Ricordare Matteotti oggi, a novant’anni dalla morte

[Ricorrono oggi i novant’anni dalla morte di Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti il 10 giugno del 1924. Per l’occasione ospitiamo un intervento del Presidente della Fondazione a lui intitolata che proprio stamattina commemora a Montecitorio, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, l’onorevole Matteotti quale simbolo dell’opposizione democratica al fascismo. Il video integrale della Commemorazione è visibile sul sito della Camera dei Deputati – NdR]

E’ un impegno di tutti, non solo dei professionisti, a vario titolo, della politica (istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali e centri di cultura politica) ma dell’intera società italiana ricordare che 90 anni fa Giacomo Matteotti veniva barbaramente ucciso dai nemici della democrazia e del socialismo. La mente va a quel lontano 10 giugno del 1924 quando la logica della dittatura nascente, attraverso lo squadrismo, spingeva i suoi sicari a compiere sull’altare della forza e della violenza il rito sacrificale di Matteotti, oppositore coriaceo del Fascismo, considerato un ostacolo all’affermazione piena di un regime che allo strumento della ragione ha preferito quello della violenza.

Per questa via, che è estranea allo spirito della civiltà moderna ma che è dura a morire nella prassi istitutiva delle dittature di ogni tempo, si compiva il destino di uno degli uomini più puri e rappresentativi della democrazia, in generale, e del socialismo riformista, in particolare.

Ma chi era davvero Matteotti? Per averne qualche indicazione, fuori dalla retorica di circostanza ma anche da certo «revisionismo» di maniera, merita di essere riletto il profilo che, dell’uomo e del  politico con grande sfumatura psicologica e decisa descrizione morale ci viene da Piero Gobetti che a pochi giorni dall’assassinio, gli dedicò un puntuale ritratto, scrivendone sulla sua rivista, «La Rivoluzione Liberale» del primo luglio (e ristampandone il saggio in un volumetto pubblicato di lì a poco nella sua stessa casa editrice). Un ritratto che si aggiunge a quello che il discorso commemorativo veniva fatto alla Camera dei deputati da Filippo Turati il 27 giugno 1924 che vedeva in Matteotti  l’emblema della lotta contro la dittatura e il simbolo di una Italia rigenerata.

Così Gobetti, che presto, il 15 febbraio 1925, sarebbe stato immolato alla causa dell’antifascismo, definiva Matteotti: «Scrutatore implacabile» con un volto «bonario e arguto», una voce «precisa e nervosa, un poco velata», lo sguardo «penetrante di dignità superiore». Assimilando  una qualità propria che faceva di Gobetti l’intellettuale sobrio e concreto nello stile e  nella parola egli diceva di Matteotti:  «non era dotato delle qualità decorative, che quasi sempre si trovano in un capo, ma ne possedeva l’energia, l’inflessibilità, il fascino personale». Di Matteotti forniva un giudizio politico altamente positivo definendolo «nemico delle saghe» tendenza ricorrente negli altri socialisti, che lui considerava rumorosi e inconcludenti; contro la tendenza diffusa a guardare alla carriera politica con opportunismo e già cresciuti nella tentazione trasformistica  Matteotti veniva definito da Gobetti «il guardiano della rettitudine»

Questo Matteotti si sarebbe subito destinato a fine tragica attaccando frontalmente i fascisti subendo atti ripetuti di violenza  dal 1921 e progressivamente fino a quel fatidico 10 giugno del 1924 allorché il pugnale di un sicario fascista lo uccideva. Una forza morale e mentale sorreggeva il politico Matteotti visto da Gobetti come «il volontario della morte», intransigente e capace di non mollare di fronte alla violenza dilagante nel suo Polesine.

Ad un politico così fatto Gobetti riteneva che altro destino non era possibile attendersi se non il sacrificio della propria vita, atto supremo di uno stile di vita che si doveva caratterizzare come un’insuperabile «antitesi di stile» rispetto a quello di un fascismo che alla ragione aveva sostituito l’istinto della violenza.

Il ritratto che Gobetti in tempo reale disegnava di Matteotti è quello che, per rendere un concreto omaggio al martire antifascista, noi oggi dobbiamo fare nostro. Non solo perché è il più vicino alla natura di un politico esemplare nelle idee e nella prassi politica quotidiana, ma perché ci aiuta a capire in quale distanza quell’immagine si colloca rispetto a quella  che l’opinione pubblica di oggi ci presenta.

