Brasile, quale politica estera dopo le elezioni?

La politica estera non ha mai occupato un grande spazio nei mezzi di informazione e nell’interesse dei cittadini brasiliani. Ne è ulteriore riprova l’attuale campagna elettorale per le presidenziali, non un dibattito, non una discussione, salvo una dichiarazione di Aecio Neves che accusa il governo brasiliano di essere allineato con Cuba e il Venezuela. E dire che il Brasile confina con ben 9 stati sui 12 che formano l’America del Sud.

Certamente con Lula le cose erano un po’ diverse. Il protagonismo del personaggio lo portò in giro per il mondo, in stati e paesi per i quali non impazziscono né gli USA né gli altri paesi occidentali. Lula non solo è stato assiduo a Cuba e il suo aiuto è stato determinante per salvare il Venezuela durante la sua crisi del petrolio, ma non si è fatto mancare né Gheddafi né Amadinejad. Famosi sono rimasti il suo fiasco nelle mediazioni tra Iran e USA sul problema della bomba atomica, non meno singolari furono le sue dichiarazioni in occasione delle proteste con morti per le elezioni del 2009 nell’Iran di Amadinejad: “liti di perdenti, come nel calcio chi perde accusa l’altro di aver rubato la partita”. Ma Lula, con la sua nota abilità, mentre si è conquistato una fama di “terzomondista”, è stato sempre capace di mantenere un buon rapporto con gli USA e con il suo presidente Bush.

Diversa Dilma, con pochi viaggi all’estero e molto più attenta alle questioni interne. Questo silenzio è stato rotto da una lunga intervista dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso. Cardoso, con l’intelligenza e l’onestà intellettuale che gli sono proprie, ha messo le cose in chiaro, una politica estera, in caso di vittoria della Dilma, un’altra politica estera in caso di successo di uno dei due candidati dell’opposizione, Marina o Aecio. Per Cardoso adesso il Brasile è uno stato di quasi paralisi dovuta alla sua presenza nel Mercosul, l’unione economica e doganale che unisce da più di vent’anni il Brasile con Argentina, Uruguay, Paraguay e, ultimamente, anche il Venezuela di Maduro.

Il Brasile non ha accordi commerciali né con  gli USA né con l’Unione Europea, un articolo del Trattato del Mercosul vieta ai suoi membri trattative singole. Certamente una trattativa è in corso con la UE, ma i continui ostacoli posti dall’Argentina, in crisi perenne, ne impediscono la conclusione. Il Brasile ha smesso di crescere, quest’anno crescerà solo dello 0,3%. A fronte di questa situazione di immobilismo nel mondo si stanno formando grandi aree di accordi economici, vedi il TTP portato avanti dagli USA in Asia, l’avvio di trattative tra USA e UE; nella stessa America del Sud l’alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Cile mostra grande dinamicità. È quindi pensabile che, in caso di vittoria di Marina o Aecio, ci sarà una diversa politica estera. Sicuramente con meno appoggio ai governi argentino, venezuelano e cubano che, specialmente gli ultimi due, difficilmente potranno rimanere in piedi senza l’appoggio brasiliano. Marina ha detto di volere una Banca Centrale autonoma, dando così segnali di voler imprimere un taglio più liberale alla sua politica economica, fermo restando alcune politiche sociali come la “Bolsa Familia”. L’allontanamento dal governo brasiliano dei “vecchi petisti” come Marco Aurelio Garcia, consigliere speciale per la politica estera della presidenza e noto filo cubano, darà, secondo Cardoso, una nuova immagine e credibilità al Brasile, avrà una sicura influenza positiva su tutta l’America del Sud, se non altro perché il Brasile ha il 60% del PIL di questa regione. Bisognerà aspettare il 27 di ottobre, giorno dopo il secondo turno, per avere le risposte a queste questioni.

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