DL Lavoro, la selva dei contratti

“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate” direbbe ancora oggi Dante, con la sola differenza che l’inferno in questione non è quello a pena dei peccati, bensì l’inferno del mondo del lavoro.

Il DL Poletti si appresta ancora una volta a mettere mano a quella selva oscura dei cosiddetti contratti atipici. In particolare si riformerà parzialmente la disciplina dell’apprendistato e dei contratti a termine. I primi, considerati dai vari legislatori i contratti base per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, saranno solo marginalmente interessati nella forma in cui sarà abolito l’obbligo, da parte del datore di lavoro, di assumere per legge il 50% degli apprendisti. Più sostanzioso sarà l’intervento sui contratti a termine. Ad essi sarà reso possibile il rinnovo acausale – ossia la possibilità di stipulare un contratto a termine senza specificare la causale – per tutta la durata massima del contratto (36 mesi). Questa riforma crea una decisa inversione di marcia rispetto alla linea fin ora adottata. Di fatto si rende il contratto a termine molto più appetibile dell’apprendistato.

Il contratto di apprendistato, che si divide in tre tipologie distinte (apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione, Apprendistato professionalizzante e apprendistato per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione) perde il suo appeal fatto di incentivi economici che vengono bruciati dai vincoli sia di formazione,  sia sostanziali imposti dai contratti collettivi.

È indubbio che la struttura industriale italiana, fatta dal 97% di micro e piccole imprese, molte delle quali attive nel commercio e nei servizi, non sia terreno adatto per imporre obblighi di formazione professionale. Chi e con quali strumenti può offrire 120 ore di obbligo formativo a chi va a fare il barista, l’ortolano o il macellaio? Ne consegue che per sgravarsi da questi oneri, soprattutto in un momento di crisi profonda, si faccia ricorso ad altri tipi di contratto. Il problema però è che esistono circa 10 forme contrattuali le quali non fanno altro che alimentare l’apparato burocratico che li regola. Così per rispondere a tutte queste esigenze, in fase di contrattazione collettiva, ci si trova di fronte a contratti da 400 pagine.

Oggi, per dare veramente una boccata di ossigeno all’economia italiana, non è più sufficiente continuare a tamponare con piccole riparazioni quella che ormai è una voragine. Sono assolutamente necessari interventi strutturali, sia sulle forme contrattuali, sia sulle forme di contrattazione. È fondamentale garantire, nella tutela dei diritti dei lavoratori, la flessibilizzazione e la sburocraticizzazione dei contratti, che non può passare solo da incentivi fiscali, ma anche e soprattutto dallo snellimento delle pratiche di assunzione e formazione.

È necessario inoltre agire sulla contrattazione collettiva; il tessuto economico del nostro paese è troppo disomogeneo per imporre stessi contratti da Bolzano a Trapani. Infatti, sta prendendo sempre più piede la contrattazione di secondo livello (o territoriale) certamente più capace di dare voce alle reali esigenze di singole aree economiche.

La direzione presa dal Governo non va sicuramente verso una stabilizzazione del mercato del lavoro. Quello che in Europa è considerata flessibilità, in Italia è precariato e ciò non per malcostume imprenditoriale, bensì per l’estrema ingessatura del sistema che, tra pressione fiscale e “diritti acquisiti”, alimenta l’incertezza e la paura degli imprenditori.

D’altronde, se nell’accezione comune l’espressione “stare a sindacare” ha preso connotati negativi, forse un motivo ci sarà.

©Futuro Europa®

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