugiati. Infine, all’agguato c’è un altro pericolo in agguato. L’esempio polacco presenta certamente connotazioni locali particolari, soprattutto religiose. Ma costituisce l’ennesimo caso nell’UE, dove affiora in modo contrastante l’opposizione tra una visione ottimista e aperta sul mondo e sul progresso economico e sociale, e una visione cupa, tremebonda e diffidente, che vede la salvezza nel ripiego o nell’esaltazione nazionale. Possiamo dolerci per questa ultima visione che non nasce dal nulla, ma nasce da preoccupazioni  sociali alle quali le élite liberali, progressiste e filoeuropee, hanno difficoltà a rispondere.

La Polonia è un po’ ovunque. Annunciata, questa vittoria per la Polonia non è una vittoria, ma un vero e proprio tsunami (e non per il fatto che abbia vinto una donna) politico. Se il Paese entra a far parte degli Stati dove hanno vinto le nuove destre, l’Unione deve farsi un esame di coscienza: se non è in discussione la sua unità (le sue radici sono abbastanza profonde da non farla sparire da un giorno all’altro, come può succedere ad un Governo), quello che va recuperato è il rapporto tra gli europei e un Europa indebolita dalle divisioni.

©Futuro Europa®

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