Juncker a Renzi: «Non sono capo di una banda di burocrati»

“Io sono il presidente della Commissione europea che è una istituzione europea così come voi, quindi invito i primi ministri a rispettare la mia istituzione perché non siamo meno legittimati rispetto ad altri”, ha detto Juncker parlando al Parlamento europeo a Bruxelles.

Questa forte dichiarazione del nuovo Presidente della Commissione Europea che succede a Barroso è la risposta che fa seguito alle dichiarazioni del premier italiano Matteo Renzi che così aveva definito gli organi governativi comunitari, calcando il verso sul fatto che non si sarebbe fatto dettare le cose da fare da parte dei burocrati di Bruxelles.

Dichiarazioni così forti si ricordano solo da parte di Cameron e Orban, non esattamente due statisti noti per le loro sensibilità europeistiche e proprio per questo spesso accomunati in voti congiunti e solitari. La miccia che ha fatto detonare i rapporti con la UE è stata la divulgazione, con poco aplomb da parte di Renzi, di una lettera riservata del Presidente uscente Barroso. C’è da ricordare come i boatos riportassero già come la Commissione in base ai dati strutturali relativi all’Italia avesse l’idea di lasciare l’onere del warning ad un Presidente uscente, Barroso, in modo da non incrinare i rapporti con quello entrante, Juncker. Una sensibilità politica che non è stata evidentemente ben compresa dal poco lungimirante ex-sindaco di Firenze. Ben altro atteggiamento hanno avuto gli altri quattro destinatari del warning, Francia, Austria, Slovenia e Malta, e non deve passare inosservato l’avvertimento di Juncker che se la lettera l’avessero fatta davvero i burocrati e non i politici, le condizioni dettate sarebbero state ben più pesanti per il nostro paese. Certamente il fatto di avere un falco rigorista come Jyrgi Katainen nel ruolo chiave di responsabile economico e vice-presidente con potere di veto non aiuta un paese che chiede flessibilità. Forse se Renzi invece di intestardirsi a voler liberare il posto di Ministero degli Esteri mandando la Mogherini nel ruolo, tanto inutile quanto prestigioso di Mrs. PESC avesse cercato di incidere sulle nomine che contano nella governance europea sarebbe stato meglio.

Ma se il tema dell’Europa è stato sbandierato da Renzi fino alla sua ascesa a Palazzo Chigi per fare da contraltare al montante grillismo gonfio di euro-scetticismo, appena insediatosi i toni nei rapporti con la UE sono cambiati nettamente, ed aggiungiamo in maniera poco coerente.

A fronte delle dichiarazioni del Governatore della BCE Mario Draghi sulla necessità dei paesi membri di “cedere sovranità” all’Europa per attuare riforme strutturali, smentendo tutte le sue precedenti affermazioni di aspirare ad una maggiore unione europea, non solo monetaria, Renzi ha risposto: Oggi non è l’Europa che deve dire a noi cosa fare. Sulle riforme decido io, non la Troika, non la Bce, non la Commissione europea”, aggiungendo che i vincoli sui bilanci risalgono a non meglio specificati accordi firmati prima di lui. Giova rammentare al distratto premier che gli accordi richiamati e conosciuti come Two Pack e MES sono stati firmati, sì prima di lui, ma da governi che avevano il suo partito come maggiore azionista. E’ necessario anche dettagliare che non è la BCE  a dettare norma, semmai è suo compito, come anche  fa la Banca d’Italia da sempre, fornire suggerimenti alla politica. Non è neanche compito della Troika, la quale entra in azione solamente se richiesto da uno stato in grave dissesto finanziario che deve quindi accedere al Fondo Salvastati con tutto quello che ne consegue. Spetta invece proprio alla Commissione Europea, in quanto entro ottobre di ogni anno la stessa è tenuta, in base agli accordi Two Pack, liberamente firmati da tutti i paesi Italia compresa, valutare e dare il via libera ai bilanci degli stati membri. Se questi bilanci non rispettano i dettami della normativa europea si passa ai tre gradi previsti, dal warning alla sanzione definitiva,  quindi per quanto la cosa poca piacere poco a Renzi, questo è compito istituzionale della Commissione guidata da Juncker.

Una poca coerenza che si evidenzia anche nei confronti della Germania, esaltata un giorno, “Trovo volgare e inelegante il modo in cui alcune forze politiche hanno cercato di prendere voti, parlando male della Germania. La Germania è un modello, non un nemico. Lo è quando penso al mercato del lavoro o alla sua struttura pubblica”, ed attaccata l’altro, “Se la Bundesbank pensa di farci paura, forse ha sbagliato paese. Sicuramente, ha sbagliato governo” .

Ma da cosa hanno preso la stura le polemiche tra il premier italiano e l’Europa? Il Presidente della Bundesbank Weidmann ha criticato la flessibilità sul patto di bilancio, dicendo che le riforme “vanno fatte e non solo annunciate» e ribadito che “fare più debito non porta crescita”. Questo porta a vedere se alle parole che fanno parte dell’“annuncite”, verbo sdoganato dal dizionario renziano, seguano i fatti e se i fatti portino a miglioramenti. L’appunto di Weidmann si basa sul fatto che una disciplina keynesiana dell’economia, quindi con investimenti pubblici, è utile solo se mirata a ristrutturare l’apparato sistemico del paese. In caso contrario l’aumento del flottante porta solo ad inflazione, pur se accompagnata da ritrovata competitività a seguito della svalutazione monetaria. Ma una competitività che si basa sulla leva finanziaria e non su una ristrutturazione sistemica non abbiamo già avuto modo negli anni 80 di verificarne i perversi effetti? Uno dei motivi per cui l’immane aumento della base monetaria giapponese per 570 miliardi ha lasciato abbastanza freddi i mercati.

Purtroppo queste polemiche non pare si basino sui risultati raggiunti dal premierato renziano, l’ultimo dato di questi giorni riporta una crescita negativa dello -0,1%, terzo trimestre consecutivo a livello negativo che coincide quasi alla perfezione con il timing del governo Renzi. Se si esaminano questi dati numerici è difficile dare ragione a Renzi negli sconsiderati attacchi agli organi comunitari, la previsione nel DEF di febbraio di una crescita del +0,9% si è trasformata in una perdita del -0,4%, aggrava la situazione, sia finanziaria che di credibilità, il fatto che siamo l’unico paese, assieme a Cipro, ad essere in zona negativa, sicuramente la cosa rallegra Cipro. Ma il +0,7% della Grecia, pur ragionando da che punto partiva, ed il +0,5% della Spagna obbligano a riflettere sui risultati della gestione italiana. In questa situazione non lo ha certo aiutato la base di partenza, con le statistiche che per il 2013 parlano dell’insoddisfazione del 18,7% degli italiani per la situazione economica del Paese, come emerge dall’indagine dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana fresca di aggiornamento. Dalle serie storiche, pubblicate nei giorni scorsi, infatti, la percentuale riferita al 2013 è la più alta da venti anni, dal 1993 (primo anno riportato).

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