Cronache dai Palazzi

Quello raggiunto con la Commissione europea sembra il più classico dei compromessi. Un rinvio di giudizio e una tregua momentanea per cercare di portare a compimento “un equilibrio non facile”, come ha dichiarato il ministro Padoan, sul  quale “il governo continua a lavorare, tra continuazione del risanamento delle finanze pubbliche e stimolo alla crescita”. Nessuna “resa all’Europa”,  ha assicurato il ministro dell’Economia, ricordando che il nostro Paese deve ancora essere valutato sulla regola del debito per cui una procedura da parte di Bruxelles “non è ancora scongiurata”.

Dato l’impegno italiano sulle riforme la Commissione europea ha dato la “prima applicazione” al principio della flessibilità. Il commissario per gli Affari economici, Jyrki Katainen, ha precisato: “Dopo aver preso in conto tutte le informazioni e i miglioramenti che ci sono stati negli ultimi giorni, non sono in grado di identificare nell’immediato casi di inosservanza particolarmente grave, che ci obbligherebbero a considerare un’opinione negativa in questa fase del processo”. Ma non si tratta di una promozione della legge di Stabilità: il giudizio sull’Italia è rinviato a novembre quando la Commissione pronuncerà le sue opinioni definitive sui progetti di bilancio di tutti i Paesi della zona euro. I tecnici Ue lavoreranno per mettere a punto “la loro valutazione dettagliata dei progetti di bilancio”, ha sottolineato Katainen.

“L’Italia – ha avvertito il finlandese – sta facendo cambiamenti importanti, ora bisogna vedere se saranno attuati”. In effetti “il piano delle riforme italiano è ambizioso, la Commissione lo sostiene fortemente – ha rimarcato Katainen – è delicato politicamente ma è assolutamente necessario che sia attuato, perché cambierà il potenziale di crescita del Paese”. Per quanto riguarda il giudizio finale si riveleranno cruciali le previsioni economiche d’autunno, attese per il 4 novembre, e solo allora si potrà dire “se misure addizionali o sostitutive saranno necessarie per assicurare il pieno rispetto del Patto”. Con l’occhio rivolto alla Francia Katainen ha inoltre puntualizzato che la Commissione europea potrebbe decidere di adottare “misure sotto la procedura per deficit eccessivi per alcuni Stati membri”. Infine “si terrà conto anche della regola del debito” (che dovrà essere ridotto di un ventesimo l’anno). Quest’ultima regola pesa sul bilancio italiano dato che il nostro Paese ha accumulato un debito che è pari a oltre il 133% del Pil, ed è quindi pari a più del doppio del massimo del 60% stabilito dal Patto di Stabilità. L’aggiustamento strutturale dello 0,7% del Pil per il 2014 e il 2015 richiesto dalla Commissione Ue in precedenza era finalizzato a fronteggiare questo stato di cose.

In una prospettiva futura la nuova Commissione Juncker potrebbe accettare la correzione dello 0,3% per il 2015, “concordata” dal governo italiano con la Commissione uscente, ma molto probabilmente saranno richieste all’Italia delle precisazioni necessarie. Una procedura per gravi squilibri macroeconomici potrebbe dare un’ennesima possibilità all’Italia anche se, pur tenendo conto del cambiamento della situazione economica “rispetto all’anno in corso”, non si possono cambiare gli impegni “retroattivamente”, ha sottolineato Katainen.

Sul fronte nazionale continua invece il confronto tra Palazzo Chigi ed enti locali. Mentre il governo pensa ad un’unica local tax  che sostituisca la “miriade di tasse e tributi imposti dai Comuni”, è scontro di cifre sui tagli: l’esecutivo conferma i tagli pari a circa 1,2 miliardi di euro in carico ai Comuni, ma l’Anci continua a ribadire che l’impatto della manovra vale in verità “circa 3,7 miliardi”. “Senza i dovuti correttivi alla legge di Stabilità, moltissime città non potranno rispettarla e dovranno dichiarare il dissesto finanziario”, ha avvertito Piero Fassino, presidente Anci, nonché sindaco di Torino. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, ha invece ribadito che la richiesta ai Comuni è “proporzionata e sopportabile alla riforma complessiva del bilancio dello Stato”.

