4 ottobre, San Francesco e Steve Jobs?
Il 4 ottobre la Chiesa ricorda Francesco d’Assisi. Otto secoli di messaggio, la lingua italiana del Cantico, missione, fedeli, ma anche statue, presepi e un po’ di retorica civile. Il punto, tuttavia, è che rischiamo di non vederlo più per quello che fu davvero: un leader. Uno dei più efficaci della storia occidentale non solo religioso. E se cercassimo il suo erede più fedele? Magari non tra i religiosi, ma altrove? A chi possiamo guardare? Io dico Steve Jobs.
Francesco era figlio di un ricco mercante di stoffe. Ebbe una giovinezza dissoluta, vanitosa, in cerca di gloria militare. Poi una crisi, una spoliazione pubblica in piazza, davanti al vescovo e al padre. E un abito nuovo: un saio grezzo, identico ogni giorno, che lo rendeva riconoscibile a distanza, immediatamente, senza bisogno di parole.
Steve Jobs era figlio adottivo, cresciuto in una famiglia operaia. Ebbe una giovinezza vagabonda, tra droghe, un viaggio in India, una ricerca spirituale che non trovò mai una casa definitiva. Poi un’azienda fondata in un garage, un fallimento pubblico e umiliante, cacciato dalla società che aveva creato e, un ritorno. E un’uniforme: dolcevita nero, jeans, stessa scelta ogni mattina, riconoscibile a distanza, immediatamente, senza bisogno di parole.
La coincidenza dell’abito non è un dettaglio di costume. È strategia di leadership, applicata istintivamente da entrambi otto secoli di distanza l’uno dall’altro. Un leader che indossa sempre la stessa cosa comunica un messaggio preciso: io non cambio, io sono coerente, la mia energia va tutta nella missione, non nella scelta di cosa mettere addosso. Francesco lo capì predicando la povertà. Jobs lo capì progettando prodotti.
C’è poi la questione delle parole. Quelle che restano, quelle che si ripetono per secoli o per decenni, raramente sono farina del sacco di chi le pronuncia. Francesco costruì la sua intera spiritualità attorno a un versetto del Vangelo di Matteo, letto in una chiesetta diroccata: non prendete oro, né argento, né bisaccia per il viaggio. Non lo inventò lui. Lo trovò, lo riconobbe come proprio, e lo trasformò in un ordine religioso che cambiò l’Europa.
Steve Jobs chiuse il discorso più celebre della sua vita, quello di Stanford del 2005, con quattro parole diventate proverbiali: Stay hungry, stay foolish (Siate affamati, siate folli). Non le inventò lui. Le trovò nell’ultimo numero del Whole Earth Catalog, la rivista che leggeva da ragazzo, stampate sulla copertina dell’ultimo numero sotto la foto di una strada di campagna all’alba. Le riconobbe come proprie, e le restituì al mondo trasformate in testamento.
Ecco l’attimo fuggente che vale la pena fermare, oggi, in un tempo che confonde leadership con autorevolezza performata sui social: i grandi leader non inventano quasi mai le parole decisive. Le cercano. Le riconoscono quando le incontrano. E hanno il coraggio, spesso sottovalutato, di dire “questo non è mio, ma da oggi lo vivo come se lo fosse”.
Francesco non fondò una religione nuova. Rilesse un testo che tutti avevano sotto gli occhi da milleduecento anni e decise di prenderlo sul serio, letteralmente, fino alle estreme conseguenze.
Jobs non inventò il personal computer, il mouse, l’interfaccia grafica, lo smartphone nella sua forma elementare. Prese idee che esistevano altrove, spesso ignorate o abbandonate, e le portò fino alle estreme conseguenze.
È forse questa la vera definizione di leadership che ci consegnano, insieme, un santo medievale e un imprenditore della Silicon Valley: non la capacità di creare dal nulla, ma quella di riconoscere ciò che vale, di incarnarlo senza compromessi, e di renderlo, con la propria vita intera, irreversibile. Il 4 ottobre si festeggia un uomo che ha segnato i tempi scegliendo il saio. Vale la pena ricordare che, otto secoli dopo, un altro uomo ha scelto un dolcevita nero, per le stesse identiche ragioni.
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Un Commento
Acute riflessioni poeticamente espresse.