Uomo colto, esperto dei problemi specifici della sua  terra, sorretto da  una visione politica ancorata a principi di alta eticità sociale, teso a costruire una società equa e giusta, Matteotti oggi va posto nel Pantheon di coloro che, sorretti dallo spirito di fedeltà all’alta considerazione di una professione facilmente identificabile con una missione sociale, non esitarono a difenderla con il pensiero e con l’azione, quell’azione che, scontrandosi con la violenza diffusa, diventava il terreno fertile  per la nascita del mito dell’antifascismo, sulla cui vera natura Matteotti come Gobetti e molti altri, sacrificati per la difesa della democrazia, portarono un contributo essenziale offrendo a testimonianza la propria vita. Il martirio di Matteotti, il cui significato per la storia politica italiana va oltre ogni ambito strettamente ideologico, è posto al crocevia delle diverse strade da cui è stato attraversato un Paese, come l’Italia, dominato da passioni politiche, proiettato alla realizzazione, in chiave moderna, del compito civile e politico che il Risorgimento aveva affidato alle nuove generazioni.

Un crocevia difficile, dove i problemi e le anomalie di un Paese fortemente caratterizzato da spinte politiche contrastanti venivano ingigantiti ed esasperati dal clima di inconciliabile e incomprensibile diversità di cui si nutriva il socialismo italiano.

Un socialismo che si trovava a rappresentare la speranza e lo strumento di una trasformazione che si sarebbe forse potuta guidare e promuovere costruttivamente, qualora sulla differenza avesse prevalso l’unità e all’immagine di un socialismo tutto occupato a trovare nel proprio seno terreno di conflitto ideologico e strategico si fosse sostituita quella di una forza politica organicamente strutturata e armonicamente proiettata’ verso la realizzazione di uno Stato moderno.

Entro la vita di questo socialismo tormentato si è con­sumata in Italia gran parte della vitalità pratica insita in una idea cosi carica di promesse, ma anche la più estrema scom­messa tra due figli diversi del socialismo: Benito Mussolini e Giacomo Matteotti.

Ironia della sorte: la storia della demo­crazia italiana trovava nel 1924 schierati in campo e combat­tenti a loro modo vigorosi, l’un contro l’altro armati, due figli del socialismo. Le vicende legate a questa lotta sono ormai note. Alcuni storici hanno lavorato con cura offrendoci  risultati  soddisfacenti.

Cosicché l’immagine eroica di un Matteotti sacrificato e nobilitato dal martirio è andata acquistando contorni ben definiti, estendendosi il terreno della sua ricchezza morale, politica e intellettuale in un’ampiezza che va oltre il ritratto agiografico che il lavoro storico dominato dalla passione politica tende a favorire. Oggi quel ritratto è più asciutto, ma più vero ed abbiamo l’immagine di un uomo che, sospinto dall’ideale riformista, quell’ideale ha cercato di incarnarlo negli scritti e nell’azione.

Dato il disagio in cui si trascina la politica oggi, governata da populismo e antipolitica, da velleitarismo di una costante riforma della Costituzione e dall’approssimazione di una cultura politica incapace di sollecitare rigore nella gestione dello Stato e spinta etica alle scelte economiche e sociali, la spinta a superare lo stato di “povertà ideale” che nutre il disimpegno  invasivo del singolo cittadino come quello dell’intera pubblica opinione ci porta a ripensare figure e tempi in cui la politica poteva annoverare tra i suoi gestori uomini altamente rappresentativi  nel travaglio delle idee e nella prassi dell’azione quotidiana. La mente va agli anni in cui prese corpo e prosperò la perniciosa convinzione che la forza di uno Stato è nella limitazione della libertà e degli istituti che la rappresentano, alimento costante dell’”Era fascista”. Una convinzione che vide oppositore, tra i molti, Giacomo Matteotti.

L’Italia di 90 anni fa è la prova più convincente di quali conseguenze sia capace la contrapposizione tra tirannide e libertà; ma è anche il richiamo ad un momento in cui alcuni seppero suggellare la difesa della libertà e dei propri convincimenti con fermezza e con tenacia offrendosi, quando è stato necessario, in olocausto affinché contro la vittoria della dittatura avesse ancora forza e luogo la realtà ideale della libertà.

