Senato, una riforma che non si presta ad imposizioni

Matteo Renzi ha messo la riforma del Senato tra i suoi obiettivi prioritari e ha ragione. Il bicameralismo perfetto, quale fu ideato dai nostri Costituenti in un diverso clima civile e politico,  poteva essere visto come una garanzia di più meditate decisioni, e nel Senato si sono svolti dibattiti memorabili per altezza di livello e ne sono venuti contributi essenziali alla legislazione del Paese (come figlio di un senatore di cinque legislature ne sono del tutto cosciente); ma con il tempo il bicameralismo è divenuto un ostacolo ad una rapida ed efficiente attività legislativa e in più, con la disgrazia delle maggioranze diverse in Senato e Camera, ha costituito in più occasioni un impedimento alla governabilità. Nessun altro Paese europeo, per questo, lo pratica. Tutti hanno un sistema in cui la Camera Alta ha funzioni specifiche, per lo più di consiglio o di controllo (come per i Lords inglesi) o di tutela degli interessi locali,come in Francia, Germania e Spagna. Il modello, sia quanto alle funzioni che quanto alla composizione, resta la Camera Federale tedesca, che è però l’espressione di un assetto federale compiutamente realizzato e diverso in questo dal nostro. Da noi si dovrà quindi adattarlo al sistema italiano.

Il progetto elaborato dal Governo va in questa direzione, ma si presta a molte e fondate critiche, che non gli sono state risparmiate anche dal seno dei partiti della maggioranza. Penso sia giusto che il Premier riveda i suoi piani, guardando all’essenziale di quello che si propone:  superamento del bicameralismo politico, per esempio nel voto di fiducia al Governo, nella Legge di Bilancio e in genere nella legislazione ordinaria; forte riduzione dei costi, portando il numero dei senatori a non più di un centinaio. Entro questi parametri, occorrerà definire in concreto i poteri del nuovo Senato e la sua composizione. Quanto ai primi, ne andrà individuata una lista precisa ed esauriente, lasciando tutto quello che ne resta fuori alla competenza di Montecitorio. Vi includerei senz’altro la partecipazione all’elezione del Capo dello Stato e all’eventuale giudizio di impeachment, le leggi costituzionali e quelle che riguardano i diritti civili, le libertà  e l’immigrazione, le norme sull’ordinamento territoriale dello Stato, il parere sulla ratifica dei trattati, nella misura in cui incidano sulle autonomie locali. Si potrebbe aggiungere un parere non vincolante sulle leggi finanziarie, per la loro incidenza sulla entità locali.

Quanto alla composizione, la formula proposta dal Governo è abbastanza singolare (ed è stata giustamente criticata dai migliori costituzionalisti) perché  fa confusione tra funzioni esecutive e funzioni legislative, trasformando Presidenti di Regione e Sindaci – che sono per definizione organi esecutivi – in membri di un corpo deliberante. In Germania i membri della Camera Federale sono rappresentanti dei Lander, designati dai rispettivi consigli. È una formula pratica e corretta, purché si abbia l’avvertenza di far sì che siano prescelti in misura proporzionale sia rappresentanti delle maggioranze che delle minoranza politiche presenti nei rispettivi consigli (per esempio stabilendo che le Assemblee regionali eleggono i rappresentanti nel Senato con maggioranza di due terzi).

Non ci dovrebbe voler molto per mettersi d’accordo su formule chiare e soddisfacenti.  Ma se il Governo insistesse al 100% sul proprio progetto, sarebbe costretto a un’ulteriore prova di forza su una materia, come quella costituzionale, che non si presta a imposizioni unilaterali e voti di fiducia. In conclusione, Renzi indichi i due o tre punti irrinunciabili che la riforma deve realizzare e lasci al Parlamento discuterne liberamente la formulazione. Salvo eventualmente riproporre il progetto dell’esecutivo ove si dimostrasse che il Parlamento non riesce ad accordarsi su nulla.

©Futuro Europa®

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