XX settembre, Porta Pia
C’è una breccia, a Porta Pia, che non è mai stata davvero richiusa. Quella aperta il 20 settembre 1870 è diventata una metafora comoda: il trionfo del Risorgimento, la fine del potere temporale, l’Italia finalmente unita nella sua capitale. Ma le metafore comode nascondono quasi sempre qualcosa di scomodo.
Quel mattino le truppe italiane aprirono il fuoco sulle mura aureliane difese da pochi soldati pontifici che per ordine del Papa non avrebbero dovuto resistere oltre il necessario. La resistenza fu simbolica, come simbolico era l’intero assedio: Pio IX non voleva morire sul campo, ma che il mondo vedesse un sopruso. E ci riuscì. La breccia fu aperta, le truppe entrarono, Roma divenne capitale d’Italia. I morti furono una cinquantina in tutto, tra le due parti. Per gli standard di un’epoca abituata a Solferino e a Custoza, quasi una passeggiata.
La posta in gioco non era militare ma simbolica, teologica, politica in senso profondo. Pio IX non era soltanto un sovrano temporale che perdeva uno Stato. Era il Vicario di Cristo che si vedeva spogliare di quello che la Chiesa considerava un patrimonio sacro, garante dell’indipendenza spirituale del papato da qualunque potere mondano. E Pio IX non lo dimenticò. Mai.
La risposta del Vaticano arrivò in due tempi. Il primo fu immediato: il papa si dichiarò prigioniero nel Palazzo Apostolico e rifiutò qualsiasi contatto con il nuovo Stato. Cominciò così la Questione Romana, una delle rotture più profonde tra una nazione e la propria istituzione religiosa. Non era una disputa di confine. Era una rottura di civiltà.
Nel 1874, la Sacra Penitenzieria Apostolica rispose a un fedele che chiedeva se i cattolici potessero partecipare alle elezioni del nuovo Regno con due parole latine: non expedit. Non conviene. Traduzione pratica: i cattolici italiani non dovevano votare, non dovevano candidarsi, non dovevano riconoscere la legittimità dello Stato usurpatore. Era una scomunica politica. E funzionò: per decenni una fetta enorme della popolazione rimase estranea alla vita democratica del paese.
Le conseguenze furono paradossali. Lo Stato liberale, che si era costruito sui princìpi della modernità e della laicità, si ritrovò a governare un paese in cui la parte più osservante e numerosa della popolazione era ufficialmente invitata a non partecipare. Il risultato fu una classe dirigente ristretta, laicissima, spesso massonica.
Il Non Expedit fu progressivamente ammorbidito nel corso dei decenni, fino a essere di fatto sospeso nel 1904 da Pio X, quando il pericolo socialista sembrò più urgente della diatriba con lo Stato. Ma la ferita rimase aperta fino al 1929, quando Mussolini e il cardinale Gasparri firmarono i Patti Lateranensi. La Questione Romana fu chiusa con un concordato: il Vaticano riconosceva il Regno d’Italia, l’Italia riconosceva la sovranità della Santa Sede su un fazzoletto di terra nel cuore di Roma. Cinquantanove anni dopo la breccia, una firma.
Ma era davvero chiusa? I Patti Lateranensi furono incorporati nella Costituzione repubblicana del 1948, all’articolo 7, con una formulazione che ha fatto discutere per decenni: lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. È una clausola che non ha equivalenti in nessun’altra democrazia occidentale. Un accordo tra due soggetti pari firmato sotto il fascismo venne blindato nella carta fondante della Repubblica. Togliatti, che pure era comunista, votò a favore. Le ragioni erano pragmatiche, e il Vaticano ottenne una posizione costituzionale unica.
Il Concordato fu poi revisionato nel 1984, sotto il governo Craxi: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche divenne facoltativo, la religione cattolica cessò di essere la religione di Stato. Un passo significativo. Ma il finanziamento pubblico alla Chiesa attraverso l’otto per mille rimase, e rimane.
Il 20 settembre si celebra ancora, in sordina. Non è una festa sentita. Non ha l’aura di una liberazione. Forse perché tutti, in fondo, sanno che quella breccia aprì qualcosa che non è stato ancora, del tutto, risolto.
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