Il cantiere Stabilità è comunque ancora aperto e la legge di bilancio dovrebbe iniziare il suo iter la prossima settimana. Arriverà molto probabilmente l’emendamento dell’esecutivo con le cosiddette “misure aggiuntive” per garantire, come richiesto dall’Unione europea, 4,5 miliardi di riduzione del deficit strutturale: 3,3 miliardi attualmente giacenti nel Fondo taglia-tasse, 500 milioni dovrebbero essere sottratti ai cofinanziamenti dei fondi europei ed infine è prevista un ulteriore estensione dell’inversione contabile per l’Iva anche per la grande distribuzione, in chiave antievasione. Quest’ultima misura avrà però bisogno del sostegno dell’Ue. Forza Italia promette battaglia sulla tassa per la prima casa anche se Berlusconi ribadisce che il patto del Nazareno non si tocca e conferma il suo appoggio all’esecutivo di Renzi  per quanto riguarda le riforme. “Non c’è nessun passo indietro. Il patto del Nazareno resta valido e andremo avanti, anche sulla legge elettorale”, assicura il Cavaliere. Berlusconi,-  che dovrebbe discutere con Renzi di riforma del sistema di voto la prossima settimana – sarebbe disposto ad accettare il premio di maggioranza alla lista (invece che alla coalizione vincente) in cambio di un innalzamento delle soglie.

La tensione sociale che serpeggia nel Paese destabilizza comunque un esecutivo che si regge, in buona parte, sul dialogo istituzionale tra Renzi e Berlusconi e fotografa il “disagio occupazionale” che il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha invitato a “non cavalcare”.  I sindacati rispondono con uno sciopero generale articolato in due grandi manifestazioni, per difendere i lavoratori dal Jobs Act di Renzi –Jobs Act che il premier mira a varare entro fine novembre  – e anche per ciò che si è verificato a Roma tra lavoratori e squadre della Polizia.

Il premier vuole garantire l’accertamento dei fatti ma nello stesso tempo sottolinea che “l’imperativo morale è portare a casa la vertenza che va separata dal confronto politico”. Per quanto riguarda la vicenda dell’Ast di Terni “non vogliamo fare a meno del sindacato nelle trattative aziendali”, aggiunge il premier.

Renzi si rivolge a tutti, anche alla sinistra del suo partito, quando dice di “abbassare i toni, evitare autogol” ma continua a sostenere che la concertazione “è morta”, mentre Bersani gli sottolinea che “il sindacato non si può trattare come un ferro vecchio”. Renzi offre la sponda al suo amico Maurizio Landini e liquida il vecchio collateralismo della sinistra con la Cgil sognando, in cuor suo, un partito del 51% – senza alleati e “senza frenatori” – che attiri le simpatie degli elettori di centrodestra. Tutto ciò con alla base una legge elettorale bipartitica come quella che è in cantiere. Susanna Camusso, a sua volta, chiede a Renzi di “abbassare i manganelli” ma apprezza la “solidarietà agli operai” manifestata da Alfano in Parlamento.

L’Italia è in pratica un mare in tempesta, in cui la prova del nuovo fatica ad affermarsi. Alla Leopolda Renzi ha ribadito che non si può combattere la disoccupazione con ricette che andavano bene nel secolo scorso, perché sarebbe come usare un gettone del telefono per cercare di far funzionare i nostri cellulari evoluti. Oggi non andrebbe più tutelato il singolo posto di lavoro ma il lavoratore, facendo spazio a servizi al lavoro efficienti e programmi di ricollocazione e riqualificazione professionale all’altezza di un moderno mercato occupazionale. I vecchi arnesi di tutela coniati dal sindacato nel Novecento industriale andrebbero quindi “rottamati” per fare strada alla modernità del Jobs Act di Renzi. Un progetto ambizioso come sempre, ma il nostro Paese è un’Italia in ginocchio che fatica a vincere la sfida della modernità, come dimostra l’inoperosità del fondo Garanzia Giovani – uno stanziamento cospicuo di 1,5 miliardi di euro di cui beneficiano tutte le Regioni italiane – che sulla carta promette di non lasciare soli gli under 29 alla ricerca di un’occupazione. Occorrerebbe contare quanti sono gli iscritti, quanti i colloqui e quante le offerte di lavoro concrete. L’uso dei nuovi arnesi non è del tutto garantito.

L’ennesimo appello alla responsabilità innalzato dal Capo dello Stato presente al congresso dei radicali non riguarda quindi, semplicemente, il mancato tiro per i giudici della Consulta, ma l’intero assetto istituzionale, partiti, ministeri, enti locali e il mondo della rappresentanza in generale deputato ad amministrare la res pubblica, patrimonio di tutti i cittadini. Napolitano si è rivolto “a ciascuno degli attori, individuali e collettivi, della vita politica e istituzionale”, sottolineando come ad ognuno “competa una assunzione di responsabilità  per contribuire ad una maggiore coesione nazionale”. Parole pronunciare con la buona intenzione di mettere a tacere polemiche e conflitti, per tentare di raggiungere l’obiettivo: un’Italia più equa e più giusta, da perseguire anche sulla strada delle riforme, in cui il lavoro non rappresenti un grave problema micro e macroeconomico nello stesso tempo.

©Futuro Europa®

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