Cronache britanniche

Londra – Durante la visita elettorale a Strood nella regione del Kent, dove il prossimo 20 di novembre si terranno le elezioni suppletive per riassegnare il seggio lasciato vacante dall’ex conservatore Mark Reckless migrato nell’UKIP, il premier britannico David Cameron ha fatto intendere che il suo governo è pronto a intraprendere l’ennesimo scontro con Bruxelles sulle politiche d’immigrazione, sottolineando che le attuali regole in vigore dovranno essere riviste. Il PM ha ribadito che servono nuove misure per rendere i controlli più efficienti e ha promesso un “ultimo tentativo” per rinegoziare un rientro di poteri da Bruxelles sull’immigrazione.

Tra i corridoi di Westminster corre, infatti, già voce che il premier sia pronto a chiedere come alternative sia l’estensione del periodo transitorio (attualmente di 7 anni) per i nuovi paesi membri dell’UE sulla libera circolazione dei lavoratori, oppure l’applicazione di una quota massima. Certamente la libera circolazione dei lavoratori è uno dei pilastri sui quali si fonda il mercato unico europeo, ed è considerato da quasi tutti gli imprenditori britannici come la “pietra miliare” sulla quale si fonda il successo della Gran Bretagna, vista dal mondo, dal resto d’Europa (non solo quella dell’est), e certamente dai giovani italiani, come terra delle opportunità. Infatti, secondo i recenti dati emanati dal Ministero del Lavoro, gli italiani rappresentano il 12% dei nuovi arrivi nella capitale britannica, seguiti a ruota da spagnoli, romeni e polacchi (questi ultimi i più numerosi se si considera tutto il Regno Unito).

Certamente le preoccupazioni di Cameron e del Ministero dell’Interno britannico, non coincidono con le esigenze occupazionali delle nuove start-up britanniche. Infatti, secondo Ed Bussey, CEO di Quill Content, sarebbe il settore tecnologico quello che maggiormente risentirebbe di un’ulteriore restrizione del flusso migratorio. La Silicon Roundabout londinese, che a oggi rappresenta l’unico distretto tecnologico al mondo in grado d’impensierire da vicino i numeri mostruosi prodotti dalla Silincon Valley californiana, si basa, infatti, sul lavoro, sulle idee e sul capitale di un numero sempre crescente d’immigrati. Di fatto, nonostante lo sforzo del Ministero dell’Educazione di rilanciare materie come tecnologia e informatica, l’ossatura principale della Tech City non è composta d’ingegneri d’oltremanica. Inoltre, secondo Daniel Todaro, managing director di Gekko, il distretto tecnologico di Londra sta sottraendo sempre più capitali alla concorrenza americana, sebbene a oggi siano solo due le compagnie presenti nel FTSE 100.

Indubbiamente la componente tecnologica è un driver dell’economia di sempre maggior peso in tutte le economie avanzate, e gli sforzi messi in campo dal governo britannico per colmare il gap occupazionale in un settore così cruciale per il paese non potranno produrre certamente gli effetti desiderati nel breve termine. Dunque, sarà Cameron disposto a sacrificare il futuro dell’economia per una campagna contro l’immigrazione, vista da molti (incluso nel suo stesso partito) come una mera strategia elettorale per fermare l’ascesa dell’UKIP? In un’Europa, che ha posto l’accento sul mercato unico e sull’agenda digitale (non a caso la Germania ha piazzato Günther Oettinger in quel ruolo) c’è certamente chi questiona le scelte del premier: andare in controtendenza per vincere le elezioni e per far battaglia ideologica con l’UKIP contro “l’imbianchino polacco”.

©Futuro Europa®

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