Il nostro ricordo, oggi,  nasce e si sviluppa entro la convinzione di poter conoscere non solo l’opera ma anche il messaggio di cui si fa portatrice la vita di Matteotti allorché veniva barbaramente ucciso dai nemici della democrazia e del socialismo.

Noi oggi preferiamo rendere omaggio a Matteotti, spogliandoci di ogni tentazione retorica per cercare di individuare le ragioni che ci autorizzano a pensare a lui non solo come vivo nella memoria di quanti da lui hanno saputo accogliere l’ammonimento a diffidare della dittatura,  ma anche come portatore di un messaggio ancora valido per la realizzazione di una società pienamente  democratica: essere la libertà e la giustizia sociale i due pilastri del vivere civile.Un messaggio così incarnato nella sua persona e nella sua azione politica che per difenderlo non esitò a offrire la propria vita.

In più vogliamo ricordare Matteotti non solo per capire la statura politica del personaggio, ma anche per fornire sostegno e incitamento a coloro che ancora credono, con fermezza e costanza, al riformismo come ad una formula di corretta organizzazione e di soddisfazione dei bisogni e dei diritti umani.

Timorosi che in quest’epoca di crisi della politica l’oblio possa rendere evanescente  l’immagine del martire antifascista  nell’anniversario della sua morte ci domandiamo: Cosa possiamo oggi fare perché la memoria di questo grande antifascista non venga offuscata o offesa da atti poco nobili, come quello di un sindaco fascista di volergli togliere il nome da una piazza? Oppure memoria infangata da una pruriginosa storiografia revisionista?

A noi spetta il dovere di intendere appieno il significato politico della partecipazione di Matteotti alle vicende del mo­vimento socialista e quello dei suoi contributi alla comprensione della vita e dei problemi del nostro Paese, restituendo alla sua fi­gura di combattente socialista  non soltanto la dimensione storica che gli compete, facendo convergere il nostro sentimento di venera­zione verso una puntuale ricostruzione del suo pensiero e delle sue azioni politiche, ma anche l’esaltazione delle sue virtù di autentico  politico moderno perché sia di modello ai molti, e sono tanti, che siedono negli scanni del Parlamento lontani dal sentimento etico dell’azione politica.

Tornare  a ricordare la sua figura significa rivisitare ancora una volta il senso, il valore e la funzione della politica, per coglierne, al di là del pessimo uso che spesso se ne fa, la freschezza ideale e il potere di organizzazione dei diritti umani, quale emerge prorompente nella vita di Matteotti.

L’entusiasmo con cui oggi gli si vuole rendere omaggio  è il segnale di una disposizione palese in molti a ricercare esempi nobili di uomini che per la libertà e la democrazia hanno affrontato difficoltà e persecuzioni fino al martirio.

E non facciamo difficoltà a riconoscere che Matteotti è il capostipite di un gruppo molto ampio di coloro che offrendo la propria vita hanno contribuito a fare dell’Italia un Paese moderno e civile. Un gruppo che per uno strano gioco del destino si trova ad affrontare la violenza fascista in anni diversi ma nello stesso mese di giugno, un mese tragico nella lotta politica dei primi cinquant’anni del Novecento italiano: il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti fu assassinato a Roma; il 9 giugno 1937, a Bagnolles-sur-Orne, in Francia, furono assassinati Carlo e Nello Rosselli; il 6 giugno 1944, in località La Storta di Roma, Bruno Buozzi fu trucidato dai tedeschi; ed infine, il 10 giugno 1940, proprio nel giorno anniversario del suo delitto più infame, il fascismo decretava la propria fine ignominiosa decidendo di entrare in guerra a fianco del suo complice tedesco.

A coloro che come Matteotti, Carlo e Nello Rosselli e Bruno Buozzi si sono opposti alla violenza fascista fino al martirio va la riconoscenza di tutti coloro che, nonostante la fragile vita della politica dei nostri giorni, continuano a credere ad essa, rigenerata, e alla dittatura  preferiscono il progresso della civiltà nella libertà e nella giustizia.

©Futuro Europa®

[NdR – L’autore dell’articolo è Presidente della Fondazione Giacomo Matteotti]

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